Il potere Non Verbale della postura – David Matsumoto

 

La lettura di segnali non verbali non riguarda solo la comprensione della psicologia o il rilevamento di minacce. Può anche aiutarci a trovare un lavoro!

In un entusiasmante studio del 2010, Drs. Dana Carney, Amy Cuddy e Andy Yap discutono il concetto di “postura di potenza”. Essenzialmente, questo implica l’utilizzo di alcune posture per apparire più potenti. Questo può portare un intervistatore o un altro interlocutore a considerarti più meritevole di un lavoro, promozione o altro beneficio, secondo questo post illuminante. Tuttavia, il Dr. David Matsumoto di Humintell ha qualche parola di cautela.

Fondamentalmente, questa nozione di postura di potere è collegata a segnali evolutivi, in cui singoli animali e umani cercano di dimostrare il loro potere al fine di ottenere una maggiore quota di risorse disponibili. La nostra postura determina molto sia i nostri livelli di testosterone, ma anche il nostro stress, che aiutano entrambi a trasmettere, in modo molto sottile, un’impressione di potere.

Allora, qual è questa postura di potere? Secondo la squadra del Dr. Carney, comporta posture espansive e aperte, come l’estensione degli arti e il sembrare più grandi di quello che si è. Questo è in netto contrasto con una postura accasciata, dove il corpo è costretto in una forma di autodifesa.

I dettagli di queste posizioni possono essere intuitivamente familiari, come molti lettori probabilmente noteranno. Quando siamo dritti con le braccia larghe, o se ci sporgiamo in avanti, proviamo e proviamo un senso di potere. D’altra parte, se pieghiamo le braccia in grembo per abbracciare i nostri torsi, c’è un senso di mitezza e sottomissione.

Il Dr. Matsumoto ci avverte che questo non funziona necessariamente se proviamo emozioni conflittuali: “Impegnarsi in tali posture o gesti o espressioni facciali non necessariamente innescherà l’esperienza in individui che stanno già vivendo un’emozione, specialmente una forte”.

Tuttavia, questo non significa che la postura non possa amplificare o influenzare le nostre posizioni. Come spiega lo studio summenzionato, la nostra postura può portare a diverse configurazioni chimiche che si manifestano nel nostro cervello. Ma può davvero aiutarci a sembrare competenti e trovare un lavoro? La risposta, secondo il Dr. Matsumoto, è un po ‘mista.

Da un lato, si trasmette sicuramente molto attraverso una postura potente. Non solo può far sì che altre persone, come un intervistatore per un lavoro, concludano che siamo sicuri di noi stessi, ma può anche farci sentire più sicuri di noi e competenti. Questo non deve essere minimizzato.

Detto questo, in realtà la cosa non ci rende più competenti. Il Dr. Matsumoto avverte chi aspira usare il potere delle posture dall’eccessivo affidamento su queste tattiche:

“Il mio consiglio sarebbe quello di acquisire prima la vera competenza nel vostro campo. L’ultima cosa che chiunque dovrebbe volere è sembrare fiduciosi e non essere veramente competente. Una volta che si ha un certo grado di competenza, l’adozione di certe posizioni corporee può aiutare a sentirsi ancora più fiduciosi e potenti … ma devono crederci ed essere in grado di sostenerlo con vera competenza “.

Tuttavia, è bene essere consapevoli del potere delle posture. Come abbiamo notato nei blog precedenti, alcune posizioni, come quella del trionfo, sono universali e profondamente radicate nelle nostre radici evolutive. Quando stiamo cercando di leggere altre persone, inoltre, è molto utile essere in grado di leggere la loro postura: sembrano ansiosi? Fiduciosi? Potenti?

 

The Nonverbal Power of Posture

 

Postura e Comunicazione Non Verbale – State of Mind

 

Postura

La postura si lega alla psicologia nell’influenzare processi emotivi e cognitivi. Ci consente di riconoscere stati d’animo e influenza le nostre capacità di memoria, decision making e metacognizione. Nell’approccio dell’embodied cognitition la postura è molto rilevante per lo stretto legame tra mente e corpo.

Postura: definizione

Con il termine postura si fa riferimento alla posizione del corpo umano nello spazio e alla relativa relazione tra i suoi segmenti corporei. La postura può essere: in stazione eretta (monopodalica o bipodalica), da seduto, in decubito (prono, supino, laterale).

Nel parlare di postura, emergono tre concetti importanti: spazialità, antigravità ed equilibrio.

Il concetto di spazialità è immediatamente successivo a quello di postura; infatti la postura è proprio il rapporto del corpo nei tre assi dello spazio.

Con la postura si fa riferimento anche al concetto di antigravità: una corretta postura altro non è che la posizione più idonea del nostro corpo nello spazio per attuare le funzioni antigravitarie con il minor dispendio energetico sia in deambulazione che in stazionamento.

Con il termine equilibrio invece si intende il miglior rapporto tra il soggetto e l’ambiente circostante: il corpo, sia in statica che in dinamica, assume un equilibrio ottimale a seconda degli stimoli ambientali che riceve e del programma motorio che adotta.

La postura di un individuo è frutto del vissuto della persona stessa nell’ambiente in cui vive, determinato anche da stress, traumi fisici ed emotivi, posture scorrette ripetute e mantenute nel tempo (ad esempio per lavoro), respirazione scorretta, squilibri biochimici derivati da una scorretta alimentazione, ecc.

Ma in che modo la postura si lega alla psicologia?

Postura e comunicazione non verbale

Come sappiamo, gli esseri umani non comunicano solo verbalmente, e all’interno degli indici di comunicazione non verbale, oltre alla gestualità, alla mimica facciale e alla prossemica, troviamo anche la postura.

Così come gli individui sono in grado di decodificare segnali comunicativi non verbali di altro genere, interpretando ad esempio le sopracciglia all’insù e gli angoli della bocca verso il basso come un segnale di tristezza, allo stesso modo sono in grado di associare determinate posture a determinati stati d’animo. Ad esempio: una persona con le spalle molto ricurve, quasi chiusa in se stessa, trasmetterà a chi lo guarda una sensazione di insicurezza o paura; mentre chi assume una postura eretta, con la schiena e spalle dritte e in asse, facilmente trasmetterà la sensazione di essere una persona sicura di sé.

Ad esempio, in un suo studio del 2004, Mark Coulson ha cercato di analizzare in che modo vengono interpretate determinate posture da alcuni osservatori esterni: per fare ciò si è avvalso di riproduzioni grafiche al pc di manichini (stimoli emotivamente neutri) che assumevano diverse posture. Ogni postura è stata mostrata da tre angolazioni differenti. La concordanza nell’attribuzione di sei emozioni (rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza e sorpresa) alle posture, si è rivelata molto variabile: da zero il disgusto a oltre il 90 percento per le posizioni di rabbia e tristezza (Fig. 1a – 1b).


Fig. 1a – 1b: Posture associate alle diverse emozioni con il relativo grado d’accordo – Fonte: Coulson, M. (2004). Attributing Emotion to Static Body Postures: Recognition Accuracy, Confusions, and Viewpoint Dependence

In un altro studio, Dael e colleghi (2011) hanno indagato in che modo gli attori reclutati nella ricerca esprimessero, con la propria postura, le emozioni dettate loro dai ricercatori. Attraverso il sistema di codifica Body Action and Posture (BAP) hanno potuto esaminare i tipi e gli schemi di movimento del corpo che vengono impiegati dai 10 attori professionisti per ritrarre un insieme di 12 emozioni (Fig. 2a – 2b).

Fig. 2a – 2b: Patterns posturali associati alle diverse emozioni. – Fonte: Dael, Mortillaro, Scherer (2011). Emotion Expression in Body Action and Posture

Postura: l’importanza delle prime relazioni

La postura di una persona dipende dal suo sviluppo ontogenetico ma affonda le sue radici anche nella storia della sua famiglia (Lowen 2007). In pratica, la postura dipende da fenomeni genetici ed epigenetici, ovvero come risposta automatica agli stimoli provenienti dall’ambiente che ci circonda, che favoriscono così uno schema corporeo responsabile di un adattamento posturale all’ambiente in cui si cresce, piuttosto di un altro.

Molto spesso si ritrova lo stesso atteggiamento posturale in più membri di una stessa famiglia. Questo perché, al pari delle patologie, dei comportamenti e delle affettività familiari, si riscontrano anche diversi tipi di atteggiamenti posturali simili e, se si osserva il fenomeno da una prospettiva più generale, è possibile individuarli nella stessa cultura e società di appartenenza della famiglia. La postura, infatti, dipende anche dal carattere emotivo del sistema familiare.

Gli atteggiamenti posturali si formano già nelle primissime interazioni madre-bambino (Bowlby 1952), iniziando dal momento in cui lei lo prende in braccio, a seconda di come lo fa, di come lo allatta al seno, e di conseguenza di come il neonato reagisce al contatto e al comportamento della madre .

Nell’interazione tra una madre ed il proprio bambino si determina, in un certo qual senso, l’affettività, i movimenti e la postura del piccolo. Di conseguenza, l’evoluzione di una persona risente dei comportamenti, degli atteggiamenti, ma soprattutto del suo rapporto con il proprio caregiver. Una spiegazione in tal senso è data dalla teoria dell’ attaccamento di Bowlby (1988, 1982, 1973) che fornisce un’interpretazione della relazione che il bambino intraprende con il proprio genitore, dei loro modi di relazionarsi, delle loro motricità, gestualità, atteggiamenti corporei e della gestione dell’allontanamento-esplorazione, sino alla comunicazione non verbale e verbale.

Postura e embodied cognition

Secondo l’embodied cognition i processi cognitivi non sono limitati alle operazioni istanziate all’interno del sistema cognitivo, ma comprendono più ampie strutture corporee e processi d’interazione con l’ambiente (Lakoff, Johnson, 1999; Noë, 2004; Chemero, 2009). Parafrasando Mallgrave (2015) “Siamo esseri incarnati (‘embodied beings’), in cui menti, corpi, ambiente e cultura sono connessi tra loro a livelli diversi”.

L’approccio dell’embodied cognitition afferma che mente e corpo non sono separati e distinti, come erroneamente pensava Cartesio (Damasio, 1995), ma che il nostro corpo, e il cervello come parte del corpo, concorra a determinare i nostri processi mentali e cognitivi (Borghi, 2013).

Secondo l’embodied cognition quindi i processi cognitivi sono profondamente radicati nelle interazioni del corpo con il mondo e il corpo riveste un ruolo centrale nel modellare la mente. Tradizionalmente, i vari rami del cognitivismo vedevano la mente come processore di informazioni astratte, le cui connessioni con il mondo esterno erano di poca importanza teorica. Con l’approccio dell’embodied cognition, si puntano i riflettori sull’idea che la mente deve essere compresa e analizzata nel contesto delle sue relazioni con un corpo fisico che interagisce col mondo circostante: gli individui altro non sono che l’evoluzione di creature le cui risorse neurali erano dedicate principalmente all’elaborazione percettiva e motoria e queste attività cognitive consistevano largamente in interazioni immediate e in risposta all’ambiente. Quindi la cognizione umana, anziché essere centralizzata, astratta e distinta in moduli di input ed output, può avere radici profonde nel processo sensomotorio (Wilson, 2002).

Per l’emobodied cognition allora, il rapporto tra mente e corpo è bidirezionale: la nostra mente influenza il modo in cui il corpo reagisce e, allo stesso tempo, la “forma” del nostro corpo (anche la postura che assumiamo) attiva la nostra mente.

Ad esempio, quando le persone sono portate ad adottare una postura diritta e a ridere, queste rievocano più velocemente ricordi autobiografici positivi (Riskind, 1984). Ancora, assumere una posizione ricurva rispetto a una diritta, può portare le persone a sperimentare meno orgoglio (Stepper e Strack, 1993), e a chiedere meno aiuto e supporto se tristi (Riskind e Gotay, 1982).

Come la postura influenza i processi emotivi e cognitivi

Postura e memoria

Abbiamo già accennato come la postura possa aiutare a rievocare i ricordi. Un altro importante studio (Dijkstra et al 2007) ha analizzato come la postura faciliti l’accesso a determinati ricordi autobiografici. In particolare, se nel momento in cui si rievoca un ricordo, si assume la stessa postura assunta nel momento in cui il ricordo è stato immagazzinato, l’accesso alla traccia mnestica è ottenuto in modo più facile e veloce.

Postura e decision making

Nuovi studi dimostrano il ruolo inconsapevole della postura nel decision making quando si deve approssimare una valutazione.

In un loro studio, Anita Eerland, Tulio Guadalupe e Rolf Zwaan hanno scoperto che manipolando a livello sperimentale l’inclinazione del corpo si può influenzare la stima soggettiva delle quantità, come per esempio la valutazione di dimensioni, numeri e percentuali.

Infatti, quando noi pensiamo ai numeri, generalmente ci rappresentiamo mentalmente i numeri più piccoli sulla sinistra e i numeri più grandi sulla destra del nostro campo immaginativo. Proprio partendo da questo presupposto, i ricercatori hanno messo in luce nel loro studio che la stessa postura del corpo, lievemente più inclinata da una parte o dall’altra, potrebbe portare inconsapevolmente le persone a sovrastimare o sottostimare ciò che viene loro richiesto.

Postura e livelli di energia

Un recente studio ha esaminato come la postura del corpo durante il movimento influisce sul livello soggettivo di energia. Il professor Erik Peper e il suo team hanno scoperto che modificare la postura del corpo, assumendo una posizione più eretta, permette di migliorare sia l’umore che il proprio livello di energia.

Ad esempio, dopo una camminata rilassata, che diminuisce i livelli di energia personale, è probabile che gli individui si sentano più depressi rispetto a quando, invece, saltellano e dunque aumentano i loro livelli di energia. Cambiando posizione, quindi, il livello di energia soggettivo può essere diminuito o aumentato, regolando così l’umore. Ciò potrebbe avere importanti applicazioni nel trattamento della depressione in cui, assieme ad interventi farmacologici e psicoterapici, si potrebbe prestare attenzione a semplici accorgimenti per migliorare il tono dell’umore, come il cambio di postura mentre si cammina.

Postura e soglia del dolore

In uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto e Southern (Bohns e Wiltermuth, 2012), emerge che stare dritti con la schiena aiuta a sopportare meglio il dolore sia fisico che mentale. Di contro, una posizione scomposta ne aumenta la percezione. Inoltre, altro dato interessante è il fatto che guardare una persona con un portamento eretto e deciso aiuta a diminuire la percezione del dolore. Per ottenere questi risultati, i ricercatori hanno posizionato alle caviglie e al braccio dei volontari il bracciale dello sfigmomanometro (lo strumento per misurare la pressione), testando che la postura aiuta il soggetto a tollerare meglio la sofferenza fisica causata del gonfiarsi del bracciale.

Ad esempio, hanno visto che una specifica posizione yoga, il tadasana, posizione della montagna, permetteva al soggetto di sopportare meglio la sensazione spiacevole e dolorosa derivante dal gonfiarsi del bracciale. I ricercatori hanno parallelamente testato anche la tolleranza della sofferenza emotiva mediante la somministrazione di alcuni questionari self-report e, anche in questo caso, avere una postura diritta correla con una minore percezione della sofferenza.

Postura e Metacognizione

La postura sembra influenzare anche i processi metacognitivi: nel loro studio, Brinol e Petty (2003) sono partiti dal presupposto che, se la postura riesce ad influenzare la quantità e la direzione dei pensieri, questa può influenzare anche ciò che le persone pensano dei propri pensieri.

Hanno così osservato come le persone mostrano più entusiasmo verso le loro idee e proposte, se mentre le espongono effettuano movimenti verticali della testa (come quando diciamo di sì). Al contrario, ciò non accade se la testa si muove orizzontalmente (come quando diciamo di no). Muovere in direzione verticale la testa, mentre si espongono delle idee o delle proposte personali, porta gli individui a crearsi dei pensieri positivi verso queste ultime, al contrario di quanto accade se la testa è mossa in direzione contraria.

La postura sembra influenzare anche l’autovalutazione degli individui: sempre Brinol e Petty hanno osservato come gli individui portati a scrivere pensieri positivi su di sé, tendono a credervi di più, se li scrivono con la mano dominante. Utilizzare la mano non dominante per scrivere aggettivi positivi su di Sé diminuisce la fiducia nei pensieri e nelle parole elencate.

L’importanza della postura: il famoso video di Amy Cuddy

Abbiamo visto come il linguaggio del corpo, postura compresa, influenza il modo in cui gli altri ci vedono, ma può anche cambiare il modo in cui noi vediamo noi stessi. La psicologa sociale Amy Cuddy in un TED Talk mostra come le “posture di forza“, ovvero assumere una postura di sicurezza, anche quando non ne abbiamo, possa influire sui livelli di testosterone e cortisolo nel cervello e anche sulle nostre possibilità di avere successo.

Bibliografia:

  • Coulson, M. (2004). Attributing Emotion to Static Body Postures: Recognition Accuracy, Confusions, and Viewpoint Dependence. Journal of Nonverbal Behavior 28: 117. https://doi.org/10.1023/B:JONB.0000023655.25550.be
  • Dael, N., Mortillaro, M., Scherer, K. (2011). Emotion Expression in Body Action and Posture. Emotion, 12(5):1085-101
  • Lowen, A.(2007). Il linguaggio del Corpo. Editore Feltrinelli, Milano.
  • Bowlby, J. (1952). Maternal Care and Menthal Health World Health Organization.
  • Bowlby, J. (1973). Attachment and loss, Vol. 2. Separation: anxiety and anger. New York: Basic Books.
  • Bowlby, J. (1982). Attachment and loss, Vol. 1. Attachment (2nd ed.) New York: Basic Books.
  • Bowlby, J. (1988). A secure base: clinical applications of attachment theory. London: Routledge.
  • Lakoff G., Johnson M. (1999), Philosophy In The Flesh: the Embodied Mind and its Challenge to Western Thought, Basic Books, New York.
  • Noë, Alva. Action in perception. MIT press, 2004.
  • Chemero A. (2009), Radical Embodied Cognitive Science, The MIT Press, Cambridge (MA)
  • Mallgrave, Harry F. (2015). Embodiment and Enculturation: the future of architectural design. Frontiers in psychology 6
  • Damasio, A. R. (1994). Descartes’ error: Emotion, reason, and the human brain. New York, NY: Grosset/Putnam.
  • Caruana, Fausto, and Anna M. Borghi. “Embodied Cognition. A new psychology.” Giornale italiano di psicologia 40.1 (2013): 23-48.
  • Wilson, M. (2002). Six views of embodied cognition. Psychon Bull Rev. 2002 Dec;9(4):625-36.
  • Riskind, J. H. (1984). They stoop to conquer: Guiding and self-regulatory functions of physical posture after success and failure. Journal of Personality and Social Psychology, 47(3), 479–493. doi:10.1037//0022-3514.47.3.479
  • Riskind, J. H., & Gotay, C. C. (1982). Physical posture: Could it have regulatory feedback effects on motivation and emotion. Motivation and Emotion, 6(3), 273–298. doi:10.1007/BF00992249
  • Stepper, S., & Strack, F. (1993). Proprioceptive determinants of emotional and nonemotional feelings. Journal of Personality and Social Psychology, 64(2), 211–220. doi:10.1037/0022-3514.64.2.211
  • Dijkstra, K., Kaschak, M. P., Zwaan, R. A. (2007). Body posture facilitates retrieval of autobiographical memories. Cognition. 2007 Jan;102(1):139-49
  • Eerland, A., Guadalupe, T. M., Zwaan, R. A. (2011) Leaning to the Left Makes the Eiffel Tower Seem Smaller: Posture-Modulated Estimation. Psychological Science 22(12):1511-4
  • Peper, E. & Lin, I.M. (2012). Increase or Decrease Depression: How Body Postures Influence Your Energy Level. Biofeedback, 40(3): 125-130. DOI: http://dx.doi.org/10.5298/1081-5937-40.3.01
  • Bohns, V.K., Wiltermuth S.S., (2012). It hurts when i do this (or you do that): Posture and pain tollerance. Journal of Experimental Social Psychology, Vol 48,1.
  • Brinol, P., & Petty, R. E. (2003). Overt head movements and persuasion: A self-validation analysis. Journal of Personality and Social Psychology, 84, 1123–1139.

 

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Le emozioni di base della violenza – David Matsumoto

 

25 ottobre 2018

Come può essere sorprendente per molti di voi, leggere le emozioni di base negli altri potrebbe essere una chiave per prevedere la violenza.

Humintell ha scritto per anni sull’importanza delle emozioni di base, ma capire queste emozioni aiuta a capire meglio o a prevedere un comportamento violento? David Matsumoto, Hyi Sung Hwang e Mark Frank sono tutti d’accordo con un sonoro “sì” in un articolo scritto per il Federal Bureau of Investigation. Le loro osservazioni sembrano veramente essere un’importante spiegazione di quanto possano essere fondamentali le nostre emozioni di base.

Emozioni diverse possono significare cose categoricamente diverse. Per esempio, il disprezzo, il disgusto e la rabbia si riferiscono tutti a sentimenti di emozione verso un gruppo esterno, ma significano cose diverse. La rabbia è solitamente incanalata nelle azioni di qualcuno, mentre il disgusto e il disprezzo sono focalizzati sull’altra persona.

Essi procedono nell’approfondire il ruolo che il disgusto può avere nel prevedere la violenza. Il disgusto, scrivono, si traduce nel desiderio di eliminare l’oggetto disgustoso. Certamente, questo può avere conseguenze orripilanti quando viene applicato ad altre persone, e indicano che i leader del genocidio, i terroristi e gli omicidi di massa mostrano un evidente disgusto nei discorsi pubblici o nei video.

Il disprezzo è un fenomeno simile al disgusto, in quanto si concentra sulle azioni di un altro in quanto si riferiscono allo stato e alla gerarchia. Quella persona è spesso considerata inadatta allo stato che rivendicano. Questo è un diverso tipo di emozione, ma porta anche a una disposizione contro l’individuo, non solo riguardo le sue azioni.

La rabbia è spesso vista come un importante elemento di previsione della violenza, ma dato il contesto del terrorismo e del genocidio, il disgusto potrebbe essere l’emozione particolarmente saliente. Detto questo, la rabbia può facilmente trasformarsi in disgusto. Poiché la rabbia si concentra su una determinata situazione o azione, la sua conversione al disgusto può comportare un più ampio spostamento di atteggiamento da un’istanza specifica a una disposizione più generale verso un gruppo esterno.

Tuttavia, mentre si enfatizzano il disgusto e il disprezzo, anche qui la rabbia ha un ruolo cruciale. È attraverso la rabbia che l’esitazione contro l’azione è superata. Mentre un individuo può essere motivato alla violenza attraverso il disgusto o il disprezzo, è attraverso la rabbia che in realtà fanno questa decisione di agire piuttosto che astenersi.

Questo avviene anche tutto a livello fisiologico. Agiamo per rabbia perché la rabbia aumenta la frequenza cardiaca e il flusso sanguigno. Allo stesso modo, il disgusto è un’emozione radicata nata dalle nostre preoccupazioni per i parassiti e dalla necessità di garantire la sicurezza del cibo e dell’acqua.

Potrebbe essere utile vedere queste relazioni più semplicemente. Il disprezzo e il disgusto portano alla rottura delle relazioni tra gruppi o individui, e la rabbia guida quegli stessi individui che agiscono effettivamente in una tale ostilità. Ciò sottolinea la necessità di essere in grado non solo di rilevare la rabbia, ma di leggere le emozioni delle persone in modo più ampio.

 

Basic Emotions of Violence

 

Sai riconoscere la Rabbia? – David Matsumoto

 

11 ottobre 2018

Anche se può essere difficile dire se un volto è minaccioso, il nostro cervello potrebbe già decidere per noi.

Questo può sembrare inverosimile, ma come il Dr. Harald Schupp e un team di ricercatori hanno scoperto nel 2004, siamo “cablati” su un piano evolutivo per sperimentare una risposta di paura al rilevamento di una minaccia percepita in un’altra faccia. Mentre non possiamo sapere cosa sta succedendo, a livello fisiologico il nostro corpo certamente reagisce.

Questa ricerca è profondamente radicata nella nostra storia evolutiva. Come abbiamo scritto in precedenza, molte delle nostre espressioni emotive universali si basano su come i nostri volti si sono evoluti, come gli occhi socchiusi per evitare immagini disgustose. Il Dr. Schupp applica questo tipo di intuizione a come reagiamo a una faccia minacciosa.

Essenzialmente, la percezione della minaccia sul viso di un altro è profondamente intrecciata con la nostra risposta alla paura. La ricerca passata ha scoperto che rileviamo la minaccia in faccia molto più rapidamente di più emozioni positive, e il nostro cervello si prepara rapidamente al peggio. Il lavoro del dott. Schupp guida ulteriormente questa visione osservando la risposta neurologica di base che si innesca quando si percepisce la minaccia sul volto di un’altra persona.

Nello studio, un piccolo gruppo di partecipanti è stato reclutato e successivamente esposto a una serie di immagini che rappresentano le emozioni di base: minaccia / rabbia, felicità e una faccia neutra. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare ogni faccia in base alla misura in cui sembrava amichevole o minacciosa, ma sono stati esposti alla faccia solo per un breve momento.

Durante questo processo, l’attività cerebrale è stata monitorata al fine di osservare i cambiamenti di attività e intensità a livello neurologico. Ciò ha permesso loro di tenere traccia sia delle differenze tra l’attività cerebrale nei riconoscimenti minacciosi e amichevoli, sia la velocità con cui entrambi si verificano.

Coerentemente con le loro ipotesi, lo studio ha rilevato che il cervello delle persone mostra un’attività marcatamente diversa quasi immediatamente. Tuttavia, la differenza tra un riconoscimento di minaccia e un riconoscimento amichevole era molto maggiore di quella tra amichevole e neutro, il che suggerisce che il nostro cervello risponde in modo categorico alla minaccia piuttosto che ad altre espressioni facciali.

Allo stesso modo, mentre i volti minacciosi venivano notati molto più rapidamente, erano anche caratterizzati da un’analisi prolungata mostrata dall’attività cerebrale. Il nostro riconoscimento non si ferma a riconoscere la minaccia, come accade quando riconosciamo un volto amichevole. Invece, continua a elaborare lo stimolo per formulare una risposta accurata, come la fuga o il combattimento.

Forse vi starete chiedendo in che modo un’analisi neurologica così densa si inserisca in consigli pratici per rilevare l’aggressività negli altri o in che modo tutto ciò si riferisce all’obiettivo di essere più consapevoli della violenza domestica.

In realtà, la comprensione che il nostro cervello ha una reazione profonda e istintiva alla minaccia ci aiuta a essere più consapevoli di ciò che sta accadendo istintivamente quando vediamo una faccia. Alcuni volti possono ispirare un senso di ansia subconscia o di costernazione, e questo può benissimo essere collegato ai nostri processi di riconoscimento neurologico.

Proprio come abbiamo detto la settimana scorsa, capire meglio come riconosciamo la minaccia è incredibilmente importante sia per coloro che sono a rischio di violenza, ma anche per osservatori e amici che potrebbero notare un potenziale violento in altri.

 

Can You Spot the Anger?

 

“Prova a mentirmi” – Intervista ad Antonio Meridda

 

Intervista di Francesco Di Fant ad Antonio Meridda, esperto di Comunicazione e Linguaggio del Corpo, autore del libro “Prova a mentirmi” scritto da Antonio Meridda e Fabio Pandiscia (Franco Angeli editore).

Disponibile in versione cartacea in tutte le librerie o in versione e-book sui siti https://antoniomeridda.com/ http://www.fabiopandiscia.it/ e su Amazon.

 

 

 

 

 

 

 

 

F. Di Fant – Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo – Michele Grassi

 

Ogni tanto mi piace andare a zonzo per il web alla ricerca di un libro da acquistare, magari un e-book, per spendere poco e restarci meno male se poi non mi piace. Lo scelgo a “naso”. Prezzo, copertina, titolo, sinossi, casa editrice, autore sono i principali parametri ai quali affido la “grande decisione”. Agendo in questo modo qualche tempo fa mi sono imbattuto in un libro che, a parte la casa editrice, Newton Compton, di cui mi fido, mi ha attratto fondamentalmente per il titolo.

Non ero molto convinto della scelta fatta, però quando ho iniziato la lettura, il testo si è rivelato essere più interessante del previsto. L’approccio è piacevole e semplice, il libro è facile da consultare ed è molto completo e preciso. Il tema può apparire scontato, anche banale: “Dimmi che gesti fai e ti dirò chi sei”, ma non lo è. L’autore individua con grande capacità i gesti che compiono le persone che nella vita è meglio evitare, e ci suggerisce che conoscendone la gestualità possiamo sempre capire molto più velocemente che tipo di persona abbiamo di fronte.

In breve Francesco Di Fant ci vuole insegnare coma fare a riconoscere uno stronzo al primo sguardo. Il libro è un continuo, ed anche molto divertente, susseguirsi di tattiche per riconoscere il pericolo e anticipare il nemico. Il mondo è pieno di stronzi, gente prepotente e spietata, sempre pronta ad approfittare di ogni occasione per avere la meglio sugli altri. L’autore è convinto che bisogna riuscire a smascherare queste persone, per non permettergli di utilizzare la loro stronzaggine contro di noi. Il manuale insegna a riconoscerli a prima vista, senza ombra di dubbio.

Ma chi è l’autore? La sua competenza in materia è evidente. Mi sono incuriosito e ho svolto una piccola ricerca. Ho scoperto che Francesco Di Fant è un esperto del linguaggio del corpo, ed è uno tra i più prestigiosi che abbiamo in Italia. Ha pubblicato altri due libri. “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” e “ I segreti per parlare e capire il linguaggio del corpo.” oltre a diversi articoli, molti dei quali sulla comunicazione non verbale applicata al settore giuridico. Partecipa spesso e collabora attivamente ad alcuni programmi televisivi (RAI, Mediaset) e radiofonici.

Dice che il mondo è pieno di stronzi, persone che non riescono a vivere le relazioni in modo normale, e consiglia vivamente di stare alla larga da chi utilizza la menzogna come sistema di vita. Per esempio l’autore consiglia di allontanare immediatamente le persone che davanti a voi rispondono a telefono con gentilezza e poi appena terminata la chiamata si mettono a parlare male dell’interlocutore.

I ragionamenti di Di Fant che a prima lettura possono sembrare goliardici, in realtà sono basati sempre su basi scientifiche e razionali. Molto interessante è la terza parte del libro, in cui viene vivisezionata con grande arguzia tutta la gamma di smorfie e di movimenti che compiono le persone quanto mentono.

Che dire. Al termine di questo libro sembra davvero di riconoscere gli stronzi in pochi secondi, anche se ho sempre timore di sbagliarmi, perché mi hanno insegnato che l’apparenza inganna.

 

Michele Grassi

 

http://www.michele-grassi.com/f-di-fant-come-riconoscere-uno-stronzo-al-primo-sguardo-newton-compton/

 

“Il dolore del paziente con Malattia Reumatologica” – ReDO (Roma 6-10-2018)

 

Una giornata piovosa, un sabato mattina che suggeriva di restare a dormire sotto un copriletto leggero a godere del riposo di una mattinata che non invoglia a uscire.

E invece no, siamo andati in via della della Lungara 19, alla Casa Internazionale delle Donne.

Cinepresa in spalla, cavalletto, operatore, regista, un filmato realizzato per le donne ReDO, materiale informativo, un questionario per una indagine conoscitiva sulla realtà delle pazienti con patologie reumatologiche e tanta speranza per le amiche dell’associazione Reumatologhe Donne che ci fossero tante partecipanti all’evento organizzato per le donne “che soffrono”: “Il dolore nel paziente con Malattia Reumatologica”

Quello che è successo è stato incredibile, tantissime donne, una sala pienissima, la pioggia non ha fermato nessuno, le sedie venivano aggiunte continuamente. Un successo, grande, importante, testimonianza che il lavoro incessante delle ReDO viene apprezzato e riconosciuto. L’entusiasmo, l’energia, la determinazione di fare qualcosa che serve ed è importante per le persone affette da patologie reumatologiche è stato contagioso, eravamo tutti lì a dare una mano, senza titoli, senza ruoli, persone tra le persone, un contributo collettivo per qualcosa di veramente importante: comunicare per informare, chiedere per capire, partecipare ai workshop per provare.

 

La Casa Internazionale delle Donne, un simbolo nella nostra città per le donne che hanno sofferto e che soffrono a vario titolo, ha dunque ospitato questo evento.

Ma chi sono le ReDO, sono giovani donne medico reumatologhe delle 4 università romane che hanno fondato l’associazione per ampliare e sostenere il dialogo fra medico e paziente, migliorare la collaborazione fra medici e strutture diverse, una rete sul territorio, diffondere la mission dell ‘associazione nei contesti differenti, quello scientifico dei congressi, quello non medico organizzando incontri con pazienti e professionisti di varie realtà.

Nasce così il progetto Galassia, che si propone di realizzare tante attività rivolte a medici e pazienti per un aiuto concreto alle donne offerto dalle donne.

Parliamo delle reumatologhe del direttivo ReDO: Maria Sole Chimenti la presidentessa, che con Paola Conigliaro rappresentano il Policlinico Universitario Tor Vergata, Francesca Romana Spinelli con Cristina Iannuccelli per il Policlinico Umberto I, universita’ La Sapienza, Elisa Gremese, con Silvia Laura Bosello per la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, Universita’ Cattolica del Sacro Cuore, Marta Vadacca che con la Madrina Professoressa Antonella Afeltra, rappresentano il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico

Le ReDO crescono, sono rappresentate oggi in Italia da quasi 250 reumatologhe, ma domani aumenterà di certo questo numero, poi Europa in EULAR, la società europea di reumatologia e nel mondo. Già da quest’anno presenti dal 19 al 24 ottobre all’ACR, America college of Rheumatology, a Chicago.

Sono giovani le Reumatologhe Donne dell’associazione ReDO e hanno tanta voglia di fare, lo abbiamo visti con i nostri occhi il 6 ottobre all’evento che si è tenuto alla Casa internazionale delle Donne, un grande successo, tantissime donne affette da patologie reumatologiche, la parola degli esperti i workshop e la cordialità di tutti. Proprio una giornata bella e interessante.

Auguri a tutte e buon lavoro

La redazione di You Donna

 

“ll dolore del paziente con Malattia Reumatologica” Evento ReDO

 

“I segreti per capire il Linguaggio del Corpo” – Intervista a Francesco Di Fant

 

Intervista di Antonio Meridda a Francesco Di Fant, esperto di Comunicazione e Linguaggio del Corpo, autore del libro “I Segreti per Capire il Linguaggio del Corpo” (Newton Compton Editori).

Disponibile in versione cartacea in tutte le librerie o in versione e-book sul sito della Newton Compton e su altri siti: https://www.newtoncompton.com/libro/i-segreti-per-parlare-e-capire-il-linguaggio-del-corpo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ruolo della Rabbia nel Dolore – David Matsumoto

 

28 settembre 2018

Nell’ultimo mese, abbiamo enfatizzato l’espressione e la sensazione del dolore, ma è anche evidente che il dolore e le sette emozioni di base sono strettamente intrecciati.

In particolare sono le connessioni tra dolore e rabbia che sono state esplorate in uno studio del 2008 sul Journal of Behavioral Medicine. In quello studio, la dottoressa Jennifer Graham e un team di ricercatori hanno esaminato il ruolo degli interventi di gestione della rabbia nell’aiutare coloro che soffrono di dolore cronico. Ciò ha comportato un’analisi sperimentale di oltre un centinaio di pazienti con dolore che hanno cercato di affrontare le difficoltà di una malattia cronica.

La loro ipotesi principale che la gestione della rabbia possa contribuire alla gestione sia emotiva che legata al dolore ha senso, dati gli effetti comuni della malattia cronica. Coloro che sono colpiti da una tale condizione di dolore spesso affrontano la prospettiva di perdere il lavoro e persino i loro sistemi di supporto sociale. Questo può causare e perpetuare un sentimento di rabbia e ingiustizia.

Inoltre, la ricerca di interventi efficaci per il dolore cronico è un obiettivo necessario e importante. Molte persone che affrontano il dolore cronico lottano per trovare simpatia tra i medici professionisti e le ricerche passate indicano un marcato aumento della depressione e della rabbia in seguito all’insorgenza del dolore, che non è particolarmente sorprendente.

Partendo da questa ricerca, il dott. Graham e il suo team hanno studiato un gruppo di 102 volontari, tutti di recente hanno frequentato un centro antidolore e hanno sofferto per almeno gli ultimi sei mesi, anche se in media avevano provato dolore per circa 3 anni . Dopo una serie di valutazioni e di colloqui, ciascun paziente è stato assegnato in modo casuale al gruppo di trattamento o di controllo.

In questo contesto, al gruppo di trattamento è stato chiesto di completare un paio di compiti di scrittura dedicati all’espressione agganciandosi a sentimenti di rabbia, mentre al gruppo di controllo sono stati assegnati compiti di scrittura più emotivamente neutrali. Dopo il completamento di questi compiti per 2,5 settimane, i soggetti sono stati nuovamente intervistati.

Queste interviste sono state poi confrontate per vedere se i volontari hanno riferito diversi livelli di dolore, controllo personale e depressione. Si è scoperto che il gruppo di trattamento aveva livelli significativamente ridotti di depressione e sentimenti di controllo personale dopo aver subito il processo di scrittura.

Mentre sfortunatamente questi sforzi non riducono il dolore, la connessione tra espressioni di rabbia e miglioramento della salute mentale per le persone coinvolte è sorprendente. Questo suggerisce non solo un beneficio dall’esprimere le proprie emozioni, ma aiuta anche a chiarire i complessi legami tra sentimenti di depressione, rabbia e dolore.

È importante essere consapevoli delle difficoltà della gente con il dolore, ed è per questo che Humintell ha dedicato i blog di questo mese al “Mese della Consapevolezza del Dolore” e il ruolo della rabbia nel dolore cronico non dovrebbe essere sottovalutato. Come il nostro post precedente ha indicato, anche i medici professionisti sono terribili nel riconoscere il dolore vero da quello falso, con il risultato che molti malati di dolore cronico lottano per essere capiti.

Imparando a capire meglio le emozioni delle persone, siano esse la rabbia, la tristezza o il dolore, possiamo agire con più compassione verso coloro che nella loro vita sentono dolore cronico. Nel frattempo, controlla alcuni dei post precedenti di questo mese qui e qui.

 

The Role of Anger in Pain

 

Linguaggio del Corpo e Comunicazione Non Verbale: come gestire le sessioni one-to-one – CoachMag n.41

 

Il crescente interesse che riscuote la Comunicazione Non Verbale è dimostrato dal numero di aziende, organizzazioni e privati che si orientano verso questo tema. Sempre più spesso singole persone chiedono di essere formate in sessioni one-to-one che, anche se non riflettono esattamente delle sessioni di Coaching, devono tener conto di numerosi elementi per garantire il successo dell’attività formativa, intesa sia come un accrescimento delle proprie conoscenze che come un percorso di miglioramento personale.

Come andrebbe condotta al meglio una sessione one-to-one mirata all’apprendimento del Linguaggio del Corpo?
Per delineare una strategia possiamo prendere in prestito una formula coniata dal famoso Coach Tony Robbins: FFS, la Formula Fondamentale per il Successo che si basa su quattro semplici punti (1-Obiettivi, 2-Azione, 3-Verifica, 4-Adattamento).

 

OBIETTIVI
Innanzitutto è necessario verificare gli obiettivi del Coachee (chiameremo il discente in questo modo avendo già specificato che non si tratta di una classica sessione di Coaching) facendoli emergere, analizzandone la fattibilità e il numero di ore e di incontri necessari per raggiungerli…

(Continua su COACHMAG n.41 con consigli relativi a obiettivi, azione e verifica, apprendimento –  www.coachmag.it)

 

Francesco Di Fant

 

Articolo pubblicato sulla rivista COACHMAG n.41, Anno 9, Settembre 2018, nella rubrica “Silenzio! Parla il corpo“.

 

RADIO ROCK – “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” con Olimpia Camilli (30-09-2018)

 

Francesco Di Fant, esperto di Linguaggio del Corpo, ospite in studio di Olimpia Camilli su RADIO ROCK 106.600 per parlare del suo libro “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” (Newton Comtpton Editori) tra psicologia e segnali legati alla Menzogna (30 settembre 2018).

Buon ascolto! 🙂

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una App per le valutazioni del dolore? – David Matsumoto

 

20 settembre 2018

Sappiamo che gli umani sono terribili nel distinguere il dolore reale dal dolore falso, ma il tuo smartphone potrebbe semplicemente farlo per te?

Partendo dal post della scorsa settimana, sembra che alcuni ricercatori abbiano cercato di attuare l’intuizione che i computer sono più bravi nel rilevare il dolore reale rispetto ai medici. In un nuovo entusiasmante studio, il Dr. Jeffrey Cohn dell’Università di Pittsburgh ha cercato di esplorare il potenziale di implementare tecniche di apprendimento automatico in un software accessibile per leggere le sottili espressioni del dolore delle persone.

Soprattutto viste le attuali tendenze politiche e le preoccupazioni per la prescrizione eccessiva di oppiacei, i medici sono sottoposti a maggiore pressione per distinguere le persone che hanno effettivamente bisogno di farmaci per il dolore da coloro che stanno solo fingendo. Questo è utile per i medici ma anche per i pazienti. Infatti, molti pazienti, in particolare quelli che soffrono di dolore cronico, faticano a convincere i medici che il loro dolore è genuino.

Se il Dr. Cohn ha ragione, tuttavia, i futuri medici potranno semplicemente estrarre uno smartphone e fare un breve video sul volto e le espressioni del paziente. Con la App in fase di sviluppo, un algoritmo del computer può abbinare le espressioni facciali dei pazienti ai modelli video precedenti di persone che soffrono di dolore autentico.

Questo algoritmo è stato addestrato analizzando una serie di video di volti di persone durante il tentativo di completare delle attività manuali nonostante una lesione alla spalla. Tracciava le loro smorfie creando un database di quali espressioni facciali sono causate in modo più affidabile dalla loro sensazione di dolore.

La settimana scorsa abbiamo sottolineato i fattori che indicano l’inganno, come la fronte abbassata e le guance sollevate, e il lavoro del dott. Cohn sottolinea che il vero dolore è indicato dal movimento intorno al naso e alla bocca.

Mentre questi suggerimenti potrebbero aiutarci a pensare di poter rilevare il dolore in modo efficace, dobbiamo riconoscere quanto siano fallibili gli sforzi umani per individuare il dolore genuino, anche per i medici. Questo si adatta a ciò che abbiamo detto a lungo su quanto siano difficili molte forme di rilevamento di inganno e di lettura di microespressione per coloro che non sono addestrati in questo.

Tuttavia, l’idea dell’utilizzo di una App per leggere le espressioni è eccitante, sia per i suoi vantaggi pratici, ma anche per il potenziale intellettuale di portare avanti la nostra comprensione del riconoscimento dell’espressione. Non c’è motivo per cui questo tipo di App non possa essere utilizzato per altre emozioni.

In effetti, l’anno scorso abbiamo scritto di una App che utilizzava l’intelligenza artificiale per riconoscere le nostre emozioni. In quel caso, era stato usato per creare emoji che potrebbero essere inviate online pur rappresentando con precisione le nostre vere espressioni facciali. Con una tecnologia di riconoscimento facciale del genere, combinata con un database di apprendimento automatico simile a quello usato dal Dr. Cohn, il potenziale per utilizzare la tecnologia per migliorare il riconoscimento emotivo è davvero emozionante.

C’è un equilibrio, ovviamente, nel decidere quanto vogliamo fidarci della tecnologia senza imparare da soli queste abilità. Anche se i medici professionisti possono avere difficoltà nel rilevare il dolore autentico, ciò non significa che l’allenamento specifico nella lettura delle espressioni non possa essere d’aiuto.

 

An App for Pain Evaluations?

 

La direzione dei piedi nella Comunicazione Non Verbale – Copia Originale

 

In una conversazione è facile mantenere l’attenzione nei primi minuti ma dopo un po’ può succedere che la mente si distragga e l’interesse vada altrove. Mentre gli occhi sono definiti lo “specchio dell’anima” i piedi possono essere considerati come la “bussola” che segnala l’interesse istintivo, la direzione dei piedi infatti può dirci molto sul grado di interessamento di una persona.

Piedi e gambe nel Linguaggio del Corpo sono legate all’istinto per via della presenza degli organi dedicati alla riproduzione, essendo poi le parti più distanti dal cervello sono quelle meno controllabili da esso. La maggior parte delle persone si esprime in modo cosciente con le espressioni facciali e i gesti che compie, le gambe però sono più difficili da tenere a bada e i piedi ancor di più.

In presenza di diverse persone la punta del piede è direzionata verso la persona o la cosa che maggiormente attira l’attenzione, nel caso, invece, in cui ci si trovi a disagio, il piede, come l’ago di una bussola, sceglierà di puntare l’uscita più vicina. La punta del piede si orienta verso ciò che si vorrebbe istintivamente raggiungere, rappresenta l’intenzione, spesso inconscia, di andare verso ciò che si trova piacevole o stimolante; il piede va dove la mente vuole.

Una curiosità su gambe e piedi: nascondere le gambe, ad esempio, sotto un tavolo genera in molte persone una sensazione di sicurezza, sedersi a tavoli trasparenti lascia scoperte le gambe agli occhi altrui e riduce questa sensazione di comfort.

 

Francesco Di Fant

 

La direzione dei piedi nella Comunicazione Non Verbale

 

Distinguere il vero dolore – David Matsumoto

 

13 settembre 2018

A volte può essere necessario imparare a distinguere le espressioni del dolore reale da quelle ingannevoli. Questo non solo aiuta a scoprire l’inganno, ma può anche aiutare a migliorare la nostra comprensione dell’espressione del dolore stesso!

Per rispondere a questa domanda, un team di ricercatori dell’Università della California, San Diego e dell’Università di Toronto ha condotto due esperimenti cercando di capire se gli osservatori potevano distinguere in modo affidabile il dolore falso dal dolore reale, incluso un’esperimento che ha implementato questa analisi con il computer e un software di apprendimento.

Inizialmente, le condizioni di trattamento dovevano essere determinate. Ciò ha comportato il reclutamento di un numero ristretto di 26 partecipanti a cui è stato chiesto di essere registrati in tre condizioni. Oltre a una linea di base in cui non è stata richiesta l’espressione del dolore, sono stati anche indotti a presentare un’espressione di dolore genuino o falso.

Ciò è stato stimolato dal fatto che ogni partecipante immergeva il proprio braccio in acqua, a una temperatura tiepida o gelida. Quando l’acqua era tiepida, veniva loro chiesto di agire come se fosse fredda e dolorosa, mentre l’acqua fredda gelata generava in modo affidabile l’espressione desiderata di dolore genuino. Queste immagini sono state valutate prima da una nuova serie di 170 volontari, ma anche da un sistema automatizzato che ha cercato di analizzare le espressioni facciali senza interferenze umane.

Nel primo di questi, i nuovi volontari sono stati esposti a video clip delle espressioni di dolore vero e falso e hanno chiesto di distinguerli. È interessante notare che il loro successo era quasi del tutto casuale, con un’accuratezza del 52 percento circa. In particolare, non avevano alcuna esperienza precedente nel fare queste distinzioni.

Mentre questo primo studio indica che le persone senza allenamento non sembrano distinguere il dolore reale dall’inganno, citano anche ricerche precedenti che hanno scoperto che anche i medici non ottengono risultati migliori.

Tuttavia, gli algoritmi delle macchine possono compensare i nostri fallimenti umani a questo riguardo. Ogni clip è stata suddivisa in una serie di frame discreti, consentendo a un computer di visualizzare singole immagini estratte dai video. Questi sono stati poi accoppiati con il software FACS precedentemente discusso che codifica le immagini sulla base di una serie preesistente di modelli che rappresentano le espressioni facciali tipiche, al fine di vedere se il software potrebbe anche distinguere tra espressioni di dolore contraffatte e genuine.

Mentre il software era in grado di distinguere in modo affidabile con una precisione superiore al 70 percento, ciò che è più interessante è esattamente quali componenti dell’espressione facciale erano più utili nel farlo. Ad esempio, le espressioni fasulle si basavano su un sopracciglio abbassato che non era presente in casi reali di dolore. Allo stesso modo, le guance sollevate e le sopracciglia spaventose erano anche indicatori affidabili di inganno.

Questo studio ci mostra un paio di cose interessanti. Primo, gli sforzi umani da soli nel distinguere le espressioni vere e false erano proibitivamente inaccurati, almeno per i partecipanti non addestrati. In secondo luogo, i metodi informatici erano molto più accurati. Questa è forse la scoperta più interessante, dato il potenziale di inserire qualsiasi espressione facciale videoregistrata in questo software per determinare se il soggetto sta mentendo.

È importante sottolineare che questo post è stato scritto come parte del “Mese della Consapevolezza del Dolore”. Molte persone, specialmente quelle con malattie croniche, sono spesso accusate di fingere il loro dolore, questo articolo non intende sottolineare questo. Invece, mostra come i medici determinino in modo inaffidabile se i pazienti stanno dicendo la verità, spesso a detrimento dei pazienti, e aiuta a mostrare la via da seguire verso un approccio più affidabile.

 

Distinguishing Real Pain

 

Linguaggio del Corpo e larghezza delle gambe – Copia Originale

 

Avete mai notato che le persone sicure di sé tendono ad avere una postura con le gambe allargate? Dalla larghezza dell’apertura delle gambe si può provare a definire il carattere della persona o, per lo meno, la sua situazione emotiva mentre assume una determinata posizione con le gambe. Come è possibile interpretare correttamente la postura delle gambe attraverso il Linguaggio del Corpo?

Immaginiamo di tracciare due linee della stessa larghezza delle spalle che vanno fino a terra individuando due punti sul terreno; quando i piedi sono in corrispondenza di questi due punti, questa è considerata una larghezza normale per le gambe e una persona che ha le gambe allargate nella stessa misura della larghezza delle spalle denota un atteggiamento equilibrato e razionale.

Invece una persone che tiene le gambe strette o con i piedi uniti, può comunicare un senso di chiusura e di rigidità, spesso si assume questo atteggiamento insieme ad altre posture come schiena dritta, spalle rigide e tese, tensione sul viso. Può anche segnalare una posizione formale che si usa di solito nei confronti dei superiori o di persone importanti.

Le persone che, al contrario, vanno oltre il limite naturale della larghezza delle spalle e tendono a tenere le gambe molto larghe, sono quelle che maggiormente comunicano aggressività (occupando molto spazio) e senso di potere; a volte però, se l’apertura delle gambe è eccessiva, potrebbe sembrare forzata e contribuire a creare un effetto quasi comico.

 

Francesco Di Fant

 

https://www.copiaoriginale.it/linguaggio-del-corpo-larghezza-delle-gambe/