Mark Zuckerberg: il gigante della comunicazione che non sa comunicare

 

Mark Zuckerberg, il magnate della comunicazione di internet, il “papà” ufficiale di Facebook è stato chiamato a testimoniare di fronte al congresso degli Stati Uniti sull’uso dei dati personali dei 2 miliardi di utenti di Facebook a scopi commerciali. Nei giorni seguenti del cosiddetto “scandalo di Cambridge Analytica” si stima che circa il 9% degli utenti ha rimosso il proprio profilo dal social network, di cui qualcuno anche tra i miei conoscenti.

Analizzando il suo linguaggio del corpo durante la sua deposizione di fronte al congresso, situazione che può far letteralmente tremare le gambe dall’emozione, scopriamo che si dimostra freddo, privo di tensione e di emozioni, se non per qualche piccola eccezione. Talmente freddo che il dottor Spock o l’androide di Terminator paragonati a lui sembrano dei simpatici umoristi.
E’ vero che che gli americani hanno un’espressività ridotta rispetto agli italiani e che Zuckerberg era sicuramente molto concentrato sulle parole da dire, ma la mancanza di empatia e di “colore” nella sua comunicazione sono gli aspetti che più mi hanno colpito nella sua udienza. In altri filmati è possibile vedere presentazioni di Mark Zuckerberg dove riesce a comunicare in modo efficace con l’audience, stavolta però sembra che il fatto di dover rispondere delle proprie azioni di fronte a dei senatori abbia completamente bloccato la sua capacità espressiva.

In generale non possiamo dire che faccia errori di comunicazione durante la deposizione, guarda tutti i senatori e parla in maniera chiara e serrata, senza manifestare tensione o emozioni particolari; la comunicazione non verbale ed emotiva sono però ridotte ai minimi termini: usa pochissimo la gestualità delle mani e le braccia rimangono sempre attaccate al banco, ha una espressività facciale quasi assente fatta eccezione per qualche raro e stitico sorriso o qualche debole movimento dei muscoli nella zona degli occhi e della bocca.

Zuckerberg sembra meno “robotico” quando risponde alle domande più scomode (dando risposte preparate e studiate) mostrando alcuni deboli segnali di tensione come stringere le labbra, sbattere eccessivamente le palpebre, qualche pausa e indecisione mentre parla. Una domanda che sembra metterlo maggiormente in difficoltà riguarda la tutela dei dati personali dei minori dove mostra maggiore indecisione con una risposta molto evasiva che non viene apprezzata. In questo caso gesticola maggiormente con le mani e la tensione è visibile nei muscoli della bocca che si irrigidiscono visibilmente, forza un piccolo sorriso di circostanza che si trasforma in una smorfia di tensione.

Nonostante questi piccoli cenni emotivi Zuckerberg, in questa particolare occasione, sembra bloccato e risulta asettico, privo di empatia e di energia comunicativa, non sembra mostrare emozioni né con le domande più favorevoli per lui che con le domande più scomode, al massimo si può osservare ogni tanto una piccola scossa rispetto al suo “torpore comunicativo”.

La domanda che sorge alla luce di quanto detto è: “Come è possibile che il fondatore di una delle aziende di comunicazione di massa più importanti nel mondo che riesce a comunicare efficacemente con il pubblico su un palco, in questa situazione abbia così poca empatia ed energia comunicativa, non dia colore alle parole e non comunichi alcuna passione?”
Il primo – e infelice – paragone che mi viene in mente è con un gigante della comunicazione: il compianto Steve Jobs, che portava avanti la sua “vision” supportandola con un’incredibile capacità comunicativa che si trasformava in passione ed energia con cui contagiava i suoi collaboratori e tutti i suoi estimatori. Zuckerberg di fronte al congresso è così inespressivo che a confronto anche l’impacciato Bill Gates risulta un simpatico e carismatico comunicatore.
C’è chi considera Zuckerberg un genio e chi afferma il contrario. Il filosofo Kierkegaard affermava che “I geni sono come i temporali. Vanno contro il vento, terrorizzano la gente, purificano l’aria”, di questi tempi nel cielo di Facebook invece sembra che splenda il sole.

 

Francesco Di Fant

 

 

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