Perchè allo stadio si diventa aggressivi?

 

Esiste un concetto in psicologia che prende il nome di “ridefinizione del significato della situazione”, ovvero il contesto può influenzare gli individui al punto da annullare la consapevolezza personale, via via sostituita da comportamenti eteronomici, ovvero guidati da fattori esterni quali l’autorità, i gruppi d’appartenenza e le regole istituzionali.

Col termine “stato eteronomico” si intende un comportamento non basato su scelte autonome, ma imposte dall’esterno. I soggetti etrano in una determinata situazione sociale con un bagaglio comportamentale autonomo, col tempo però la libera scelta diventava sempre più difficile e la maggioranza dei soggetti può spingersi oltre i propri valori per lasciare spazio a una condotta regolata dall’esterno.

Esempi di questo fenomeno possono essere quotidianamente osservati nel tifo da stadio o nel più preoccupante fenomeno delle bande o “gang” giovanili e della psicologia del “branco”, dove la soggettività viene messa in disparte, con un rassererante senso di deresponsabilizzazione, per lasciar spazio a comportamenti impersonali spesso aggressivi.

Come accennato, un luogo tipico in cui l’uomo mostra una particolare regressione è allo stadio; infatti, anche gli uomini adulti adorano i giochi con la palla e scatenano la loro energia e passione sugli spalti. Inoltre, va considerato che gli sport con la palla simboleggiano un ritorno all’attività di caccia praticata dalle tribù primitive; la palla inseguita dai calciatori rappresenterebbe, in questo modo, la preda inseguita dai cacciatori e le squadre rappresentano le diverse “tribù” di appartenenza.

Per questo motivo si vedono uomini e donne di tutte le estrazioni sociali che allo stadio possono temporaneamente “perdere il senno” e mettere in atto comportamenti dettati dalla passione e dall’aggressività, piuttosto che dalla ragione e dal buon senso, come urlare a squarciagola, insultare gli avversari e, nel peggiore dei casi, litigare o venire alle mani con altri tifosi sugli spalti.

 

Tratto e adattato dal libro: “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2014.

 

Chi disprezza compra?

 

Il motto popolare recita più o meno così, più precisamente dice: «Chi disprezza, compra»; ma, a parte qualche sottile tattica di negoziazione per abbassare il prezzo di un bene o per ottenere un favore, credo fermamente che questo motto valga più per la favola di Esopo La volpe e l’uva che nella realtà quotidiana degli eventi.

In generale, è vero che si può simulare un certo distacco, se non disgusto, da qualcosa e prenderne le distanze come fosse una tattica per poter prendere tempo e studiare l’altro, o per meglio riflettere su come agire per entrare in possesso dell’oggetto dei desideri. I movimenti dei muscoli facciali non sono del tutto controllabili e, quando entrano in gioco le emozioni, vengono alla luce segnali automatici che un attento osservatore può individuare.

Il disprezzo, a livello emozionale, è il fratello minore del disgusto; infatti appartengono alla stessa famiglia, ma il disprezzo viene spesso mostrato a livello corporeo con segnali più sottili del disgusto vero e proprio, anche a causa dell’impatto psicologico del disprezzo, che è inferiore a quello del disgusto. Il disgusto è il sentimento della repulsione (nei confronti di qualcosa legato ai cinque sensi, come odori, rumori, immagini, sapori e sensazioni tattili); ciò che non piace a qualcuno può piacere a qualcun altro, perché da individuo a individuo i gusti cambiano; però i segnali del disgusto, così come li ha decifrati lo scienziato Paul Ekman, sono universali.

Il disprezzo è diverso poiché è una sorta di disgusto sociale che attiva in maniera minore la reazione muscolare, segnala un disgusto non direttamente connesso al nostro apparato sensoriale, come detto in precedenza, ma è bensì legato a un’idea che non ci piace (l’idea di una persona, di un’azione riprovevole, di un racconto spiacevole, ecc.), piuttosto che qualcosa di fisico (odore, sapore, immagine); il disprezzo è fortemente legato all’evoluzione della società, dei ruoli e delle aspettative culturali, oltre che individuali. Come riconoscere queste emozioni quando vengono a galla e come distinguerle?

Cominciamo dal disgusto, che si manifesta principalmente nella parte inferiore del volto; i segnali indicativi sono i seguenti: il labbro superiore si solleva, arricciando in questo modo la punta del naso, le guance si sollevano, innalzando la palpebra superiore, il viso mantiene questa conformazione muscolare per qualche secondo. La bocca e il naso, con il movimento dei muscoli facciali, tendono a chiudersi; il labbro superiore che si alza verso il naso provoca un’occlusione parziale delle narici, come se non si volesse entrare in contatto con un odore o un sapore spiacevole; anche gli occhi si stringono, a causa del movimento delle guance, come a filtrare un’immagine non gradita o dei vapori fastidiosi. Altri elementi che possono rafforzare l’espressione del disgusto sono: labbro inferiore sollevato e premuto contro il labbro superiore o abbassato e lievemente sporgente, palpebra inferiore sollevata che forma delle pieghe sottostanti, sopracciglia che scendono abbassando la palpebra superiore.

Il disprezzo si differenzia dal disgusto poiché i movimenti dei muscoli facciali sono asimmetrici, si verificano cioè solo in una metà del viso; il disprezzo viene tecnicamente definito come una «variazione della bocca disgustata a labbra serrate». Se immaginate di tracciare una linea verticale immaginaria che separi il volto in due, vedrete come la faccia sia composta da due metà che esprimono cose diverse, infatti quella che mostra disprezzo avrà i sopracitati muscoli messi in movimento dal disgusto. Inoltre i movimenti dei muscoli sono meno marcati che nel disgusto, poiché, nel caso del disprezzo, non è necessario proteggere il nostro organismo da elementi esterni che non vogliamo lasciar entrare, quindi i movimenti di chiusura di bocca, naso e occhi sono meno intensi e appaiono sul viso appena accennati. Delle varianti leggermente più beffarde del disprezzo sono quelle in cui, sempre su una sola metà del viso, appaiono segnali legati al sorriso, apparentemente positivi, come un angolo della bocca sollevato o appaiono segnali legati alla sorpresa come un sopracciglio alzato.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Tanatosi e paura

 

Quante volte vi è capitato di assistere a un litigio? E quante volte avete fatto caso al povero amico dei litiganti che si ritrova, suo malgrado, nel mezzo della baruffa?

La cosa più affascinante da osservare è la postura da statua di sale che di solito assume il poveretto che assiste alla lotta tra titani, e quanto più è feroce la discussione e ristretto lo spazio di azione della scena (che potremmo definire per l’occasione un’arena), più lo sfortunato spettatore si irrigidisce e sembra persino che trattenga il respiro per non farsi notare.

Questo fenomeno prende il nome di tanatosi (dal dio della mitologia greca Thanatos che personificava la morte) ed è un comportamento degli animali di difesa o di attacco, a seconda che si tratti di preda o predatore.

L’etologia, la disciplina che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale, ha messo in evidenza questo aspetto anche nel mondo umano e viene usato, principalmente come meccanismo inconscio di fuga. La reazione istintiva dell’uomo al pericolo (l’istinto di attacco/fuga) in questo caso viene attuata in modo molto particolare che si basa su un inganno della percezione del movimento che potrebbe segnalare la propria presenza attiva, la nostra attenzione è naturalmente attratta dagli oggetti in movimento piuttosto che da quelli fermi. Il movimento indica vitalità nel regno animale e molti predatori non amano le prede già morte… avete presente gli agnelli che stirano le zampe e si fingono morti se spaventati o se percepiscono un grave pericolo? Altri animali, come l’opossum, addirittura emettono gas o liquidi corporei maleodoranti che simulano l’odore della decomposizione… neanche voi mangereste una bistecca maleodorante, non è vero?

Nell’uomo la tanatosi si manifesta con una rigidità del collo e degli arti e la tendenza a spostare la testa, se non tutto il corpo, all’indietro rispetto, come nell’esempio in apertura, al luogo del litigio. Lo sguardo di solito si sposta in basso, in alternativa segue la scena se c’è la reale possibilità di un pericolo fisico.

A volte anche in una situazione di paura eccessiva, che sfocia nel panico, una possibile reazione potrebbe includere questa particolare forma di immobilizzazione del corpo, laddove altre persone reagirebbero in un altro modo, fuggendo o affrontando il nemico (dobbiamo considerare il meccanismo della paura utile all’essere umano in quanto permette un veloce adattamento del corpo alle condizioni psicologiche e fisiche ottimali per un’adeguata reazione).

Molto più spesso ricorriamo inconsapevolmente a questa tecnica in maniera più leggera nella nostra vita quotidiana: «fare gli indiani» è esattamente il modo di dire che maggiormente si avvicina a questo comportamento. Qualche esempio: negare l’attenzione a un mendicante mantenendo lo sguardo sul giornale e mantenendosi rigidi in questa posizione, non rispondere a una domanda collettiva o indirizzata a noi fingendo di essere sovrappensiero e continuando a fare esattamente l’azione che si stava facendo in precedenza.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Sorrisi sinceri

 

Tante volte si sorride per cortesia o per circostanza, a volte si ride di gusto, altre ancora un sorriso può apparire sul nostro volto in maniera più sottile, tutti questi tipi di sorriso hanno in comune una cosa: potrebbero essere falsi. La differenza tra un sorriso falso, sociale e uno vero è poca, ma è comunque possibile distinguerlo.

Ci sono persone che riescono con maggiore naturalezza a contraffare un sorriso, rispetto ad altri segnali emozionali, poiché è un tipo di interazione con l’altro che si ripete molto spesso e ripetutamente; anche l’abilità di falsificare un sorriso è diventata più sottile man mano che la civilizzazione ha preso piede nella razza umana.

Il sorriso, che nell’uomo si manifesta già dopo cinque settimane di vita, insieme al pianto è uno dei primi segnali che il bambino impara per comunicare con il mondo esterno: il pianto attira l’attenzione, il sorriso seduce. In realtà, andando a scavare fino agli albori della nostra razza questo gesto tanto gentile e premuroso era usato come segno di sottomissione per evitare lo scontro con altri esemplari più dotati fisicamente. Per questo molti personaggi di potere dosano i sorrisi proprio per non sembrare sottomessi.

Negli scimpanzé infatti esistono due tipi differenti di sorriso: il sorriso di sottomissione e il sorriso di gioco. Il sorriso di sottomissione, o pacificatorio, è un’espressione di paura, mette in mostra i denti e assume una specie di sorriso ritraendo e abbassando gli angoli della bocca, creando così l’impressione di un uomo sorridente; il sorriso di gioco, invece, mostra gli angoli della bocca e degli occhi piegati verso l’alto e i denti non rimangono stretti ma spesso si aprono mostrando l’interno della bocca, come quando una persona sta ridendo di gusto. Riconoscere un sorriso per le nostre scimmiette antenate era necessario per distinguere gli individui amichevoli da quelli ostili, poiché spesso la posta in gioco era la sopravvivenza stessa.

Uno dei primi a effettuare delle ricerche vere e proprie sul sorriso fu il neurologo francese Guillaume Duchenne de Boulogne, il quale affermò (a ragione) sin dal 1800 che sono principalmente due gli elementi di un sorriso autentico più difficili da contraffare in un sorriso forzato o comunque non spontaneo: la palpebra inferiore presenta rughe sottostanti, ma soprattutto negli angoli esterni degli occhi compaiono le cosiddette zampe di gallina, ovvero il corrugamento della zona laterale dei muscoli degli occhi (muscolo orbicolare dell’occhio Orbicularis oculi).
È importante anche porre attenzione alle cosiddette rughe d’espressione, ovvero la conformazione delle rughe sul viso formatasi nel corso degli anni a forza di muovere i muscoli facciali; alcune persone riflettono, con le proprie rughe, le emozioni che hanno vissuto per lungo tempo. Rispetto ad altri individui, alcune persone hanno rughe più marcate ed è importante distinguere le rughe che si vengono a creare durante ciascuna espressione del viso da quelle che sono già presenti, più o meno visibili, su di esso.

Un’altra caratteristica interessante del sorriso è la sua contagiosità, un motto popolare recita: «Sorridi, e il mondo ti sorriderà»; in qualche modo questo si verifica quando incontriamo un’altra persona la quale ci sorride, d’istinto ci viene spontaneo ricambiare tale gesto con un altro sorriso, più o meno sentito. Non importa se il sorriso che abbiamo di fronte sia finto o meno, un recente studio svedese, condotto all’Università di Uppsala dal professor Ulf Dimberg, ha confermato che in presenza di un sorriso non riusciamo a controllare totalmente i nostri muscoli facciali e diventa, ad esempio, più difficile assumere un’aria imbronciata; questo a causa dei cosiddetti neuroni specchio (neuroni che determinano una reazione immediata di imitazione).
Sorridere spesso è un elemento importante della comunicazione non verbale (ma non sempre potremmo averne voglia) poiché condiziona il modo di comportarsi altrui a nostro vantaggio; quindi se vogliamo davvero vivere più sereni cominciamo a sorridere un po’ di più agli altri… ora abbiamo le prove che aiuta davvero!

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il mondo del Paraverbale

 

Se è vero che diamo più credito al corpo che alle parole, allo stesso modo possiamo tranquillamente affermare che si crede maggiormente all’intonazione del parlato che al contenuto verbale delle parole stesse; volete un esempio? Provate a salutare qualcuno, meglio se leggermente distratto, con tono allegro e gioviale ma dicendo: «Ciao! Che dispiacere vederti!», molto probabilmente non farà caso alla parola dispiacere ma vi risponderà con gioia avendo prestato attenzione principalmente al tono con cui l’avete pronunciato. Questo aspetto affonda le radici nel nostro passato ed è un elemento fondamentale nel mondo animale dove la parola non è presente, ma suoni e rumori la fanno da padroni; si è scoperto, ad esempio, che gli elefanti tendono a imitare i suoni che sentono più spesso e questo potrebbe servire a produrre versi che identifichino l’appartenenza a un gruppo specifico.

Gli elementi che compongono la comunicazione paraverbale, ovvero la modalità con cui usiamo la voce, sono diversi: il ritmo, la melodia, la velocità, le pause e i silenzi, il volume e la chiarezza delle parole. Questi diventano molto importanti, ad esempio, in una conversazione telefonica, poiché l’aspetto visivo non è presente; cerchiamo dunque di distinguere i singoli aspetti e di definirne l’importanza nelle prossime righe.

Il ritmo è per noi più importante della melodia, dal ritmo si riconosce facilmente una canzone, la voce di una persona e anche se una persona è straniera o no, anche se domina bene la nostra lingua; la melodia, definisce la maniera in cui si alza e si abbassa la voce in un discorso. Con la melodia spesso si possono anche sottolineare parole o parti di esse per incrementarne il valore comunicativo che viene facilmente compreso da chi ci ascolta; la frase «alle otto devi essere a casa» se pronunciata con un’accentuazione della parola otto indicherà che il tempo della frase è la parte a cui prestare più attenzione, se invece venisse accentuata la parola casa, il peso della frase si sposterebbe sul luogo; non più sul tempo.

La velocità con cui si parla può variare da lingua a lingua; ad esempio italiani e francesi parlano più veloci dei tedeschi; al di là delle differenze linguistiche, però, è interessante notare che di solito si rallenta la velocità di parola quando dobbiamo esporre concetti che riteniamo poco conosciuti ai nostri ascoltatori, mentre si accelera il discorso quando utilizziamo termini che usiamo spesso e con cui abbiamo dimestichezza; ad esempio, spesso i numeri di telefono delle radio sono pronunciati molto velocemente dagli speaker, proprio a causa dell’alta frequenza con cui vengono ripetuti; spesso chi parla troppo veloce ci può trasmettere ansia, mentre chi lo fa troppo lentamente corre il rischio di annoiarci; questo ovviamente va analizzato a seconda della propria velocità di parola.

Le pause e i silenzi in un discorso sono degli elementi che vengono usati strategicamente per imprimere maggiore forza al discorso o come momenti di riflessione e servono anche a lasciare il turno di parola all’altro. A volte si fa una pausa quando si è distratti da qualcosa o quando si prova imbarazzo e non si sa cosa dire.
Il volume della voce di solito viene regolato a seconda della situazione, del luogo o della distanza dall’interlocutore; si può alzare il volume della voce in presenza di rabbia, mentre si tende ad abbassarla quando ci si sente in colpa o in imbarazzo.

La chiarezza del proprio modo di parlare può essere un indizio per capire anche la personalità; persone che parlano in modo chiaro, distinguendo bene le singole parole, comunicano decisione e sicurezza; al contrario, chi si mangia pezzi di parole o è abituato a bofonchiare sillabe ci dà l’idea di qualcuno insicuro o che stia provando un sentimento negativo.
Una curiosità sul tono della voce è quella che toni più alti, legati alla sessualità, sono graditi alle orecchie maschili, mentre un tono di voce più basso, che comunica dominanza, risulta particolarmente apprezzato da un pubblico femminile.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Dove vanno i miei piedi?

 

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i piedi possono essere considerati come la bussola dell’interesse, infatti se possiamo cogliere segnali di interesse in varie parti del corpo, la direzione dei piedi ci può dire molto sulla reale attenzione di chi ci sta di fronte. Un buon modo per controllare tutto ciò è di verificare l’allineamento di tre punti corrispondenti a naso, ombelico e piedi.
Questo è un indizio del grado di interessamento della persona, specie dopo un po’ di tempo che si è instaurata la conversazione, di solito nei primi due minuti è facile mantenere l’attenzione, anche nei confronti degli interlocutori più noiosi; ma dopo poco il nostro corpo si può distrarre in maniera più o meno evidente.

Un modo per ricordarsi questo tipo di allineamento è l’acronimo NOP: questa sigla si riferisce alle iniziali delle tre parti del corpo prese in considerazione per definire le tre aree interessate. Il naso indica la testa, considerata la sede della razionalità, è un buon riferimento perché è in mezzo agli occhi e quindi indica che normalmente lo sguardo è il più possibile direzionato verso di noi. L’ombelico viene preso come riferimento per indicare tutto il tronco, che viene rappresentato come le sede delle emozioni (una curiosità sull’ombelico è che viene considerato un punto del nostro corpo altamente energetico). I piedi rappresentano la parte della gambe, legata idealmente al lato dell’istintività, le parti più estreme del nostro corpo, discretamente mobili rispetto alla gamba, sono un ottimo indicatore in quanto sono, per costituzione, le parti più distanti dal cervello e quindi meno controllabili o, perlomeno, il cui controllo richiede un maggiore sforzo di concentrazione. La maggior parte delle persone è conscia dell’espressione che sta facendo e, in linea di massima, anche dei gesti che compie, ma le gambe sono più difficile da tenere a bada, i piedi ancor di più. In presenza di una menzogna capita che aumenti il movimento dei piedi, a scaricare inconsciamente la tensione.

I significati che vengono assegnati alle tre aree del corpo umano non hanno solo una valenza simbolica, ma anche funzionale per via degli organi presenti nelle varie zone, la testa viene giustamente associata alla razionalità per via della presenza del cervello e sede di quattro dei cinque sensi, nel tronco troviamo il cuore che da sempre viene mentalmente connesso con la sfera emozionale; l’istinto, infine, viene localizzato nella zona delle gambe per via della presenza degli organi dedicati alla riproduzione, uno degli indiscussi istinti primari dell’uomo.
Il massimo grado di questo allineamento lo si può vedere, tra due fidanzati i cui corpi sono totalmente rivolti verso l’altro.
Qualche esempio: se durante un vostro intervento in una riunione una persona che vi sta ascoltando se ne sta seduta guardandovi ma col tronco rivolto altrove, non state ricevendo il massimo del suo interesse, se durante un argomento specifico ruota anche il tronco verso di voi, allora forse quel tema è di maggiore appetibilità. Se state nel mezzo di una chiacchierata tra amici e improvvisamente una persona ruota busto e gambe in un’altra direzione rispetto a colui che parla, probabilmente la sua attenzione è stata deviata verso qualcosa di più interessante, perlomeno a livello inconscio.

Il fatto di poter nascondere alle altre persone le nostre gambe genera in noi una sensazione di sicurezza, in quanto diveniamo meno leggibili, perlomeno per quel che riguarda le nostre intenzioni; per questo motivo la maggior parte delle persone quando stanno sedute si sentono a proprio agio dietro una scrivania o una cattedra (oltre che fungere oggettivamente come una barriera fisica), se ci fate caso, sedersi a tavoli di vetro o trasparenti ci lascia scoperte le gambe agli occhi altrui e riduce questa sensazione di comfort.
La funzione principale delle gambe è stata da sempre la capacità di muoversi per fuggire o per cacciare, quindi la direzione in cui puntano i piedi rivela dove si vuole andare realmente, è un movimento, possiamo dire, programmato all’interno del nostro cervello.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Gambe strette

 

La situazione è classica: una fila fatta di tante persone (alle poste, allo stadio o al tabaccaio), non resta altro che attendere pazientemente il nostro turno… L’altro giorno in una di queste file mi sono soffermato a osservare le gambe delle persone di fronte a me e ho notato qualcosa di interessante: non c’era una persona che aveva le gambe nella stessa posizione di un’altra (inclinazione, piegamento, apertura, ecc.). Quello che però ha attirato la mia attenzione è stata l’apertura delle gambe, c’erano persone che tenevano le gambe più larghe e altre che le tenevano strette, quasi unite.

Dalla larghezza dell’apertura delle gambe in posizione statica è possibile definire il carattere della persona o, per lo meno, la situazione emotiva del nostro interlocutore mentre sta assumendo una determinata posizione. Avete mai notato che le persone sicure di sé tendono a tenere le gambe allargate quando sono ferme? Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio e vediamo di capire come interpretare correttamente la postura delle gambe.

Innanzitutto dobbiamo tracciare due linee immaginarie della stessa larghezza delle spalle e proiettarle al suolo, individuando così due punti sul terreno; questa è considerata una larghezza normale e se una persona di fronte a voi ha le gambe allargate nella stessa misura della sua larghezza delle spalle, denota un atteggiamento equilibrato e razionale.
Se invece notiamo che una persone tiene le gambe strette, quasi con i piedi uniti, ci comunica un senso di chiusura e di rigidità, spesso tali persone assumono questo atteggiamento in concomitanza con altre posture quali la schiena dritta, spalle rigide e tese, tensione a livello della mascella; è una posizione formale che si usa di solito nei confronti dei superiori o di persone importanti; un esempio dei più classici è la posizione militare dell’attenti.

La tipologia di persone che, al contrario, straborda dal limite naturale della larghezza delle spalle e tende a tenere le gambe molto larghe, è quella che maggiormente comunica aggressività (occupando molto spazio) e senso di potere; a volte però, se l’apertura è eccessiva, potrebbe sembrare forzata e contribuire a creare un grottesco effetto come Woody Allen nel film Il dittatore dello stato libero di Bananas, e di conseguenza ottenere l’effetto opposto di vorrei ma non posso (cosa che non capita nel caso di un’apertura naturale rispetto alle spalle). Una particolarità riguardo alle posizione con le gambe aperte è la postura con il piede in avanti, che di solito è il piede dominante, ovvero quello che si usa maggiormente (così come i mancini usano la mano sinistra) e al tempo stesso quello su cui ci si poggia di più. In una situazione con più persone il piede dominante è direzionato verso la cosa che maggiormente attira l’attenzione, nel caso, invece, in cui ci si trovi a disagio il piede, come l’ago di una bussola, sceglierà di puntare l’uscita più vicina.
Il piede punta in avanti poiché il peso del corpo è sbilanciato e si appoggia su un’anca; il piede avanzato indica la direzione verso cui istintivamente un soggetto vorrebbe spostarsi, rappresenta, attraverso l’evocazione del movimento, l’intenzione che una persona esprime in quel momento o che desidera nell’immediato futuro; il piede punta dove la mente vuole.

Anche alcuni tipi di pantaloni a sbuffo, primi fra tutti quelli chiamati alla zuava, particolarmente ampi e rimboccati sotto le ginocchia, giocano un loro effetto, voluto o meno, sulla grandezza e apertura della gambe. Questo particolare tipo di abbigliamento (che prende il nome dalla divisa degli zuavi, nome di alcuni reggimenti di fanteria in vari eserciti) mostra allo spettatore un rigonfiamento evidente nella parte della coscia che, in questo modo, appare più grossa e larga, comunicando in qualche modo un senso di autorità (proprio come se avesse la gambe più aperte del normale) e di rigore (sia per le immagini che alcuni hanno in mente di generali e dittatori delle guerre passate, sia a causa del capo desueto e decisamente fuori moda).

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Braccia incrociate

braccia incrociateStiamo parlando con una persona, la conversazione è amabile, ma a un tratto il nostro interlocutore incrocia le braccia… che cosa succede? Sente freddo? Ѐ offeso per qualcosa? Sta riposando le braccia? Quante volte questi pensieri sono passati per la vostra testa, durante una festa o in qualsiasi altra occasione in cui avete avuto il sospetto che quelle braccia incrociate significassero qualcosa di più?

Incrociare le braccia, a livello istintivo, è un cosiddetto segnale di barriera; vengono usati quando, consciamente o inconsciamente, scatta l’istinto di difesa e si interpongono tra chi ci sta di fronte e il nostro corpo. Gli esempi sono tanti: in guerra si usava uno scudo, in una conversazione sono le braccia a porsi come barriera, in un litigio può essere una sedia, un relatore per difendersi da un pubblico che spaventa può rimanere dietro la cattedra.

Per provare a interpretare il significato delle braccia conserte la prima cosa da fare è verificare la posizione del bacino, se il bacino è portato in avanti durante l’atto di incrociare le braccia, allora è più facile pensare che l’atto sia compiuto con l’intento di stare più comodi, infatti il bacino in avanti fa da appoggio per le braccia che scaricano il peso su di esso e conseguentemente lungo tutte le gambe, in questo caso le spalle dovrebbero naturalmente scendere leggermente verso il basso.
Se invece il bacino non si sposta in avanti e la posizione del nostro interlocutore è piuttosto dritta (o addirittura rigida), in questo caso è lecito pensare che sia un riflesso psicologico di chiusura. In tal caso è utile porre l’attenzione su un paio di aspetti: 1) se sposta il tronco indietro potrebbe essere ancora più forte il sentimento di chiusura che prova in quella situazione, infatti è considerato un accenno alla fuga, 2) poniamo attenzione al momento in cui ha incrociato le braccia, sforziamoci di ricordare cosa abbiamo detto o fatto per provocare quella reazione inconscia ma significativa (e se possibile, proviamo a rimediare!).

A volte, però, questo gesto può assumere anche delle valenze particolari, ad esempio se al termine di un ragionamento una persona incrocia le braccia e abbassa la testa, puntando con lo sguardo fisso in basso sta, in effetti, chiudendosi ma per pensare meglio e facilitare la riflessione, il suo corpo sta momentaneamente trovando rifugio dall’esterno per poter meglio concentrare le energie verso uno specifico pensiero, lo sguardo fisso e in basso taglia fuori dal contatto visivo i nostri interlocutori e cerca un luogo meno dinamico dove riposare lo sguardo e ridurre gli stimoli del mondo circostante (interlocutori compresi).

Un altro esempio può essere quello di incrociare le braccia con le gambe larghe e il mento in alto: questa posa indica aggressività; le braccia sono chiuse per proteggere il busto e prepararsi a un imminente scontro, le gambe comunicano fermezza e il mento superiorità.

Quando entriamo in relazione con qualcuno, i gesti di chiusura tendono a sciogliersi e trasformarsi in segnali di apertura, ad esempio due persone che parlano tra di loro tenendo le braccia incrociate, è probabile che dopo un po’ che parlino tra loro, apriranno progressivamente le braccia per finire in una posizione di apertura. Un facile e veloce metodo per riconoscere delle braccia incrociate per il freddo è far caso alle mani, che in questo caso vanno sempre a finire sotto le ascelle per scaldarsi.

Delle ricerche condotte in America hanno messo in evidenza come effettuare questo gesto porti con sé un doppio problema, oltre che essere considerati meno credibili, è stato effettivamente provato che compromette notevolmente la propria capacità di ascolto e aumenti i pensieri negativi nei confronti dell’interlocutore, quindi state attenti a non incrociare le braccia, a meno che non faccia parte di una vostra strategia comunicativa.

Tratto dal libro: 101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

Gambe incrociate: seduzione e altro

 

Basic instinctSeduti a un bar, stiamo amabilmente chiacchierando con una nostra amica quando lei improvvisamente accavalla le gambe… sarà seduzione o qualcos’altro?
Accavallare le gambe può significare diverse cose, una di questa ci viene tramandata da film come Basic instinct, in cui l’elemento chiave è la seduzione. Le gambe, infatti, sono da sempre considerate uno degli elementi di attrazione più forti nella nostra razza (quella umana, una e indivisibile); va detto che questo gesto è più tipicamente femminile, in primo luogo poiché usano la gonna, ma anche perché hanno gambe più belle degli uomini, con buona pace per tutti i maschi che stanno leggendo. Accavallare le gambe viene usato per mostrare centimetri di carne (di solito parte della coscia) e calamitare, in questo modo, l’attenzione.

L’aspetto tipico della seduzione nel movimento di accavallamento delle gambe è la velocità, più il movimento è lento e più stimola l’interesse di chi ci osserva, se poi il fatale accavallamento delle gambe è accompagnato da uno sguardo d’interesse (contatto visivo diretto e prolungato), allora il gioco è più che esplicito.
Un altro elemento nell’uso delle gambe è legato all’uso dei cosiddetti segnali di barriera (configurazioni del corpo finalizzate alla difesa delle parti più sensibili del corpo stesso, quali il tronco, la gola e il pube); chiudere le gambe, infatti, indica un atteggiamento di difesa nei confronti dell’interlocutore, bisogna però fare attenzione anche su come si accavallano le gambe. Innanzitutto bisogna verificare se la persona di fronte a noi stia accavallando le gambe semplicemente per stare più comodo oppure se l’uso delle gambe è mirato, inconsciamente, a difendere la propria persona da un attacco, sia esso fisico o psicologico, reale o percepito. Ci può aiutare in questo anche la direzione dell’accavallamento: se avviene in direzione opposta all’interlocutore potrebbe essere una barriera; al contrario, se l’accavallamento viene fatto verso l’interlocutore esprime apertura.

Un buon modo per effettuare questa distinzione è quello di verificare il grado di chiusura delle gambe stesse (e se questa chiusura viene rafforzata dal movimento di chiusura delle braccia o dalla protezione del tronco nei confronti dell’interlocutore). In linea di massima, se il punto dove si incrociano le gambe coincide con la zona inguinale si tende ad attribuire il massimo della difesa, se il punto di chiusura è invece all’altezza del ginocchio o più in basso (ad esempio le caviglie), si tende ad assegnare un valore di chiusura molto più basso. È da tenere conto, però, che le donne quando incrociano le gambe, lo fanno prevalentemente all’altezza dell’inguine, questo non vuol dire che indichi sempre il massimo grado di chiusura.
Una curiosità sulle gambe incrociate da seduti è la posizione del quattro (molto diffusa in America e in altre culture che si stanno progressivamente occidentalizzando), in questo modo si mostra l’inguine, questo indica, specialmente in contesti lavorativi, apertura al dialogo e al confronto, ma può anche dimostrare un atteggiamento competitivo, storicamente questa posizione era anche conosciuta dei nazisti, che durante la seconda guerra mondiale, osservavano le persone sedute per riconoscere un americano.
Bisogna però fare attenzione, poiché in alcune zone asiatiche, questo gesto è considerato un vero e proprio insulto perché mostra al nostro interlocutore la suola della scarpa, azione ritenuta offensiva poiché tale parte delle calzature viene a contatto con la sporcizia delle strade.

Ovviamente è sempre utile fare attenzione al momento in cui si accavallano le gambe, se la persona di fronte a noi compie questo movimento quando stiamo parlando di un argomento specifico, forse il nostro discorso non le è così gradito. Se poi, oltre ad accavallare le gambe, l’interlocutore compie altri gesti, come quello di incrociare le braccia o di spostare il busto o la testa all’indietro, allora il senso di chiusura che ci viene comunicato risulta più forte e gli indizi per credere che qualcosa l’abbia infastidito diventano più consistenti.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Facce da Poker

 

Poker faceAnche durante il gioco o lo sport possiamo decifrare alcuni segnali tipici che ci possano aiutare ad avere una lettura migliore dell’aspetto psicologico del nostro avversario in un determinato momento.
Prendiamo come esempio il gioco del poker, che in questi ultimi anni è diventato molto popolare nella versione del Texas Hold’em, un valido giocatore di poker deve essere prima di tutto un ottimo osservatore.
Per intuire quale punto hanno in mano gli altri giocatori è fondamentale studiare attentamente il loro stile di gioco, quali sono i loro comportamenti tipici quando hanno delle carte buone, quando hanno una mano pessima, quando bluffano e quando sono indecisi sul da farsi.

Come primo passo, è utile soffermarci a riflettere sulla seguente situazione, per poi capire come lo stesso principio (per chi non ama il poker) ci possa aiutare nella vita di tutti i giorni.
Dopo il primo giro di puntate, si passa a scoprire le carte comuni (tre per il flop, una per il turn e l’ultima per il river); ebbene non guardatele subito!
L’istinto ci porterebbe a seguire con morbosa curiosità i movimenti delle mani del mazziere che daranno giustizia o meno alle due carte che stiamo tenendo in mano, anche se, in fin dei conti, le carte comuni resteranno sul tavolo per tutta la durata della mano. Concentratevi invece sulle espressioni facciali (micro e macro) e sui movimenti del corpo dei vostri avversari che, invece, dureranno solo qualche frazione di secondo!

Qui entrerà in ballo la vostra capacità di leggere la Poker face che avete davanti, ovvero cercare di comprendere se i nostri avversari hanno ricevuto carte buone o meno (trad. «Faccia da poker», è un espressione che viene spesso usata per indicare l’espressione neutra di un volto, è detta così perché è opinione comune che i giocatori professionisti di poker siano molto abili a controllare e dissimulare le proprie emozioni).
Tenete presente che nel gioco del poker è ammesso il bluff (così come nella vita reale, del resto…), pertanto tutto ciò che i giocatori fanno è condizionato da ciò che essi ci vogliono comunicare consciamente, l’unica occasione in cui comunicheranno sinceramente sarà durante la scoperta delle carte comuni.
I giocatori più esperti che riconoscono di avere questa debolezza usano portare degli occhiali da sole o cappellini o visiere, in modo da rendere questa lettura il più complicata possibile.
Chiaramente questa considerazione è valida per il gioco dal vivo mentre perde totalmente di significato per il gioco on-line.

Ma attenzione: saper leggere correttamente le espressioni degli altri giocatori al tavolo non cambierà le carte che avete… anche se sicuramente vi potrà aiutare nel valutare con maggiore accuratezza le potenzialità della vostra mano rispetto agli avversari.
Allo stesso modo (e qui sveliamo un piccolo trucco usato dagli esperti di linguaggio del corpo…) possiamo abituarci a osservare le reazioni delle persone in presenza di un determinato evento solo se sappiamo staccare la nostra attenzione dall’evento stesso e direzionarla nei confronti delle persone che assistono o agiscono in quell’evento.

Per evento possiamo intendere molte cose, ad esempio una singola frase, l’apparizione di qualcuno o qualcosa nella scena, un piccolo incidente e così via. Con l’avanzare del tempo, se sarete concentrati nell’effettuare questo piccolo esercizio d’attenzione, noterete che la vostra capacità di osservazione sarà aumentata e questo potrebbe tornare utile nelle piccole e grandi situazioni, più o meno complicate, della vita quotidiana.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

A me gli occhi!

 

Durante una normale conversazione di solito ci si guarda nel viso l’uno con l’altro, le persone che guardano spesso il proprio interlocutore comunicano un’immagine positiva di sé poiché, in linea di massima, si viene percepiti dagli altri come più sinceri e capaci; lo sguardo regola anche l’alternanza dei turni nella conversazione, infatti può comunicare l’intenzione di intervenire, segnalare che il proprio turno di parola è terminato, essere guardati indica che si sta per ricevere lo spazio comunicativo, invece quando lo sguardo altrui si allontana segnala che il proprio tempo sta per finire; di solito, per assicurarsi che gli ascoltatori non perdano la parte finale di un discorso, che spesso racchiude proprio il senso dello stesso, si tende a mantenere maggiormente fisso lo sguardo, quando il proprio turno di intervento sta per finire.

Lo sguardo, oltre che a fissare il centro dei nostri occhi, viene spostato in diverse direzioni, questo aiuta la costruzione di rappresentazioni mentali di ciò che viene detto nel discorso. Le persone si guardano fissamente l’un l’altra per un periodo di tempo che va dal 30 al 60 per cento del tempo totale della conversazione e, nel caso del proprio partner, o di qualcuno con cui si abbia un forte coinvolgimento emotivo, la percentuale può salire fino al 75 per cento. Ma quando gli occhi non fissano quelli altrui, dove vanno a guardare? E perché?

I destrimani (cioè i destrorsi, coloro che usano principalmente la mano destra per compiere le azioni quotidiane) guardano alla loro destra per costruire immagini e suoni, mentre lo sguardo va alla loro sinistra quando devono accedere all’area dei ricordi visivi o auditivi che siano; il contrario avviene per i mancini (coloro che usano la mano sinistra), che spostano la pupilla verso sinistra per immaginare figure o rumori, a destra per richiamare la memoria.
Prendiamo in esame una per una le diverse posizioni dell’occhio umano procedendo per ordine come se fosse il quadrante di un orologio, prenderemo come riferimento la posizione soggettiva dei destrimani:

Sguardo in alto a destra: costruzione di immagini, la persona sta immaginando qualcosa, sta usando la fantasia per dare vita a un’immagine mentale; si può osservare questa reazione facendo alla persona una domanda del tipo: «Mi sapresti descrivere una creatura aliena?».

Sguardo laterale a destra: costruzione di suoni, la persona sta creando un suono, inventa una voce o compone mentalmente una musica; si può osservare questa reazione facendo alla persona una domanda come la seguente: «Mi sapresti mimare i versi che emettevano i primi uomini sulla Terra?».

Sguardo in basso a destra: memoria emozionale e richiamo delle sensazioni corporee (cinestesiche), la persona sta accedendo a tutte le sensazioni legate al corpo (ad esempio, quelle legate al tatto) ed emozionali, evocando un’emozione.

Sguardo in basso: ci segnala che la persona si sta concentrando in un modo più intimo, guardare in basso può anche indicare altre sensazioni quali vergogna, rispetto o noia; in alcuni casi può segnalare che la persona sta accedendo alla parte del cervello dedicata al senso del gusto

Sguardo in basso a sinistra: dialogo interno, è come parlare a mente, il dialogo interiore con se stessi avviene, ad esempio, quando si cerca di capire o memorizzare qualcosa.

Sguardo laterale a sinistra: ricordo di suoni, la persona sta ricordando un suono già sentito in precedenza, ad esempio una frase o una canzone ascoltate il giorno precedente; si può osservare questa reazione facendo alla persona una domanda del genere: «Puoi fischiettare una canzone che ti piace?».

Sguardo in alto a sinistra: ricordo di immagini, la persona sta ricordando un’immagine già vista, ricorda qualcosa attraverso l’evocazione di un’immagine già presente nella sua mente; si può osservare questa reazione facendo alla persona una domanda del genere: «Sapresti dirmi che vestiti indossavi ieri?».

Sguardo in alto: escogitare soluzioni, ragionare, concentrarsi su un tipo di memoria che concerne date o nozioni studiate sui libri, in alcuni casi guardare in questa direzione può indicare che si sita accedendo alla parte del cervello dedicata al senso dell’olfatto.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Ti prude il naso?

 

Il naso non è solo l’organo dedicato all’olfatto, nonché alla respirazione e alla fonazione, è anche uno degli elementi fondamentali della fisionomia, essendo collocato al centro del volto, concorre a creare le varie espressioni del viso, aiuta a farsi un’idea del carattere di un individuo e definisce la linea del profilo.

La sua influenza nell’armonia del viso è notevole, non a caso una delle operazioni chirurgiche estetiche più gettonate, al di là dei casi di reale necessità per la salute, è proprio la rinoplastica, volta a modificare la struttura del naso così all’esterno come all’interno.

Il naso è un organo molto sensibile e possiede numerose innervazioni, in particolare la cavità interna, la quale è innervata da rami di diversi nervi: trigemino, infraorbitario, alveolare, olfattivo e fibre del sistema nervoso autonomo, insomma una vera macchina da guerra per quel che riguarda la ricezione di stimoli chimici e ambientali di varia natura. Non ci deve stupire la complessità di quest’organo, basti pensare al naso di molte specie animali che si rivela essere uno strumento ancora più complicato e sensibile, con caratteristiche fisiche incredibili; un esempio sopra tutti è l’olfatto del cane, spesso utilizzato dall’uomo come valido aiuto in diverse circostanze, quali, ad esempio, la ricerca di persone scomparse o sommerse da una valanga e l’individuazione di tartufi.

Lo starnuto avviene spesso in presenza di modificazioni della temperatura o dell’umidità, anche polvere e pollini posso provocare questa rumorosa comunicazione corporea, così come l’esposizione al sole; per non parlare delle persone allergiche che non possono certo festeggiare l’arrivo della primavera ma anzi la vivono (ahi loro!) come la porta a una stagione di antistaminici e difficoltà respiratorie.

Riguardo alla personalità, è interessante notare quali tipi di naso influenzano maggiormente l’idea che gli altri possono farsi di una persona: il naso greco comunica l’idea di durezza a causa dell’incavo del naso poco pronunciato, il naso all’insù, detto anche alla francese, fa pensare a persone vivaci e sbarazzine, solitamente viene considerato come attraente, il naso aquilino, infine, dà al volto un’aria nobile e rigorosa a causa della sua sporgenza. Il naso piccolo comunica un idea di timidezza e compostezza, mentre un naso grande ci rimanda all’idea di generosità, intelligenza e dinamismo, non a caso esiste il detto avere naso per qualcosa, che sta a indicare una particolare propensione per alcuni tipi di attività o campi della vita. Molte facce con nasi particolari, poi, possono ispirare simpatia proprio a causa della loro peculiarità, non a caso diversi comici hanno saputo sfruttare anche il proprio naso per creare un maggiore effetto di empatia con il pubblico, pensiamo al grande Totò!

Il naso pizzica in diverse occasioni, ad esempio in presenza di una forte emozione come la commozione, questo avviene sempre prima dell’inizio del pianto; anche le persone che generalmente non esternano molto i propri sentimenti quando avvertono l’arrivo di un’emozione si grattano prontamente il naso, gesto volto, in questo caso, a fermare il moto emotivo sul nascere, prima che diventi coinvolgente a tal punto da propagarsi a nervi e muscoli facciali e tramutarsi in un’espressione del viso o anche di più. A volte il naso può pizzicare anche se diciamo una bugia; infatti dal nostro cervello possono arrivare dei segnali che fanno pizzicare il naso e, a volte, vedere qualcuno che si gratta il naso mentre parla può essere un indizio di menzogna, se lo fa mentre ascolta forse l’argomento trattato lo mette a disagio per qualche motivo.

Chi si massaggia il naso, magari chiudendo gli occhi, lo fa per ridurre la stanchezza e concentrare le energie mentali; di solito questo massaggio viene effettuato alla base del naso, in corrispondenza degli occhi, ed è tipico delle persone che portano a lungo gli occhiali a causa di un normale indolenzimento della zona. L’effetto di questo massaggio, che di solito dura pochi secondi, è quello di ritrovare l’efficienza mentale stimolando una reazione attraverso le piccole vibrazioni provocate dal gesto, le quali arrivano fin dentro la testa; gli occhi chiusi aiutano, in questo caso, a eliminare ulteriori stimoli esterni per qualche istante.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Perché alcuni tengono gli occhi socchiusi?

 

Sicuramente conoscete qualcuno che ha come abitudine quella di tenere gli occhi stretti, quasi socchiusi, vero? Sperando che tutti questi individui non si siano appena svegliati da un sonno profondo, questo ci comunica qualcosa in accordo con lo studio della fisiognomica.
Queste categorie di persone, tendenzialmente, sono timide, coscienziose e riservate. Dall’esterno tendono a essere viste come individui calmi anche quando sono in situazioni emotivamente coinvolgenti. Un altro aspetto interessante è quello dell’espressione dei sentimenti, questi soggetti potrebbero avere problemi a esprimere i sentimenti più profondi (ma è più frequente la volontà di non esprimerli).
Tenere gli occhi stretti (o socchiusi) spesso serve a proteggersi da una luce intensa, o dall’acqua di un temporale così come dalla sabbia in una spiaggia ventosa. Quindi i nostri occhi, sono da considerarsi come una porta d’accesso e d’uscita del nostro corpo e della nostra mente e non solo, come affermavano gli antichi, lo specchio dell’anima.
Ridurre la possibilità di comunicazione, di scambio (a diversi livelli) con l’ambiente esterno ci porta a dedurre una predisposizione alla difesa del proprio mondo interiore, psicologico ed emozionale (timidi, coscienziosi e riservati).
Questa sorta di barriera che viene eretta dà anche la possibilità di essere calmi, di avere un controllo maggiore sulle proprie reazioni emotive, anche in presenza di stimoli che normalmente attiverebbero l’organismo in maniera abbastanza decisa.
Il fatto (volenti o meno) di esternare in maniera meno intensa i propri sentimenti è un logico riflesso di questo atteggiamento nei confronti della vita stessa e del mondo esteriore, visto più spesso come una minaccia che come un’opportunità da queste persone.
Va notato, però, che qui stiamo parlando di individui che hanno come tratto tipico della loro persona il tenere gli occhi stretti; dobbiamo stare attenti a non includere in questa tipologia chiunque stia stringendo gli occhi per altri motivi. Ad esempio dobbiamo controllare se il nostro interlocutore per caso non abbia il sole o una forte illuminazione sparata in faccia, un’altra particolarità sono le persone con gli occhi chiari, infatti coloro che hanno l’iride di colore verde o azzurro di solito hanno una soglia di sopportazione della luce inferiore rispetto a chi ha gli occhi di colore scuro, di conseguenza anche in presenza di condizioni di luce non particolarmente abbaglianti potrebbero esserne comunque infastidite e stringere gli occhi per proteggersi anche per un periodo di tempo prolungato.
Per entrare positivamente in relazione con persone che tengono gli occhi stretti potrebbe essere utile rompere il ghiaccio mantenendo un tono di voce pacato e una gestualità non eccessiva, per dimostrare la propria disponibilità alla comunicazione senza però invadere lo spazio altrui e dare, in questo modo, il tempo all’altra persona di abituarsi alla nostra presenza e instaurare un vero contatto.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

ARS COMMUNICANDI – “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” (recensione)

 

Avete presente quei tizi che se ne vanno in giro guardando tutti quelli che incontrano con lo sguardo che sembra proprio dire “Siete tutti degli stupidi. Soltanto io so come va il mondo e quali sono le cose giuste da fare e da pensare”? Ebbene, molte volte definiamo questi personaggi con le parole “saccente”, “arrogante”, “presuntuoso” e quant’altro perché il nostro “io”, molto educato, non vuole utilizzare parole troppo dirette. Ma è sempre efficace la “buona educazione” o, in alcuni casi, è forse meglio dire le cose nel modo più diretto e chiaro possibile senza, appunto, fare tanti giri di parole? Francesco Di Fant, uno degli esperti sul linguaggio del corpo più autorevoli in Italia, va direttamente al sodo definendo questi individui con la parola che tutti noi in realtà pensiamo: stronzi. E ne dà una definizione a mio parere impeccabile. Infatti scrive nel suo ultimo libro che si intitola, appunto, Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo (Newton Compton Editori): «[…] i veri comportamenti da stronzo sono riconducibili alla presunzione di superiorità che alcune persone nutrono nei confronti degli altri.
[…] Il vero stronzo ha visione e savoir-faire, è furbo e saccente. Ha un ego smisurato e non si fa scrupoli. Negli anni, per mettersi in mostra, ha imparato addirittura a utilizzare la tecnologia!
Il suo atteggiamento da “so tutto io” si è modificato nel corso del tempo e oggi si nutre della cultura nozionistica di internet, superficiale e a portata di clic, che però permette di millantare un sapere sconfinato». Insomma, se siete degli egocentrici che vogliono far ruotare tutto intorno a sé e, per far questo, vi sentite in dovere di vedere e trattare chi vi circonda come esseri inferiori affinché vi sentiate “importanti”, allora siete degli stronzi. Eh già, perché molte, troppe volte additiamo gli altri senza renderci conto che magari noi siamo peggio di colui o colei che giudichiamo. Ed è proprio questa la caratteristica e la “novità” che mi è sembrato di scorgere in questo nuovo libro di Di Fant rispetto ai tanti altri “manuali sugli stronzi” che si possono trovare in libreria: il fungere da “specchio” sui nostri comportamenti al fine di migliorarli. Naturalmente il libro di Di Fant non si limita solo a questo, bensì descrive tecniche di linguaggio non verbale al fine di poter riconoscere gli stronzi e, di conseguenza, saperli gestire in maniera adeguata. Ma tutto ciò passa, giustamente, dal conoscere e migliorare se stessi prima di poter “operare sugli altri”. Non solo. Affinché possa avvenire tutto ciò in maniera adeguata e veramente utile, è necessario vedere le cose per come sono e non per come, invece, vorremmo che fossero.
Questa è un’altra caratteristica di Francesco Di Fant e delle sue “analisi”: non si muove mai per “teorie esotiche” (cosa che invece è molto comune trovare nei libri self-help), bensì sempre su basi scientifiche e razionali. Scorrendo le pagine del libro, infatti, non passa inosservata l’influenza della “scuola di pensiero” di Paul Ekman, considerato una delle cento persone più influenti del mondo nonché pioniere delle tecniche per riconoscere le emozioni e, quindi, il linguaggio del corpo (se a qualcuno di voi è piaciuta la serie tv Lie to Me sappia che il personaggio è ispirato proprio a Paul Ekman). Nella terza parte del libro, per esempio, intitolata “Un mondo di bugie” Di Fant analizza gran parte delle modalità con cui la gente racconta le menzogne. Cosa particolarmente interessante è il fatto che le bugie non vengono considerate sempre e soltanto “un male” ma, al contrario, spiega chiaramente che spesso sono molto importanti: «Una realtà fatta solo di verità sarebbe insostenibile: la menzogna è infatti nata e cresciuta insieme all’essere umano, attraverso i millenni della sua evoluzione sul pianeta. […] Per cooperare è indispensabile mantenere l’unità sociale del gruppo, e questo è possibile solo se ognuno è disposto a ingannare un po’ se stesso e gli altri con qualche bugia detta a fin di bene». Questa, però, è la parte “positiva”; ma, come dicevamo, il mondo è pieno di stronzi. E infatti «più un individuo è abituato a mentire e più tende ad agire senza scrupoli, senza curarsi delle conseguenze materiali, sociali ed emotive. I bugiardi patologici difficilmente riescono a vivere le relazioni in modo normale, sviluppano un minore attaccamento alle persone rispetto agli altri e vedono la bugia come unico strumento d’interazione».
Dunque, state alla larga dalla gente che mente in continuazione anche di fronte a voi (tipo quelle persone che, ricevendo una telefonata in vostra compagnia, si mettono a raccontare un sacco di balle con perfetta nonchalance): sono degli stronzi patologici!
Ci sarebbe tanto altro da dire su questo libro che, per ovvi motivi di spazio, non posso descrivere. Perciò vi lascio con un profondo aforisma, riportato nel libro, al fine di invitarvi a tenere sempre gli occhi bene aperti:

 

“Come diceva Zarathustra,
nella vita, che tu cammini o ti muovi,
o ti siedi e lo aspetti,
prima o poi uno stronzo lo incontri”

 
Paolo Rossi

Michele Putrino

 
http://arscommunicandi.blogspot.it/2015/10/come-riconoscere-uno-stronzo-al-primo.html

 

Smascherare il proprio partner in 5 mosse

 

La domanda chiave che si rivolge a chi si occupa di questa affascinante disciplina è sicuramente la seguente: «Davvero si può capire se il mio partner mente solo guardandolo in faccia?». Credo che la paura del tradimento sia una delle paure più forti, forse proprio perché legata al nostro istinto di sopravvivenza (il compagno ci protegge e ci aiuta) e legata alle chance di riproduzione.
Lungi dal voler affermare che esiste una soluzione semplice alla questione, sicuramente ci sono dei modi per scoprire degli indizi (che, lo sottolineo, non valgono come una prova certa…) che ci possono rivelare segnali di tensione particolare ed eventualmente anche una menzogna bella e buona.
Tra gli altri, anche Marc Salem, studioso di linguaggio del corpo nonché famoso mentalista americano, ha scritto sull’argomento (il mentalismo è un tipo di illusionismo il cui scopo è far credere di possedere una sorta di sesto senso in grado di leggere la mente degli altri). In realtà l’analisi della menzogna è affare complesso e sempre complicato da elementi psicologici e personali; tra i tanti suggerimenti che si possono dare proviamo a indicare dei facili consigli per cercare di smascherare il proprio partner, uomo o donna, in cinque mosse.

  • La dilatazione delle pupille è un sintomo di menzogna, e siccome gli occhi non mentono mai, la dilatazione della pupilla rimane uno dei segnali più forti del nostro corpo, anche perché è un riflesso automatico del nostro organismo in condizioni di stress fisiologico.
  • A volte nascondere le mani in tasca, dietro la schiena o sotto le braccia o le ascelle evidenzia nervosismo e il gesto potrebbe indicare che si sta inconsciamente nascondendo la verità o qualche informazione scomoda.
  • La difficoltà a deglutire è un segnale di stress, la bocca diventa asciutta e non possiamo farci niente, la saliva che viene prodotta è deglutita, di solito, in modo involontario e un’evidente deglutizione denota proprio difficoltà nell’ingoiare sotto stress.
  • Occhio alla voce: un cambiamento nel tono di voce può essere il risultato di un riflesso nervoso che incide sulla respirazione e, di conseguenza sulla fonazione delle parole; alcuni esempi possono essere un cambiamento nel tono, nella velocità o nelle pause della voce.
  • L’insicurezza di chi sta mentendo viene spesso tradita dallo schema domanda-domanda, piuttosto che dal più lineare domanda-risposta, nel caso in cui il vostro partner vi risponda a una domanda con un’altra domanda (ancora peggio se tenta di cambiare argomento… praticamente un suicidio) probabilmente avete toccato un punto caldo dell’argomento e dovreste cercare di approfondire.

Dopo la lettura di questi consigli potete sperimentare con i vostri occhi con chi vi parla queste piccole attenzioni che ci rivelano delle tracce di bugia; ricordandovi però che esistono anche piccole bugie a fin di bene, le cosiddette white lies (“bugie bianche”)… ma soprattutto non cominciate a vedere inganni, cospirazioni e tradimenti ovunque!

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012