Il movimento fisico aiuta a pensare?

 

Alcune volte, quando faccio lezione di Comunicazione Non Verbale a classi di adulti, capita che qualcuno si metta a disegnare abbassando la testa sul foglio proprio nel bel mezzo della spiegazione, come in tutte le classi che si rispettino. Un modo che ho sempre adottato per interrompere tale distrazione, senza mettere in imbarazzo di fronte agli altri la persona colta in flagrante, è quello di camminare lentamente, senza interrompere il discorso, verso la persona che sta scarabocchiando, fino ad arrivarci accanto o dietro e rimanere sulla posizione alcuni secondi sempre senza smettere di parlare. Il più delle volte basta questo per dissuadere il novello Van Gogh dalla sua creazione estemporanea matita su carta, ricomponendo la sua attenzione verso le mie parole.

A volte però ho notato che questa tattica non ha sortito effetto sul disegnatore, il quale non ha smesso di impiastricciare il foglio e tantomeno ha alzato la testa per guardare chi si fosse piazzato di fianco a lui, al che, colto da curiosità, a fine lezione ho fatto qualche domanda ai più accaniti scarabocchiatori di fogli. Sono rimasto inizialmente sorpreso nel constatare che essi non solo non sono stati affatto distratti dall’atto di disegnare, ma che invece sono riusciti a cogliere collegamenti e idee che indicano un alto livello di attenzione verso i contenuti della lezione. Come è possibile tutto ciò?

Alcuni esperimenti sull’ascolto dicotomico (ovvero l’ascolto contemporaneo di due audio differenti, uno da sinistra e una da destra) indicherebbero esattamente il contrario: quando il cervello è impegnato a prestare attenzione nello stesso momento a due situazioni differenti (siano essi due discorsi, due spezzoni video, ecc.) la performance di ascolto e percezione è notevolmente più bassa di quando si presta attenzione ai singoli elementi.

Ma in questo caso, visto che la natura dei compiti è diversa (disegnare implica la vista, mentre ascoltare coinvolge l’udito) possiamo dire che l’attuazione di gesti meccanici già programmati, in qualche modo, nel nostro cervello, aiuta a concentrarci, a riflettere e a pensare meglio, in poche parole possiamo dire che il movimento fisico aiuta il movimento mentale.

È curioso notare che una delle grandi scuole filosofiche greche, la scuola peripatetica fondata da Aristotele, prendeva il suo nome da questo curioso aspetto del movimento. Questo termine viene dal greco peripatetikòs e deriva dall’unione di due parole: perì (essere o muoversi intorno) e patèo (cammino); peripatos vuol dire quindi «passeggiata». Aristotele era solito tenere le sue lezioni passeggiando nel giardino della scuola, non sappiamo se il grande filosofo sapesse che camminare aiuta concretamente il dinamismo del pensiero, di sicuro è stato qualcosa che ha avvertito come naturale e istintivo e in seguito non ne ha mai fatto a meno.

Scarabocchiare permette al cervello di separare le informazioni visive da quelle auditive, escludendo la vista dai processi attivi dell’attenzione. L’attivazione di percorsi (pattern) di comportamento già programmati nel nostro cervello permette a quest’ultimo di mettere il pilota automatico per quel che riguarda una specifica operazione (disegnare, camminare, ecc.), e liberare risorse mentali (esattamente come fosse la cpu di un computer) per concentrarsi al meglio su altri compiti, nella situazione menzionata la mia voce che spiegava la lezione. Un inconveniente di questa strategia mentale è che se al discorso sono connesse informazioni visive (slide, grafici, gesti della persona che parla, ecc.) queste sono inevitabilmente perse proprio a causa della scelta di privilegiare il canale auditivo a discapito di quello visivo. Il contrario avverrebbe, ad esempio, se mettessimo delle cuffie durante una lezione e ci concentrassimo solamente sull’aspetto visivo della stessa; in questo caso saremmo molto più attenti alle informazioni di natura visiva a discapito di quelle auditive.

La situazione più tipica in cui si scarabocchia è quando si parla al telefono: la dimensione visiva, in tal caso, è pressoché azzerata, rimanendo così in gioco la dimensione verbale e quella paraverbale, la persona può così effettivamente prestare più attenzione ai contenuti del discorso e, in maniera automatica, sarà anche più attenta a quegli aspetti sottili del parlato come i diversi elementi paraverbali (ritmo, tono, pause, esitazioni, ecc.); questo potrebbe aiutare a interpretare, al di là della sole parole, le reali intenzioni dell’interlocutore.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

“Oltre le parole…” – Seminario sulla CNV a Roma (23-06-2016)

 

OLTRE LE PAROLE… : quando è il corpo a parlare
giovedì 23 giugno 2016, ore 19:00

Seminario sul significato del nostro linguaggio non verbale. Nel dialogo con gli altri parla anche il nostro volto, la posizione del corpo e il modo in cui ci muoviamo.
L’incontro si propone di conoscere e svelare le nostre parole non dette e quindi a comprendere meglio la nostra vera identità.

Durata: 1 h
Sede: Studio IPRA – Viale Parioli, 160, sc. destra, 3° piano
Docenti: Dott.ssa Marta Falaguasta (Psicologa-Psicoterapeuta) e Dott. Francesco Di Fant (Esperto di comunicazione e linguaggio del corpo)
Costo: € 20,00
Prenotazione obbligatoria: m.falaguasta@libero.it

 

Perchè allo stadio si diventa aggressivi?

 

Esiste un concetto in psicologia che prende il nome di “ridefinizione del significato della situazione”, ovvero il contesto può influenzare gli individui al punto da annullare la consapevolezza personale, via via sostituita da comportamenti eteronomici, ovvero guidati da fattori esterni quali l’autorità, i gruppi d’appartenenza e le regole istituzionali.

Col termine “stato eteronomico” si intende un comportamento non basato su scelte autonome, ma imposte dall’esterno. I soggetti etrano in una determinata situazione sociale con un bagaglio comportamentale autonomo, col tempo però la libera scelta diventava sempre più difficile e la maggioranza dei soggetti può spingersi oltre i propri valori per lasciare spazio a una condotta regolata dall’esterno.

Esempi di questo fenomeno possono essere quotidianamente osservati nel tifo da stadio o nel più preoccupante fenomeno delle bande o “gang” giovanili e della psicologia del “branco”, dove la soggettività viene messa in disparte, con un rassererante senso di deresponsabilizzazione, per lasciar spazio a comportamenti impersonali spesso aggressivi.

Come accennato, un luogo tipico in cui l’uomo mostra una particolare regressione è allo stadio; infatti, anche gli uomini adulti adorano i giochi con la palla e scatenano la loro energia e passione sugli spalti. Inoltre, va considerato che gli sport con la palla simboleggiano un ritorno all’attività di caccia praticata dalle tribù primitive; la palla inseguita dai calciatori rappresenterebbe, in questo modo, la preda inseguita dai cacciatori e le squadre rappresentano le diverse “tribù” di appartenenza.

Per questo motivo si vedono uomini e donne di tutte le estrazioni sociali che allo stadio possono temporaneamente “perdere il senno” e mettere in atto comportamenti dettati dalla passione e dall’aggressività, piuttosto che dalla ragione e dal buon senso, come urlare a squarciagola, insultare gli avversari e, nel peggiore dei casi, litigare o venire alle mani con altri tifosi sugli spalti.

 

Tratto e adattato dal libro: “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2014.

 

Chi disprezza compra?

 

Il motto popolare recita più o meno così, più precisamente dice: «Chi disprezza, compra»; ma, a parte qualche sottile tattica di negoziazione per abbassare il prezzo di un bene o per ottenere un favore, credo fermamente che questo motto valga più per la favola di Esopo La volpe e l’uva che nella realtà quotidiana degli eventi.

In generale, è vero che si può simulare un certo distacco, se non disgusto, da qualcosa e prenderne le distanze come fosse una tattica per poter prendere tempo e studiare l’altro, o per meglio riflettere su come agire per entrare in possesso dell’oggetto dei desideri. I movimenti dei muscoli facciali non sono del tutto controllabili e, quando entrano in gioco le emozioni, vengono alla luce segnali automatici che un attento osservatore può individuare.

Il disprezzo, a livello emozionale, è il fratello minore del disgusto; infatti appartengono alla stessa famiglia, ma il disprezzo viene spesso mostrato a livello corporeo con segnali più sottili del disgusto vero e proprio, anche a causa dell’impatto psicologico del disprezzo, che è inferiore a quello del disgusto. Il disgusto è il sentimento della repulsione (nei confronti di qualcosa legato ai cinque sensi, come odori, rumori, immagini, sapori e sensazioni tattili); ciò che non piace a qualcuno può piacere a qualcun altro, perché da individuo a individuo i gusti cambiano; però i segnali del disgusto, così come li ha decifrati lo scienziato Paul Ekman, sono universali.

Il disprezzo è diverso poiché è una sorta di disgusto sociale che attiva in maniera minore la reazione muscolare, segnala un disgusto non direttamente connesso al nostro apparato sensoriale, come detto in precedenza, ma è bensì legato a un’idea che non ci piace (l’idea di una persona, di un’azione riprovevole, di un racconto spiacevole, ecc.), piuttosto che qualcosa di fisico (odore, sapore, immagine); il disprezzo è fortemente legato all’evoluzione della società, dei ruoli e delle aspettative culturali, oltre che individuali. Come riconoscere queste emozioni quando vengono a galla e come distinguerle?

Cominciamo dal disgusto, che si manifesta principalmente nella parte inferiore del volto; i segnali indicativi sono i seguenti: il labbro superiore si solleva, arricciando in questo modo la punta del naso, le guance si sollevano, innalzando la palpebra superiore, il viso mantiene questa conformazione muscolare per qualche secondo. La bocca e il naso, con il movimento dei muscoli facciali, tendono a chiudersi; il labbro superiore che si alza verso il naso provoca un’occlusione parziale delle narici, come se non si volesse entrare in contatto con un odore o un sapore spiacevole; anche gli occhi si stringono, a causa del movimento delle guance, come a filtrare un’immagine non gradita o dei vapori fastidiosi. Altri elementi che possono rafforzare l’espressione del disgusto sono: labbro inferiore sollevato e premuto contro il labbro superiore o abbassato e lievemente sporgente, palpebra inferiore sollevata che forma delle pieghe sottostanti, sopracciglia che scendono abbassando la palpebra superiore.

Il disprezzo si differenzia dal disgusto poiché i movimenti dei muscoli facciali sono asimmetrici, si verificano cioè solo in una metà del viso; il disprezzo viene tecnicamente definito come una «variazione della bocca disgustata a labbra serrate». Se immaginate di tracciare una linea verticale immaginaria che separi il volto in due, vedrete come la faccia sia composta da due metà che esprimono cose diverse, infatti quella che mostra disprezzo avrà i sopracitati muscoli messi in movimento dal disgusto. Inoltre i movimenti dei muscoli sono meno marcati che nel disgusto, poiché, nel caso del disprezzo, non è necessario proteggere il nostro organismo da elementi esterni che non vogliamo lasciar entrare, quindi i movimenti di chiusura di bocca, naso e occhi sono meno intensi e appaiono sul viso appena accennati. Delle varianti leggermente più beffarde del disprezzo sono quelle in cui, sempre su una sola metà del viso, appaiono segnali legati al sorriso, apparentemente positivi, come un angolo della bocca sollevato o appaiono segnali legati alla sorpresa come un sopracciglio alzato.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.