Quanti volti sai riconoscere? – David Matsumoto

Chi è quella persona nel tuo ufficio? Sul tuo autobus? In televisione?

Molti di noi sono costantemente “bombardati” da volti diversi, e può essere difficile tenere traccia o persino ricordare alcuni volti familiari! Eppure, perché succede questo?

In un recente articolo in Proceedings of the Royal Society, un team di ricercatori ha cercato di analizzare se creiamo una sorta di elenco o catalogo di facce che conosciamo. In altre parole, quanti volti siamo capaci di ricordare in un dato momento? Mentre trovano una media di circa 5000 volti ricordati, la variazione individuale sembra giocare un enorme fattore nella capacità di riconoscere i volti.

È importante sottolineare che questo non è un documento che descrive ciò che la nostra memoria è in grado di conoscere. Piuttosto, stanno cercando di determinare quanti volti le persone tendono a conservare nella loro memoria di lavoro. È interessante notare che la maggior parte della ricerca antropologica rileva che gli esseri umani tendono a piccoli gruppi di circa 100 persone, ma questo deve essere messo a confronto con le richieste della società moderna di riconoscere una moltitudine di volti ogni giorno.

Ci sono, naturalmente, molti tipi di riconoscimento facciale, in generale, che complicano questo sforzo. Ad esempio, potremmo riconoscere volti di persone che non abbiamo mai incontrato o che non abbiamo mai visto di persona, oppure potremmo non riconoscere qualcuno se visto in un nuovo contesto. Per la precisione, questo articolo ha cercato di verificare se il riconoscimento facciale fosse inibito quando si vedeva una faccia familiare in contesti nuovi.

Questo è stato valutato utilizzando un progetto sperimentale. Ai partecipanti sono stati mostrati 3441 personaggi pubblici e gli hanno chiesto quali hanno riconosciuto. Questi personaggi pubblici sono stati casualmente intervallati da lievi variazioni di quelle stesse facce per altre 3441 volte, quindi ogni faccia è stata vista due volte. Ciò ha permesso ai ricercatori di osservare se il viso fosse stato richiamato da un’esposizione precedente.

Questo è solo un tipo di riconoscimento facciale, tuttavia, infatti i ricercatori hanno dovuto confrontarsi con la moltitudine di persone che vediamo ogni giorno e che conosciamo personalmente. Questo è stato osservato dando ai partecipanti chiari criteri per ciò che costituiva una “memoria facciale” e chiedendo loro di scrivere dettagliati rapporti personali di coloro che conoscono personalmente, comprese le persone che potrebbero semplicemente capitare di vedere ogni giorno sull’autobus.

Combinando i tassi di richiamo di personaggi famosi con resoconti di persone conosciute personalmente, i ricercatori si sono basati su metodi statistici per ricavare una stima media di circa 5000 persone riconosciute, anche se questa stima si trova di fronte a un’incredibile varianza individuale da circa uno a diecimila, a seconda del partecipante.

Queste stesse differenze individuali erano presenti durante ogni tentativo di controllo della solidità del test. Ciò significa che i ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in diverse gruppi e hanno anche modificato le misure di richiamo in casi meno rigorosi. Ad esempio, ciò implicava non osservare se riconoscono entrambi i volti in una coppia di immagini di un personaggio famoso, ma se riconoscono qualunque immagine.

Che cosa ci insegna questo sul riconoscimento facciale? Questo ci dice che le persone hanno abilità incredibilmente diverse per riconoscere i volti in tali contesti. Alcune persone potrebbero essere poco abili in questo.

Tuttavia, dato il modo in cui il riconoscimento facciale è intrecciato con il riconoscimento emotivo, non si tratta di una capacità innata, questa può essere allenata come qualsiasi altra abilità.

Le Microespressioni distinguono la verità dalle bugie – David Matsumoto

Finalmente la prima prova scientifica che le microespressioni sono una chiave per il rilevamento delle menzogne!

Mentre c’è stato un consenso generale sul fatto che le microespressioni giochino un ruolo significativo nel rilevamento dell’inganno per decenni, in realtà non è mai stato pubblicato uno studio di ricerca in una rivista scientifica sottoposta a peer review che documentasse tale affermazione.

Fino ad ora.

Nuove ed entusiasmanti prove provengono dai dottori David Matsumoto e Hyisung Hwang di Humintell, in un articolo pubblicato di recente su Frontiers in Psychology. Nel loro studio, hanno cercato di determinare se le microespressioni potevano indicare in modo affidabile l’inganno in un finto esperimento criminale. Alla fine, hanno scoperto che le microespressioni servivano come guida utile sia nel rilevare la menzogna che nella valutazione della cattiva condotta futura.

In realtà, studi precedenti hanno cercato di documentare l’effetto delle microespressioni come indicatori di inganno. Ma la ricerca passata non ha valutato efficacemente le microespressioni. È stato condotto un esperimento con un finto crimine, ai partecipanti è stato detto di mentire o dire la verità durante un’intervista simulata. Sia il colloquio di preparazione che l’esperimento reale sono stati modellati il ​​più fedelmente possibile sulle procedure di applicazione della legge nel mondo reale.

Poiché le ricerche passate hanno scoperto che le microespressioni sono culturalmente universali, i partecipanti includevano gli europei nati in america, gli americani e gli immigrati cinesi. Durante le interviste, ogni partecipante è stato filmato e le loro espressioni sono state analizzate attentamente.

Dopo aver eseguito queste finte interviste, i comportamenti facciali sono stati codificati manualmente dagli esperti per determinare se erano presenti microespressioni. Le emozioni venivano quindi raggruppate come negative, come paura e rabbia, o positive, come la felicità.

Si è scoperto che i bugiardi e chi diceva la verità avevano manifestazioni di espressioni nettamente diverse, con i bugiardi che mostravano microespressioni marcatamente più negative.

Questo non solo aiuta a dimostrare che le microespressioni negative possono essere utilizzate per determinare l’inganno, ma la durata media di queste microespressioni era relativamente costante tra 0,4 e 0,5 secondi.

Questo studio, quindi, non solo ha fornito le prime prove scientifiche che le microespressioni possono aiutare a rilevare l’inganno, ma ha anche contribuito a promuovere ulteriori ricerche guardando in modo critico a ciò che costituisce una microespressione.

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CoachMag Club – Prima sessione sulla Comunicazione Non Verbale

👥 È iniziato un nuovo modulo nel CoachMag Club, il Club dei Coach Eccellenti, la prima community di Coach professionisti che ti forma all’eccellenza, ti informa su ogni aspetto della professione e porta al livello superiore il tuo business da Coach!

A formare i Coach e gli aspiranti tali all’interno del CoachMag Club è il turno adesso del nostro Francesco Di Fant, uno dei massimi esperti italiani di Comunicazione Non Verbale, consulente e formatore presso aziende nazionali e multinazionali.

👁 All’interno del CoachMag Club tratterà temi specifici relativi alla Comunicazione Non Verbale, condividendo alcuni aspetti teorici e, soprattutto, le numerose applicazioni pratiche di questa disciplina: dal Public Speaking all’analisi della Menzogna, passando per l’utilizzo del Linguaggio del Corpo come strumento attivo di comunicazione e come mezzo di analisi del comportamento gestuale altrui, anche in situazioni complesse.

Su quale tema ci formerà nello specifico Francesco in queste due settimane?

💥 L’argomento è di grande importanza per la nostra professione, si tratta di: “Comunicazione Non Verbale per i Coach: il linguaggio del corpo”… siamo già tutti pronti, con occhi e orecchie ben aperti!

Ecco l’anteprima in questo video di Francesco… buona visione!

P.S. Vuoi unirti al Club dei Coach Eccellenti? Iscriviti qui: ➡ http://www.coachmag.it/coachmag-club/ Ti aspettiamo! 😉

Elementi del sistema Paraverbale: istruzioni per l’uso – Copia Originale

Negli articoli precedenti abbiamo parlato del sistema paraverbale, dei suoi elementi e di come vengano espresse e riconosciute le emozioni attraverso la qualità della voce e i suoni prodotti.

Il sistema paraverbale, in parole semplici, indica l’insieme dei suoni emessi nella comunicazione verbale, rappresenta il “come” si parla.

Come abbiamo avuto modo di vedere, gli elementi principali della comunicazione paraverbale (o paralinguistica) sono: 1) tono e melodia, 2) ritmo, 3) volume, 4) velocità, 5) imprecisioni e chiarezza delle parole, 6) pause e silenzi.

Dopo aver esaminato la loro funzione nel precedente articolo, vorrei condividere con voi degli utili suggerimenti per utilizzare tali elementi al meglio nella comunicazione con gli altri, andiamo ad analizzarli uno per uno:

1) TONO E MELODIA

  • Per comprendere perfettamente il concetto di tono basti pensare alle note della scala musicale.
  • Il tono non dovrebbe essere troppo basso (greve) (pericolo di incomprensibilità).
  • Il tono non dovrebbe essere troppo alto (acuto) (pericolo di creare fastidio).
  • Il tono andrebbe modulato creando una sorta di melodia musicale, alternare toni bassi e toni alti è utile per non risultare monotoni, tenere alto il livello di attenzione e risultare interessati alla conversazione e all’altra persona.

2) RITMO

  • Il ritmo può essere cadenzato, sincopato, musicale e alternato. Basti pensare al ritmo che danno le percussioni e la batteria nella musica.
  • E’ bene mantenere un ritmo abbastanza cadenzato nella conversazione, senza però risultare meccanici e noiosi.
  • Il ritmo è il primo indizio sonoro per capire la lingua madre di un individuo.

3) VOLUME

  • Usando un volume troppo basso si corre il rischio di non essere chiaramente comprensibili, inoltre segnala una scarsa energia e uno scarso interesse verso l’altro.
  • Usando un volume troppo alto si corre il rischio di creare fastidio e di sembrare agitati o aggressivi.
  • E’ bene utilizzare un volume della voce sostenuto facendo attenzione a non alzarlo troppo.

4) VELOCITA’

  • Parlare troppo lentamente fa sì che la persona provi noia o che si distragga e inizi a pensare ad altro. Comunica anche scarsa energia e scarso interesse verso l’altro.
  • Parlare troppo velocemente fa sì che l’altra persona non capisca tutte le parole pronunciate, inoltre questo atteggiamento comunica e trasmette ansia.
  • Bisognerebbe trovare una giusta misura nella velocità del parlato (180-200 parole al minuto).
  • si tende a rallentare la velocità di parola quando si espongono concetti di particolare rilevanza o che riteniamo poco conosciuti dagli interlocutori.
  • si tende ad accelerare la velocità di parola quando si utilizzano termini che usiamo spesso e con cui abbiamo familiarità.

5) IMPRECISIONI E CHIAREZZA DEL PARLATO

  • Per imprecisioni nel parlato si intendono atteggiamenti quali: parole troncate, lapsus verbali, errori di sintassi, grammaticali o di pronuncia, trascinamenti (“ehm… mmm…”), eccessive ripetizioni (es. “cioè, cioè…”).
  • Queste imprecisioni nel modo di parlare, quando presenti in gran numero, danno l’idea di essere poco sicuri di quello che si dice e che si fa, inoltre potrebbero comunicare scarsa preparazione o interesse.
  • Per pronunciare le parole in modo chiaro è bene sforzarsi di muovere in maniera efficace i muscoli della bocca per articolare bene tutte le sillabe stando attenti a non abbassare troppo il volume della voce, in particolar modo nella parte iniziale o finale della frase.

6) PAUSE E SILENZI

  • Il silenzio è necessario nella comunicazione, infatti se non ci fosse il silenzio non ci sarebbe riflessione, inoltre le parole si distinguono le une dalle altre grazie agli “spazi bianchi” tra una e l’altra. Il silenzio è come una tela bianca su cui dipingere le parole.
  • Un eccessivo uso del silenzio e delle pause possono annoiare o distrarre l’interlocutore, rallentare la comunicazione o bloccarla del tutto.
  • Un buon comunicatore sa usare in modo adeguato le pause nel parlato e anche i momenti di silenzio (di solito si usa una piccola pausa prima di esprimere un concetto importante o una parola chiave).

Francesco Di Fant

Milano, li 10 Gennaio 2019

https://www.copiaoriginale.it/post/elementi-del-sistema-paraverbale-istruzioni-per-l-uso

Babbo Natale e la menzogna – David Matsumoto

Come vi sentite a mentire ai vostri figli a proposito di Babbo Natale?

Mentre alcuni genitori si preoccupano dell’impatto del mentire ai loro figli su questa famosa leggenda natalizia, è possibile che a lungo andare questo sia meglio per loro. Questo è ciò che la dottoressa Kristen Dunfield, professoressa di psicologia dello sviluppo, ha sostenuto in un recente articolo. Certamente, le preoccupazioni hanno il loro ruolo, ma lei sostiene che il processo di comprendere la verità può essere un bene per il loro sviluppo.

In realtà, credenze fantastiche, come quella di Babbo Natale, possono portare ad alcuni sviluppi positivi nella psiche di un bambino. Questo può includere quelle che sono note come “abilità di ragionamento controfattuale”, che fondamentalmente implicano la capacità di un bambino di pensare in modo creativo e fuori dagli schemi.

Non c’è nemmeno molto da fare per favorire questa convinzione. Come afferma la dottoressa Dunfield, la credenza in Babbo Natale è estremamente popolare tra i bambini, ma essi tendono a comprendere la verità entro gli otto anni circa. Ciò significa che non solo l’onere di promuovere il mito non ricade sul genitore, ma nemmeno il dovere di dissiparlo.

Questo stesso processo di arrivare a capire che Babbo Natale non è reale può anche essere utile da una prospettiva evolutiva. Capendo che le azioni magiche non sono realmente possibili, i bambini sono portati a sviluppare e applicare il pensiero critico al mondo che li circonda.

Questo stesso metodo di pensiero critico è spesso evidente quando i bambini più grandi iniziano a testare i miti, ponendo domande difficili su come Babbo Natale possa riuscire a circumnavigare il globo, per esempio.

L’obiettivo di un genitore, per la dottoressa Dunfield, non deve essere quello di sostenere tale storia o di essere, al contrario, il “Grinch” che dissipa la storia felice. Invece, i genitori possono incoraggiare gli impulsi creativi dei loro figli, chiedendo loro di pensare da soli attraverso le loro domande.

La dottoressa, ad esempio, raccomanda “semplicemente di rimandare al bambino la loro stessa domanda, consentendo al bambino di fornire spiegazioni per se stesso”. Piuttosto che rispondere sull’esistenza o meno di Babbo Natale, un genitore potrebbe rispondere “Non so, come pensi che la slitta voli? “

Questo può aiutare molti di noi con il dilemma se mentire o meno ai nostri figli. Mentre l’inganno in famiglia è comune, ciò non significa che sia particolarmente desiderabile. Tuttavia, semplicemente permettendo ai bambini di arrivare a capire il mondo da soli, la questione può davvero essere rivolta al loro vantaggio cognitivo.

Si potrebbe persino sostenere che questo tipo di processo può aiutare a legare insieme una famiglia, a discutere la questione di Babbo Natale e a usare il mythos come una sorta di tradizione festiva basata sulla famiglia. Non solo potrebbe essere un modo divertente per trascorrere del tempo con un bambino, ma può anche aiutare a forgiare la coesione familiare durante la stagione festiva.

Questo può essere particolarmente importante, dato che il modo in cui trascorriamo le vacanze può avere un impatto significativo su quanto sia piacevole il tempo passato insieme. Ad esempio, in un articolo precedente abbiamo discusso di come i rituali familiari aumentassero sensibilmente la soddisfazione nella vita e riducessero la solitudine sociale. Un altro articolo si è concentrato su come l’interazione sociale, e non l’affidamento eccessivo al consumo di regali, possa rendere più felici le vacanze in modo significativo.