Sigarette e Linguaggio del Corpo

 

Nell’immaginario collettivo un semplice oggetto, come una normale sigaretta, può essere visto come un simbolo di sesso e potere, morte e desiderio. Celebrità quali Jean-Paul Belmondo, Greta Garbo e Sean Connery col suo James Bond, non sarebbero state le stesse stelle inarrivabili avvolte da un alone di mistero senza la loro immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto senza il loro modo di fumarla, manipolarla, modulare le espressioni del viso e sbuffare il fumo nell’aria circostante.

Durante l’atto di fumare una sigaretta, le espressioni del viso in qualche modo accompagnano tale gesto, non solo a livello fisiologico per seguire la muscolatura della bocca, ma anche intensificando lo sguardo, ammiccando un sorriso e via dicendo. Bisogna però stare attenti alle smorfie involontarie, ad esempio è tipico assumere un’espressione di disgusto se il fumo va negli occhi o se sentiamo uno strano sapore in bocca.

Anche le mani del fumatore giocano il loro ruolo, tamburellare e manipolare la sigaretta è una cosa abbastanza comune di chi vive una situazione più tesa del solito. La sigaretta viene comunemente impugnata in modi diversi a seconda del sesso, le donne tendono a tenere la sigaretta rivolta verso l’alto tenendola tra indice e medio, gli uomini, invece, sono soliti tenere la sigaretta dritta o nascosta nel palmo mantenendola tra il pollice e l’indice. Inoltre, spegnere la sigaretta in un colpo solo equivale a dire «basta», come se il gesto rappresentasse un pugno sul tavolo, normalmente viene spenta più lentamente con diversi colpi schiacciandola ripetutamente sul fondo del portacenere.

Anche le posture del nostro corpo sono state influenzate da anni di cultura iconica legata alle bionde sigarette, qualche esempio? La posizione da duro che ci possono ricordare le vecchie star hollywoodiane del genere western, piede su una roccia, sguardo stretto e puntato verso l’orizzonte e (a scelta) braccia incrociate e petto inclinato in avanti o braccia sui fianchi e petto in fuori, per non parlare delle pose lascive di certe dive di mezzo secolo fa, la posizione delle dita citata in precedenza contribuisce anche alla creazione di tale immagine.

Un altro aspetto da analizzare è il fumo: sbuffarlo in alto di solito è considerato un gesto rude, poiché in questo modo è molto facile dare fastidio alle persone intorno a noi, mandare il fumo in alto, però, può anche significare che il fumatore sta sul punto di prendere una risposta positiva, nel caso che stia meditando una decisione, e indica in generale una personalità positiva, sicura e aggressiva, che comunica un senso di superiorità. Sbuffare il fumo in basso, invece, denota la persona come negativa, diffidente e misteriosa e può indicare che sta per dare una risposta negativa.

Il fumo può anche funzionare da vera e propria barriera fisica: questa cortina delimita uno spazio aereo personale in cui viene meno naturale entrarci per chi sta intorno; sbuffare il fumo in faccia è considerato un segnale di aggressività, però se soffiato con delicatezza sul viso di una persona che ci attrae, funziona come gioco di seduzione, la persona che viene inondata dal nostro fumo è costretta a condividere la nostra stessa aria, allo stesso modo la nuvola di fumo, invece che delimitare una barriera, può anche funzionare come spazio esclusivo per due persone in cui il corteggiatore voglia fare entrare il corteggiato.

Il fumo, come accennato, era anche un segnale di corteggiamento, addirittura un rito per le vecchie generazioni, anche il gesto di accendere la sigaretta a una donna faceva parte di un galateo perduto e in quel gesto, ad esempio, si poteva esprimere virilità, sensualità e attrazione allo stesso tempo, in un gioco di sguardi e piccoli rituali di movimento.

E siccome non c’è fumo senza fuoco, vale la pena accennare a qualche curiosità sulla gestualità connessa all’accendino, se si gioca col fuoco, nel vero senso della parola, i significati posso essere diversi: accenderlo e fissare la fiamma segnala un desiderio di tenerezza, affetto e amore, accendere e spegnere ripetutamente la fiamma invece indica generalmente aggressività o rabbia.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il linguaggio non verbale della testa

 

Durante una comunissima giornata compiamo centinaia di movimenti con il capo, normalmente scuotiamo la testa per dire no o per mostrare la nostra disapprovazione, annuiamo per dire sì o per incitare il nostro interlocutore a proseguire nel suo discorso, abbassiamo la testa per vergogna o per ripararci da vento e sole; questi e molti altri piccoli e grandi movimenti vengono compiuti in maniera più o meno cosciente, ma siamo sicuri di saper leggere quello che la testa vuole dirci?

Posizioni della testa: Tra le varie posizioni che la testa può assumere, quella inclinata verso il basso è sicuramente quella che comunica maggiormente negatività. La testa china può essere indizio di insicurezza, timidezza, aggressività o disapprovazione da parte altrui, ad esempio, se vi trovate nel mezzo di una discussione o in una riunione d’affari. Invece, le persone che tendono ad avere la testa inclinata tendono a essere aperte all’ascolto, generose e interessate alla relazione con l’altro; in natura, il fatto di restare con il collo scoperto è pericoloso, poiché lasciamo alla mercé dei predatori una delle parti più sensibili del nostro corpo; questo atteggiamento denota principalmente sottomissione e aiuta il rapporto con gli altri, a causa della manifesta non aggressività. Un atteggiamento neutro e imparziale hanno, invece, le persone che tendono a mantenere il capo dritto, valutando la situazione prima di esprimersi; se il mento risulta alzato può essere indice di arroganza e superiorità nei confronti di chi parla o dell’argomento trattato.

Quando la testa è in movimento: Il gesto di abbassare la testa è tipico di chi si vuole scusare e indica principalmente sottomissione; anche in presenza di un forte spavento si alzano le spalle e si abbassa la testa per proteggersi istintivamente da qualcosa; il collo un attimo prima è esposto all’ambiente circostante e un momento dopo spalle e testa concorrono a chiudere l’accesso a chiunque; è anche un modo per occupare meno spazio sembrando, in questo modo, meno minacciosi.

Ruotare il capo a destra e sinistra è considerato indizio di un atteggiamento negativo; è tipico di chi ascolta e non è d’accordo con le parole dell’interlocutore; se una persona afferma qualcosa scuotendo il capo ci sono buone probabilità che stia mentendo; il nostro cervello attribuisce solitamente maggiore importanza alla gestualità della testa, che alle parole ascoltate.

Scuotere la testa in alto e in basso è considerato un segno positivo, specialmente se accompagnato da un sorriso; è generalmente considerato un gesto di approvazione, sia mentre si parla, che mentre si ascolta. Questo gesto, che è diffuso in gran parte del mondo, è stato oggetto di studi e dalle ricerche emerge che esso è contagioso al pari di uno starnuto; infatti, se usato durante una conversazione, l’effetto è quello di rinforzare l’approvazione da parte dell’interlocutore e al tempo stesso di creare un’atmosfera positiva nel dialogo. Inoltre se si annuisce con movimenti lenti si induce la persona di fronte a noi a parlare più a lungo e ad aprirsi maggiormente; spesso i venditori esperti usano questo innocente gesto per indurre il potenziale acquirente a sbottonarsi di più e rivelare informazioni utili per la vendita stessa; diventa più difficile opporre un secco «no» durante una conversazione in cui il nostro interlocutore si dimostri positivo con tale gesto che spesso, come detto prima, viene ripetuto automaticamente dall’altra persona.

Cenni parziali della testa, invece, possono avere significati diversi a seconda della culture, come ad esempio nei Paesi arabi, dove un singolo movimento del capo verso l’alto significa «no»; in India per dire «sì» la testa viene inclinata lateralmente a sinistra e destra; un singolo gesto verso il basso, in molte culture, viene considerato un segnale di assenso, ma anche in questo caso, è sempre meglio conoscere le culture con cui si viene a contatto, per evitare, perlomeno, di fare brutte figure indesiderate.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il corpo parla anche nel sonno

 

Il regno di Morfeo è senza ombra di dubbio un luogo unico e magico; al termine di una lunga giornata il nostro fisico e la nostra mente finalmente si rilassano per concedersi qualche ora d’oblio rigenerante (si spera). Emozioni e pensieri consci lasciano il posto all’inconscio e all’avvento del sogno; così come la nostra psiche, anche il nostro corpo si libera ed esprime quello che di giorno, a volte, tiene sotto controllo.

La nostra personalità più profonda spesso si esprime proprio sotto il manto del sonno e la posizione che preferiamo per addormentarci o nella quale dormiamo può svelare alcuni aspetti della nostra persona.

La posizione più comune per dormire è la classica posizione fetale, quasi la metà delle persone dorme in questo modo; la postura richiama appunto quella di un feto e tecnicamente è la posizione migliore per minimizzare la dispersione del calore corporeo. Le persone che assumono questa posizione sono ritenute sensibili e, a volte, possono essere timide nelle situazioni nuove; se inoltre abbracciano il cuscino o si abbracciano da soli, questo può essere indizio di un bisogno di affetto e rassicurazione.

Chi invece dorme in una posizione distesa a pancia in alto, con le braccia lungo i fianchi, sono in genere persone pacate e riservate, non amano il rumore e la confusione, sono organizzate e attente a fare le cose nel modo giusto.

Coloro che dormono distesi sul fianco, con le braccia in basso, tendono ad avere un carattere espansivo e fiducioso, amano socializzare e stare in mezzo agli altri.

Invece le persone che dormono stese sul fianco, ma con le braccia sollevate all’altezza del viso, sono considerate persone aperte ma attente a valutare tutto attentamente.

Anche quelli che dormono proni, ovvero a pancia in giù, di solito sono persone che apparentemente si trovano bene con gli altri, ma che possono diventare permalose e suscettibili.

Meno comune è la posizione di chi dorme con le braccia alzate; questa caratteristica indicherebbe una personalità sicura di sé e indipendente, pronta all’ascolto e ben disposta nei confronti dell’amicizia e dell’aiuto reciproco.

Vediamo anche come interagiamo con il nostro cuscino: stringerlo equivale, come detto prima, a un bisogno di protezione; mettere la testa sotto di esso, invece, indica una personalità decisa, che evita le mezze misure. Dormire senza il cuscino corrisponde a un carattere equilibrato, ma a volte troppo critico con se stesso; chi respinge il cuscino nel sonno, invece, indica un bisogno di libertà; coloro che, al contrario, usano più di un cuscino sono considerati edonisti, fantasiosi, ma anche un po’ pigri.

Anche il modo con cui conviviamo con le coperte può essere importante: chi si avvolge stretto in esse comunica il bisogno di sicurezza; quando le lenzuola ci avvolgono completamente come una mummia, testa compresa, potrebbe segnalare addirittura la forte necessità di una fuga dalla realtà. Dormire con i piedi che escono fuori dalle coperte o dal letto è indice di una personalità libera, estroversa e spontanea, ma anche un po’ confusionaria.

Il linguaggio del corpo può anche essere un termometro per la vita sessuale e affettiva della coppia: la posizione fetale a specchio è quella che indica il massimo grado di affinità; anche la posizione a tandem, ovvero abbracciati con la schiena di uno poggiata al petto dell’altro, è un segnale di una vita affettiva soddisfacente. Se si dorme uno a pancia in alto e l’altro con la testa poggiata sul petto altrui, può essere indice di una ricerca di protezione da parte di chi sta sopra; una posizione che può indicare un malessere affettivo è quella in cui si è voltati uno da una parte e uno dall’altra, evitando anche il contatto con la schiena.

Il linguaggio del corpo che riposa può essere diverso, come abbiamo visto, e per analizzare quanto detto finora vanno considerati anche alcuni fattori ambientali che possono influenzare la postura (specialmente se si condivide lo stesso letto); ci sono persone che dormono completamente al buio e alcune che si sentono a disagio e gradiscono che filtri un po’ di luce.

Bisogna poi considerare i rumori, come ad esempio il russare, che è più facile se si dorme con la pancia in alto. Inoltre, possiamo essere abituati a dormire solo in un lato specifico del letto; potremmo avere a che fare con qualcuno che scalcia o si muove molto durante il sonno (chiaro segnale d’irrequietezza), trasformando così il materasso in un ring notturno, considerando che alcune persone si svegliano addirittura con i piedi del partner sul cuscino.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Lapsus gestuali

 

I lapsus gestuali o motóri hanno principalmente la funzione di essere una sorta di valvola di sfogo inconscia; uno psicologo che spese molte energie nell’analisi dei lapsus fu il famoso Sigmund Freud, il quale affermò che i contenuti che vogliamo reprimere inconsciamente, poiché intensi a livello emotivo, possono eludere questa particolare autocensura e uscire allo scoperto attraverso dei lapsus (dal latino «cadere»), oltre che tramite i sogni e l’umorismo.

Un interessante documentario “Secrets of body language”, del canale satellitare americano History Channel, spiega che spesso i lapsus gestuali sono quelli che tradiscono un delinquente; ad esempio quando un criminale vede un agente di polizia istintivamente tocca per un istante l’arma o l’oggetto del reato, come a controllare che ci sia ancora; gli agenti di polizia sono allenati a notare questi piccoli gesti che li facilitano nel loro lavoro quotidiano di tutori dell’ordine; oppure un ladro che abbia appena nascosto la refurtiva tenderà istintivamente a guardare qualcosa che non vorrebbe che fosse visto, di solito lo sguardo indica proprio la direzione del nascondiglio.

Un lapsus gestuale è una parte di azione, un frammento di gesto non portato a termine; questo gesto è fuori del controllo del soggetto e può variare in grandezza e in intensità, di solito è la prima parte del gesto quella che si mette in atto; se l’azione è di breve durata (ad esempio uno sguardo) è probabile che il lapsus gestuale riveli l’intera azione. A causa del fatto che l’azione è volontariamente inibita, ma una parte sfugge al controllo della persona, la variabilità dei lapsus gestuali è fortemente influenzata dalla personalità e dall’autocontrollo che hanno i singoli soggetti.

Un classico esempio è quando si dice di no, mentre si scuote la testa come a dire di sì, altre volte si urta ripetutamente contro gli oggetti circostanti, questo è indice di disagio nei confronti dell’ambiente o della situazione; tramite questi lapsus il corpo parla e ci comunica quello che a volte le parole non riescono o non vogliono esprimere. Un altro esempio sono le false partenze; se due persone sono impegnate in una conversazione e una delle due comincia a muoversi o a dondolare da un lato solo, è un indizio della volontà di andarsene; questo gesto è la prima parte del movimento del camminare, infatti prima di compiere il primo passo si sposta il peso del corpo in quella direzione.

Due tipi di gesti sono maggiormente soggetti ai lapsus gestuali; gli illustratori, gesti che sono usati per dare enfasi al discorso, il comune gesticolare, e i manipolatori, gesti che toccano il corpo o oggetti per alleviare la tensione.
I lapsus motóri possono anche essere considerati indizi di menzogna se visti alla luce del contesto e soppesati con altri indizi che puntano nella stessa direzione; alcuni gesti che possono rientrare in questa categoria sono quelli che mostrano una parte della combinazione gestuale dell’insicurezza, fra cui alzare le spalle, tenere la bocca con gli angoli delle labbra rivolti in basso, mostrare i palmi delle mani verso l’alto e innalzare le sopracciglia.

In una interessante ricerca condotta dallo psicologo Paul Ekman, in cui si cercava di stabilire delle corrispondenze fra gesti ed emozioni specifiche, risultò che tale connessione era particolarmente forte in due gesti: quello del dito medio alzato e del lieve sollevamento delle spalle. Il primo si presenta in presenza di rabbia, il secondo quando la persona è scossa; entrambi venivano effettuati con un’alta frequenza, in modo parziale e non del tutto visibile al destinatario o all’interlocutore.

Bisogna ricordare di stare attenti a qualsiasi interpretazione ed essere cauti nel giudicare o azzardare ipotesi; abbiamo più volte detto che, in linea di massima, un solo indizio non è una prova e che è sempre bene considerare un ragionevole dubbio; questo vale in particolar modo nel caso dei lapsus gestuali che spesso mostrano solo una piccola porzione del gesto, il che li rende di difficile lettura se non analizzati con cura e prestando attenzione anche ad altri fattori.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il linguaggio assertivo del corpo

 

La varietà umana si può osservare ogni giorno, in particolar modo nelle relazioni interpersonali, luogo di incontro e scontro di personalità, ruoli e maschere. L’equilibrio, come in molte altre cose della vita, è sempre consigliato nel delicato approccio all’altro; a volte non sembra essere facile parlare con qualcuno, specie se incontriamo persone troppo aggressive o passive rispetto al nostro modo di relazionarci con le parole e con il corpo.

Sempre più spesso si sente utilizzare un termine che, fino a non molto tempo fa, era pressoché sconosciuto: assertività. La parola indica un atteggiamento che serve ad affermare in modo fermo, ma non aggressivo, le proprie idee e opinioni in considerazione di quelle altrui.

Prima di capire come essere assertivi con il prossimo, vediamo di comprendere i quattro stili principali della comunicazione umana, elaborati sulla base di due indicatori: trasparenza comunicativa (alta/bassa) e focus (autodiretto/eterodiretto); i quattro stili comunicativi sono: manipolativo, passivo, aggressivo, assertivo.

Gli atteggiamenti menzogneri sono:
l’atteggiamento manipolativo (autodiretto/dissimulativo) si denota per l’obiettivo di nascondere informazioni all’altro o fare un doppio gioco comunicativo per raggiungere i propri scopi; spesso è un comportamento adottato nella vendita e nella negoziazione.

l’atteggiamento passivo (dissimulativo/eterodiretto) tende a evitare il conflitto e i toni violenti, è conciliante, non mostra sicurezza nelle sue idee, che possono cambiare con facilità, spesso rinuncia a esprimere le proprie opinioni in modo deciso, cerca spesso di non prendere responsabilità. Ciò può accadere per paura di offendere, scambiando la sottomissione per educazione e gentilezza, spesso è dovuto al timore di perdere l’approvazione altrui.

Gli atteggiamenti sinceri sono:
l’atteggiamento aggressivo (trasparente/autodiretto) si preoccupa di far prevalere la propria personalità e le proprie idee con forza, prendendo poco in considerazione l’altro che viene visto come un ostacolo; fortemente sollecitatore ascolta poco ed è poco disposto alla negoziazione; a volte questo comportamento può indicare un sentimento di inferiorità nei confronti degli altri che spinge ad anticipare il confronto, oppure un’eccessiva autostima e una conseguente sottovalutazione delle esigenze altrui.

l’atteggiamento assertivo (trasparente/eterodiretto), che prende il considerazione l’altro, sia come rispetto della persona che delle idee, porta avanti le proprie convinzioni in maniera positiva e lascia spazio al dubbio e alla spiegazione da una parte e dall’altra; cercando di trovare un sano equilibrio relazionale e comunicativo. Il corpo ci può dare una mano in questo; possiamo assumere una postura assertiva e rinforzarla con gesti consoni che sono funzionali ed entrare in un rapporto armonioso con l’altro. Per quanto riguarda la voce, usate un tono di media estensione, deciso, caldo, chiaro e a volume medio; è consigliabile strutturare il discorso in modo fluente e senza esitazioni, dare in modo appropriato enfasi e ritmo sulle parole chiave. Il viso dovrebbe esprimersi liberamente assecondando le emozioni; ridere se si è contenti e accigliarsi in caso di collera, la mascella dovrebbe essere rilassata e non si dovrebbe esagerare con espressioni mutevoli e faccette simpatiche. Stabilire il contatto degli occhi è sempre importante; in questo caso bisogna mantenerlo senza fare in modo di imbarazzare l’altro, tenete lo sguardo mobile su tutto il viso e non fissate solamente la zona degli occhi per non sembrare aggressivi. I gesti della mani dovrebbero essere misurati e tenete i palmi aperti e in vista; mantenete il più possibile la testa eretta e state seduti in posizione dritta, né incurvati in avanti, né sdraiati all’indietro, rimanendo comunque rilassati.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Perchè ci guardiamo intorno?

 

Eccoci a una festa, siamo assorti in una piacevole conversazione con altre persone quando una di queste comincia a guardarsi intorno, come se stesse cercando qualcuno o qualcosa con lo sguardo.

A volte la persona in questione sta effettivamente osservando per vedere se una persona attesa sia arrivata o meno; ma, molto più spesso, questo segnale del corpo ci porta a credere che il nostro interlocutore stia letteralmente cercando una via di fuga.

Sicuramente questo atteggiamento indica poca attenzione e interesse nei nostri confronti (o riguardo al tema di cui stiamo parlando), ma è interessante notare che quasi tutti adottano questa sottile tecnica di fuga (perlomeno mentale) in maniera inconsapevole. Se fate caso al vostro linguaggio del corpo noterete che in presenza di una persona logorroica, poco gradita o nel mezzo di un argomento che non ci interessa tendiamo automaticamente a cercare intorno a noi altri punti d’interesse che, a livello psicologico, sono considerati delle vere e proprie scappatoie (quanto è vero che è più interessante riordinare i calzini nei cassetti piuttosto che parlare con alcune persone…).

Un esempio molto pratico di questo atteggiamento è l’addestramento che agenzie governative come fbi e cia adottano con i propri agenti segreti (come in film famosi come The Bourne Identity e Ronin) per analizzare e cercare istintivamente tutte le possibili vie di fuga in un ambiente in caso di necessità (spesso la necessità per un agente segreto coincide con la propria sopravvivenza).

Ovviamente nel caso sopracitato in cui stiamo facendo due chiacchiere a una festa, l’urgenza non è quella di salvarsi la pelle ma perlomeno di salvare il nostro cervello (almeno dalla noia) con una distrazione automatica verso altri oggetti presenti nell’ambiente che ci circonda.

A volte, invece, potrebbe essere un vezzo della persona, ovvero un modo di fare abbastanza frequente che ripropone quasi in tutte le situazioni; al di là di quello che possiamo dire o fare, queste persone tenderanno naturalmente a guardarsi spesso intorno. In linea di massima può indicare due cose: un eccessivo movimento oculare può essere indizio di tensione ed eventualmente di paura; senza arrivare a definire paranoiche queste persone, il fatto di muovere continuamente gli occhi rientra nella spiegazione data in precedenza, che evidenzia il fatto di cercare vie di fuga e di vedere se è presente qualcuno che non si gradirebbe incontrare.

Un’altra interpretazione può essere quella di avere di fronte a noi una persona che ha i pensieri più mobili di altri individui, ossia non riesce a soffermare la propria attenzione su un pensiero fisso e ha bisogno di spaziare tra differenti idee. In entrambi i casi è evidente che il significato dei movimenti oculari non è da ricondurre a qualche evento particolare intorno a noi o a qualche atto di cui ci possiamo sentire, in qualche modo, responsabili.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Mani in “fallo”

 

A chiunque segua il calcio o abbia visto anche distrattamente qualche partita non sarà sfuggito che i calciatori che vanno a formare la barriera, davanti a un avversario che deve calciare il pallone, mettono le mani davanti ai genitali; in questo caso è chiara la funzione di protezione fisica, atta a fare da scudo per la parte delicata, ma quali altri significati, a livello simbolico e psicologico, può portare con sé tale gesto?

Perché tale zona è considerata tanto sacra? Sicuramente per il fatto che è la parte dove risiede il nostro sesso e la nostra fertilità.

Tra le diverse pulsioni dell’uomo, l’istinto sessuale è uno dei più forti; insieme al resto dei comportamenti inconsci fa parte di un codice che abbiamo scritto nel nostro organismo fin dalle origini. Cogliamo l’occasione per chiarire un aspetto su cui spesso si fa confusione; si crede che l’istinto sessuale sia solamente funzionale alla riproduzione, in realtà essi sono due aspetti che viaggiano su due binari paralleli, ma diversi. Infatti la voglia di accoppiarsi serve piuttosto, da un punto di vista evolutivo, a creare un forte legame nella coppia, che in questo modo può durare a lungo e di conseguenza assicurare ai vulnerabili cuccioli della specie la sopravvivenza, considerando che lo svezzamento dell’animale uomo è particolarmente lungo rispetto alla maggior parte delle specie animali. Altre letture che pongono l’istinto sessuale come subordinato all’atto della riproduzione sono, in genere, il risultato di aspetti culturali o religiosi.

Detto questo, vediamo come il gesto di portare le mani a difesa della zona che rappresenta a livello simbolico la parte istintiva dell’uomo, abbia assunto diversi significati comunicativi nel corso dell’evoluzione della comunicazione umana.
Questo segnale è chiamato di barriera, in quanto va a formare una protezione per il proprio corpo e, oltre al piano fisico, assume anche valenze psicologiche; chi si copre i genitali dimostra, il più delle volte, di provare imbarazzo in un dato contesto o vergogna; questo può essere spesso legato al comune senso del pudore che vige in una data società o alla paura di non sentirsi all’altezza di un compito o di una situazione.

Oltre che coprire tale zona a una certa distanza, il gesto può anche essere effettuato con il contatto delle mani con gli organi stessi; toccarsi i genitali è infatti un gesto naturale che nei bambini fa parte di un processo evolutivo che si accompagna alla progressiva scoperta del proprio corpo e del mondo. Se questo gesto è effettuato da un adulto può indicare un tentativo di sopire i bollenti spiriti, oltre che desiderio sessuale (come accennato in precedenza) che viene a galla in questo modo risvegliando fisicamente la parte in causa.

Ma tale gesto può anche indicare dominanza nei confronti altrui o voglia di dominare in una specifica situazione; in questo senso può allora anche essere visto come una reazione a un senso di inferiorità che viene vissuto con disagio; perlopiù questa condizione avviene tra uomini in nome di un antico senso di dominanza fisica e sociale. L’atto serve, in questo caso, a ribadire di essere un maschio e questo avviene, in particolare, in presenza di un concorrente.

Concludiamo anche sulla valenza scaramantica che tale gesto assume al giorno d’oggi; sembra che tale pratica fosse già in uso nell’era Romana (pre-Cristiana) e che sia collegata con una credenza popolare detta l’occhio del male; infatti, la tradizione recita che se una persona avara si metteva a fissare un individuo o i suoi beni, poteva arrecare danno a questi. Il fatto che i genitali siano la sede della fertilità spiega perché questo gesto servisse a scacciare gli influssi malefici; toccandoseli si proteggeva la futura discendenza del proprio sangue e va ricordato che a quei tempi la prole era davvero considerata un grandissimo valore. Col tempo le cose sono cambiate e tale gesto ha assunto un valore catartico al di là della singola credenza da cui ha, probabilmente, preso piede. Oggi lo si può osservare in diverse situazioni che vengono genericamente considerate come portatrici di sfortuna; l’uso, invero, si è esteso addirittura anche a situazioni dove si cerca di attrarre la fortuna, come ad esempio nel gioco.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il movimento fisico aiuta a pensare?

 

Alcune volte, quando faccio lezione di Comunicazione Non Verbale a classi di adulti, capita che qualcuno si metta a disegnare abbassando la testa sul foglio proprio nel bel mezzo della spiegazione, come in tutte le classi che si rispettino. Un modo che ho sempre adottato per interrompere tale distrazione, senza mettere in imbarazzo di fronte agli altri la persona colta in flagrante, è quello di camminare lentamente, senza interrompere il discorso, verso la persona che sta scarabocchiando, fino ad arrivarci accanto o dietro e rimanere sulla posizione alcuni secondi sempre senza smettere di parlare. Il più delle volte basta questo per dissuadere il novello Van Gogh dalla sua creazione estemporanea matita su carta, ricomponendo la sua attenzione verso le mie parole.

A volte però ho notato che questa tattica non ha sortito effetto sul disegnatore, il quale non ha smesso di impiastricciare il foglio e tantomeno ha alzato la testa per guardare chi si fosse piazzato di fianco a lui, al che, colto da curiosità, a fine lezione ho fatto qualche domanda ai più accaniti scarabocchiatori di fogli. Sono rimasto inizialmente sorpreso nel constatare che essi non solo non sono stati affatto distratti dall’atto di disegnare, ma che invece sono riusciti a cogliere collegamenti e idee che indicano un alto livello di attenzione verso i contenuti della lezione. Come è possibile tutto ciò?

Alcuni esperimenti sull’ascolto dicotomico (ovvero l’ascolto contemporaneo di due audio differenti, uno da sinistra e una da destra) indicherebbero esattamente il contrario: quando il cervello è impegnato a prestare attenzione nello stesso momento a due situazioni differenti (siano essi due discorsi, due spezzoni video, ecc.) la performance di ascolto e percezione è notevolmente più bassa di quando si presta attenzione ai singoli elementi.

Ma in questo caso, visto che la natura dei compiti è diversa (disegnare implica la vista, mentre ascoltare coinvolge l’udito) possiamo dire che l’attuazione di gesti meccanici già programmati, in qualche modo, nel nostro cervello, aiuta a concentrarci, a riflettere e a pensare meglio, in poche parole possiamo dire che il movimento fisico aiuta il movimento mentale.

È curioso notare che una delle grandi scuole filosofiche greche, la scuola peripatetica fondata da Aristotele, prendeva il suo nome da questo curioso aspetto del movimento. Questo termine viene dal greco peripatetikòs e deriva dall’unione di due parole: perì (essere o muoversi intorno) e patèo (cammino); peripatos vuol dire quindi «passeggiata». Aristotele era solito tenere le sue lezioni passeggiando nel giardino della scuola, non sappiamo se il grande filosofo sapesse che camminare aiuta concretamente il dinamismo del pensiero, di sicuro è stato qualcosa che ha avvertito come naturale e istintivo e in seguito non ne ha mai fatto a meno.

Scarabocchiare permette al cervello di separare le informazioni visive da quelle auditive, escludendo la vista dai processi attivi dell’attenzione. L’attivazione di percorsi (pattern) di comportamento già programmati nel nostro cervello permette a quest’ultimo di mettere il pilota automatico per quel che riguarda una specifica operazione (disegnare, camminare, ecc.), e liberare risorse mentali (esattamente come fosse la cpu di un computer) per concentrarsi al meglio su altri compiti, nella situazione menzionata la mia voce che spiegava la lezione. Un inconveniente di questa strategia mentale è che se al discorso sono connesse informazioni visive (slide, grafici, gesti della persona che parla, ecc.) queste sono inevitabilmente perse proprio a causa della scelta di privilegiare il canale auditivo a discapito di quello visivo. Il contrario avverrebbe, ad esempio, se mettessimo delle cuffie durante una lezione e ci concentrassimo solamente sull’aspetto visivo della stessa; in questo caso saremmo molto più attenti alle informazioni di natura visiva a discapito di quelle auditive.

La situazione più tipica in cui si scarabocchia è quando si parla al telefono: la dimensione visiva, in tal caso, è pressoché azzerata, rimanendo così in gioco la dimensione verbale e quella paraverbale, la persona può così effettivamente prestare più attenzione ai contenuti del discorso e, in maniera automatica, sarà anche più attenta a quegli aspetti sottili del parlato come i diversi elementi paraverbali (ritmo, tono, pause, esitazioni, ecc.); questo potrebbe aiutare a interpretare, al di là della sole parole, le reali intenzioni dell’interlocutore.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Chi disprezza compra?

 

Il motto popolare recita più o meno così, più precisamente dice: «Chi disprezza, compra»; ma, a parte qualche sottile tattica di negoziazione per abbassare il prezzo di un bene o per ottenere un favore, credo fermamente che questo motto valga più per la favola di Esopo La volpe e l’uva che nella realtà quotidiana degli eventi.

In generale, è vero che si può simulare un certo distacco, se non disgusto, da qualcosa e prenderne le distanze come fosse una tattica per poter prendere tempo e studiare l’altro, o per meglio riflettere su come agire per entrare in possesso dell’oggetto dei desideri. I movimenti dei muscoli facciali non sono del tutto controllabili e, quando entrano in gioco le emozioni, vengono alla luce segnali automatici che un attento osservatore può individuare.

Il disprezzo, a livello emozionale, è il fratello minore del disgusto; infatti appartengono alla stessa famiglia, ma il disprezzo viene spesso mostrato a livello corporeo con segnali più sottili del disgusto vero e proprio, anche a causa dell’impatto psicologico del disprezzo, che è inferiore a quello del disgusto. Il disgusto è il sentimento della repulsione (nei confronti di qualcosa legato ai cinque sensi, come odori, rumori, immagini, sapori e sensazioni tattili); ciò che non piace a qualcuno può piacere a qualcun altro, perché da individuo a individuo i gusti cambiano; però i segnali del disgusto, così come li ha decifrati lo scienziato Paul Ekman, sono universali.

Il disprezzo è diverso poiché è una sorta di disgusto sociale che attiva in maniera minore la reazione muscolare, segnala un disgusto non direttamente connesso al nostro apparato sensoriale, come detto in precedenza, ma è bensì legato a un’idea che non ci piace (l’idea di una persona, di un’azione riprovevole, di un racconto spiacevole, ecc.), piuttosto che qualcosa di fisico (odore, sapore, immagine); il disprezzo è fortemente legato all’evoluzione della società, dei ruoli e delle aspettative culturali, oltre che individuali. Come riconoscere queste emozioni quando vengono a galla e come distinguerle?

Cominciamo dal disgusto, che si manifesta principalmente nella parte inferiore del volto; i segnali indicativi sono i seguenti: il labbro superiore si solleva, arricciando in questo modo la punta del naso, le guance si sollevano, innalzando la palpebra superiore, il viso mantiene questa conformazione muscolare per qualche secondo. La bocca e il naso, con il movimento dei muscoli facciali, tendono a chiudersi; il labbro superiore che si alza verso il naso provoca un’occlusione parziale delle narici, come se non si volesse entrare in contatto con un odore o un sapore spiacevole; anche gli occhi si stringono, a causa del movimento delle guance, come a filtrare un’immagine non gradita o dei vapori fastidiosi. Altri elementi che possono rafforzare l’espressione del disgusto sono: labbro inferiore sollevato e premuto contro il labbro superiore o abbassato e lievemente sporgente, palpebra inferiore sollevata che forma delle pieghe sottostanti, sopracciglia che scendono abbassando la palpebra superiore.

Il disprezzo si differenzia dal disgusto poiché i movimenti dei muscoli facciali sono asimmetrici, si verificano cioè solo in una metà del viso; il disprezzo viene tecnicamente definito come una «variazione della bocca disgustata a labbra serrate». Se immaginate di tracciare una linea verticale immaginaria che separi il volto in due, vedrete come la faccia sia composta da due metà che esprimono cose diverse, infatti quella che mostra disprezzo avrà i sopracitati muscoli messi in movimento dal disgusto. Inoltre i movimenti dei muscoli sono meno marcati che nel disgusto, poiché, nel caso del disprezzo, non è necessario proteggere il nostro organismo da elementi esterni che non vogliamo lasciar entrare, quindi i movimenti di chiusura di bocca, naso e occhi sono meno intensi e appaiono sul viso appena accennati. Delle varianti leggermente più beffarde del disprezzo sono quelle in cui, sempre su una sola metà del viso, appaiono segnali legati al sorriso, apparentemente positivi, come un angolo della bocca sollevato o appaiono segnali legati alla sorpresa come un sopracciglio alzato.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Tanatosi e paura

 

Quante volte vi è capitato di assistere a un litigio? E quante volte avete fatto caso al povero amico dei litiganti che si ritrova, suo malgrado, nel mezzo della baruffa?

La cosa più affascinante da osservare è la postura da statua di sale che di solito assume il poveretto che assiste alla lotta tra titani, e quanto più è feroce la discussione e ristretto lo spazio di azione della scena (che potremmo definire per l’occasione un’arena), più lo sfortunato spettatore si irrigidisce e sembra persino che trattenga il respiro per non farsi notare.

Questo fenomeno prende il nome di tanatosi (dal dio della mitologia greca Thanatos che personificava la morte) ed è un comportamento degli animali di difesa o di attacco, a seconda che si tratti di preda o predatore.

L’etologia, la disciplina che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale, ha messo in evidenza questo aspetto anche nel mondo umano e viene usato, principalmente come meccanismo inconscio di fuga. La reazione istintiva dell’uomo al pericolo (l’istinto di attacco/fuga) in questo caso viene attuata in modo molto particolare che si basa su un inganno della percezione del movimento che potrebbe segnalare la propria presenza attiva, la nostra attenzione è naturalmente attratta dagli oggetti in movimento piuttosto che da quelli fermi. Il movimento indica vitalità nel regno animale e molti predatori non amano le prede già morte… avete presente gli agnelli che stirano le zampe e si fingono morti se spaventati o se percepiscono un grave pericolo? Altri animali, come l’opossum, addirittura emettono gas o liquidi corporei maleodoranti che simulano l’odore della decomposizione… neanche voi mangereste una bistecca maleodorante, non è vero?

Nell’uomo la tanatosi si manifesta con una rigidità del collo e degli arti e la tendenza a spostare la testa, se non tutto il corpo, all’indietro rispetto, come nell’esempio in apertura, al luogo del litigio. Lo sguardo di solito si sposta in basso, in alternativa segue la scena se c’è la reale possibilità di un pericolo fisico.

A volte anche in una situazione di paura eccessiva, che sfocia nel panico, una possibile reazione potrebbe includere questa particolare forma di immobilizzazione del corpo, laddove altre persone reagirebbero in un altro modo, fuggendo o affrontando il nemico (dobbiamo considerare il meccanismo della paura utile all’essere umano in quanto permette un veloce adattamento del corpo alle condizioni psicologiche e fisiche ottimali per un’adeguata reazione).

Molto più spesso ricorriamo inconsapevolmente a questa tecnica in maniera più leggera nella nostra vita quotidiana: «fare gli indiani» è esattamente il modo di dire che maggiormente si avvicina a questo comportamento. Qualche esempio: negare l’attenzione a un mendicante mantenendo lo sguardo sul giornale e mantenendosi rigidi in questa posizione, non rispondere a una domanda collettiva o indirizzata a noi fingendo di essere sovrappensiero e continuando a fare esattamente l’azione che si stava facendo in precedenza.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Sorrisi sinceri

 

Tante volte si sorride per cortesia o per circostanza, a volte si ride di gusto, altre ancora un sorriso può apparire sul nostro volto in maniera più sottile, tutti questi tipi di sorriso hanno in comune una cosa: potrebbero essere falsi. La differenza tra un sorriso falso, sociale e uno vero è poca, ma è comunque possibile distinguerlo.

Ci sono persone che riescono con maggiore naturalezza a contraffare un sorriso, rispetto ad altri segnali emozionali, poiché è un tipo di interazione con l’altro che si ripete molto spesso e ripetutamente; anche l’abilità di falsificare un sorriso è diventata più sottile man mano che la civilizzazione ha preso piede nella razza umana.

Il sorriso, che nell’uomo si manifesta già dopo cinque settimane di vita, insieme al pianto è uno dei primi segnali che il bambino impara per comunicare con il mondo esterno: il pianto attira l’attenzione, il sorriso seduce. In realtà, andando a scavare fino agli albori della nostra razza questo gesto tanto gentile e premuroso era usato come segno di sottomissione per evitare lo scontro con altri esemplari più dotati fisicamente. Per questo molti personaggi di potere dosano i sorrisi proprio per non sembrare sottomessi.

Negli scimpanzé infatti esistono due tipi differenti di sorriso: il sorriso di sottomissione e il sorriso di gioco. Il sorriso di sottomissione, o pacificatorio, è un’espressione di paura, mette in mostra i denti e assume una specie di sorriso ritraendo e abbassando gli angoli della bocca, creando così l’impressione di un uomo sorridente; il sorriso di gioco, invece, mostra gli angoli della bocca e degli occhi piegati verso l’alto e i denti non rimangono stretti ma spesso si aprono mostrando l’interno della bocca, come quando una persona sta ridendo di gusto. Riconoscere un sorriso per le nostre scimmiette antenate era necessario per distinguere gli individui amichevoli da quelli ostili, poiché spesso la posta in gioco era la sopravvivenza stessa.

Uno dei primi a effettuare delle ricerche vere e proprie sul sorriso fu il neurologo francese Guillaume Duchenne de Boulogne, il quale affermò (a ragione) sin dal 1800 che sono principalmente due gli elementi di un sorriso autentico più difficili da contraffare in un sorriso forzato o comunque non spontaneo: la palpebra inferiore presenta rughe sottostanti, ma soprattutto negli angoli esterni degli occhi compaiono le cosiddette zampe di gallina, ovvero il corrugamento della zona laterale dei muscoli degli occhi (muscolo orbicolare dell’occhio Orbicularis oculi).
È importante anche porre attenzione alle cosiddette rughe d’espressione, ovvero la conformazione delle rughe sul viso formatasi nel corso degli anni a forza di muovere i muscoli facciali; alcune persone riflettono, con le proprie rughe, le emozioni che hanno vissuto per lungo tempo. Rispetto ad altri individui, alcune persone hanno rughe più marcate ed è importante distinguere le rughe che si vengono a creare durante ciascuna espressione del viso da quelle che sono già presenti, più o meno visibili, su di esso.

Un’altra caratteristica interessante del sorriso è la sua contagiosità, un motto popolare recita: «Sorridi, e il mondo ti sorriderà»; in qualche modo questo si verifica quando incontriamo un’altra persona la quale ci sorride, d’istinto ci viene spontaneo ricambiare tale gesto con un altro sorriso, più o meno sentito. Non importa se il sorriso che abbiamo di fronte sia finto o meno, un recente studio svedese, condotto all’Università di Uppsala dal professor Ulf Dimberg, ha confermato che in presenza di un sorriso non riusciamo a controllare totalmente i nostri muscoli facciali e diventa, ad esempio, più difficile assumere un’aria imbronciata; questo a causa dei cosiddetti neuroni specchio (neuroni che determinano una reazione immediata di imitazione).
Sorridere spesso è un elemento importante della comunicazione non verbale (ma non sempre potremmo averne voglia) poiché condiziona il modo di comportarsi altrui a nostro vantaggio; quindi se vogliamo davvero vivere più sereni cominciamo a sorridere un po’ di più agli altri… ora abbiamo le prove che aiuta davvero!

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il mondo del Paraverbale

 

Se è vero che diamo più credito al corpo che alle parole, allo stesso modo possiamo tranquillamente affermare che si crede maggiormente all’intonazione del parlato che al contenuto verbale delle parole stesse; volete un esempio? Provate a salutare qualcuno, meglio se leggermente distratto, con tono allegro e gioviale ma dicendo: «Ciao! Che dispiacere vederti!», molto probabilmente non farà caso alla parola dispiacere ma vi risponderà con gioia avendo prestato attenzione principalmente al tono con cui l’avete pronunciato. Questo aspetto affonda le radici nel nostro passato ed è un elemento fondamentale nel mondo animale dove la parola non è presente, ma suoni e rumori la fanno da padroni; si è scoperto, ad esempio, che gli elefanti tendono a imitare i suoni che sentono più spesso e questo potrebbe servire a produrre versi che identifichino l’appartenenza a un gruppo specifico.

Gli elementi che compongono la comunicazione paraverbale, ovvero la modalità con cui usiamo la voce, sono diversi: il ritmo, la melodia, la velocità, le pause e i silenzi, il volume e la chiarezza delle parole. Questi diventano molto importanti, ad esempio, in una conversazione telefonica, poiché l’aspetto visivo non è presente; cerchiamo dunque di distinguere i singoli aspetti e di definirne l’importanza nelle prossime righe.

Il ritmo è per noi più importante della melodia, dal ritmo si riconosce facilmente una canzone, la voce di una persona e anche se una persona è straniera o no, anche se domina bene la nostra lingua; la melodia, definisce la maniera in cui si alza e si abbassa la voce in un discorso. Con la melodia spesso si possono anche sottolineare parole o parti di esse per incrementarne il valore comunicativo che viene facilmente compreso da chi ci ascolta; la frase «alle otto devi essere a casa» se pronunciata con un’accentuazione della parola otto indicherà che il tempo della frase è la parte a cui prestare più attenzione, se invece venisse accentuata la parola casa, il peso della frase si sposterebbe sul luogo; non più sul tempo.

La velocità con cui si parla può variare da lingua a lingua; ad esempio italiani e francesi parlano più veloci dei tedeschi; al di là delle differenze linguistiche, però, è interessante notare che di solito si rallenta la velocità di parola quando dobbiamo esporre concetti che riteniamo poco conosciuti ai nostri ascoltatori, mentre si accelera il discorso quando utilizziamo termini che usiamo spesso e con cui abbiamo dimestichezza; ad esempio, spesso i numeri di telefono delle radio sono pronunciati molto velocemente dagli speaker, proprio a causa dell’alta frequenza con cui vengono ripetuti; spesso chi parla troppo veloce ci può trasmettere ansia, mentre chi lo fa troppo lentamente corre il rischio di annoiarci; questo ovviamente va analizzato a seconda della propria velocità di parola.

Le pause e i silenzi in un discorso sono degli elementi che vengono usati strategicamente per imprimere maggiore forza al discorso o come momenti di riflessione e servono anche a lasciare il turno di parola all’altro. A volte si fa una pausa quando si è distratti da qualcosa o quando si prova imbarazzo e non si sa cosa dire.
Il volume della voce di solito viene regolato a seconda della situazione, del luogo o della distanza dall’interlocutore; si può alzare il volume della voce in presenza di rabbia, mentre si tende ad abbassarla quando ci si sente in colpa o in imbarazzo.

La chiarezza del proprio modo di parlare può essere un indizio per capire anche la personalità; persone che parlano in modo chiaro, distinguendo bene le singole parole, comunicano decisione e sicurezza; al contrario, chi si mangia pezzi di parole o è abituato a bofonchiare sillabe ci dà l’idea di qualcuno insicuro o che stia provando un sentimento negativo.
Una curiosità sul tono della voce è quella che toni più alti, legati alla sessualità, sono graditi alle orecchie maschili, mentre un tono di voce più basso, che comunica dominanza, risulta particolarmente apprezzato da un pubblico femminile.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Dove vanno i miei piedi?

 

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i piedi possono essere considerati come la bussola dell’interesse, infatti se possiamo cogliere segnali di interesse in varie parti del corpo, la direzione dei piedi ci può dire molto sulla reale attenzione di chi ci sta di fronte. Un buon modo per controllare tutto ciò è di verificare l’allineamento di tre punti corrispondenti a naso, ombelico e piedi.
Questo è un indizio del grado di interessamento della persona, specie dopo un po’ di tempo che si è instaurata la conversazione, di solito nei primi due minuti è facile mantenere l’attenzione, anche nei confronti degli interlocutori più noiosi; ma dopo poco il nostro corpo si può distrarre in maniera più o meno evidente.

Un modo per ricordarsi questo tipo di allineamento è l’acronimo NOP: questa sigla si riferisce alle iniziali delle tre parti del corpo prese in considerazione per definire le tre aree interessate. Il naso indica la testa, considerata la sede della razionalità, è un buon riferimento perché è in mezzo agli occhi e quindi indica che normalmente lo sguardo è il più possibile direzionato verso di noi. L’ombelico viene preso come riferimento per indicare tutto il tronco, che viene rappresentato come le sede delle emozioni (una curiosità sull’ombelico è che viene considerato un punto del nostro corpo altamente energetico). I piedi rappresentano la parte della gambe, legata idealmente al lato dell’istintività, le parti più estreme del nostro corpo, discretamente mobili rispetto alla gamba, sono un ottimo indicatore in quanto sono, per costituzione, le parti più distanti dal cervello e quindi meno controllabili o, perlomeno, il cui controllo richiede un maggiore sforzo di concentrazione. La maggior parte delle persone è conscia dell’espressione che sta facendo e, in linea di massima, anche dei gesti che compie, ma le gambe sono più difficile da tenere a bada, i piedi ancor di più. In presenza di una menzogna capita che aumenti il movimento dei piedi, a scaricare inconsciamente la tensione.

I significati che vengono assegnati alle tre aree del corpo umano non hanno solo una valenza simbolica, ma anche funzionale per via degli organi presenti nelle varie zone, la testa viene giustamente associata alla razionalità per via della presenza del cervello e sede di quattro dei cinque sensi, nel tronco troviamo il cuore che da sempre viene mentalmente connesso con la sfera emozionale; l’istinto, infine, viene localizzato nella zona delle gambe per via della presenza degli organi dedicati alla riproduzione, uno degli indiscussi istinti primari dell’uomo.
Il massimo grado di questo allineamento lo si può vedere, tra due fidanzati i cui corpi sono totalmente rivolti verso l’altro.
Qualche esempio: se durante un vostro intervento in una riunione una persona che vi sta ascoltando se ne sta seduta guardandovi ma col tronco rivolto altrove, non state ricevendo il massimo del suo interesse, se durante un argomento specifico ruota anche il tronco verso di voi, allora forse quel tema è di maggiore appetibilità. Se state nel mezzo di una chiacchierata tra amici e improvvisamente una persona ruota busto e gambe in un’altra direzione rispetto a colui che parla, probabilmente la sua attenzione è stata deviata verso qualcosa di più interessante, perlomeno a livello inconscio.

Il fatto di poter nascondere alle altre persone le nostre gambe genera in noi una sensazione di sicurezza, in quanto diveniamo meno leggibili, perlomeno per quel che riguarda le nostre intenzioni; per questo motivo la maggior parte delle persone quando stanno sedute si sentono a proprio agio dietro una scrivania o una cattedra (oltre che fungere oggettivamente come una barriera fisica), se ci fate caso, sedersi a tavoli di vetro o trasparenti ci lascia scoperte le gambe agli occhi altrui e riduce questa sensazione di comfort.
La funzione principale delle gambe è stata da sempre la capacità di muoversi per fuggire o per cacciare, quindi la direzione in cui puntano i piedi rivela dove si vuole andare realmente, è un movimento, possiamo dire, programmato all’interno del nostro cervello.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Gambe strette

 

La situazione è classica: una fila fatta di tante persone (alle poste, allo stadio o al tabaccaio), non resta altro che attendere pazientemente il nostro turno… L’altro giorno in una di queste file mi sono soffermato a osservare le gambe delle persone di fronte a me e ho notato qualcosa di interessante: non c’era una persona che aveva le gambe nella stessa posizione di un’altra (inclinazione, piegamento, apertura, ecc.). Quello che però ha attirato la mia attenzione è stata l’apertura delle gambe, c’erano persone che tenevano le gambe più larghe e altre che le tenevano strette, quasi unite.

Dalla larghezza dell’apertura delle gambe in posizione statica è possibile definire il carattere della persona o, per lo meno, la situazione emotiva del nostro interlocutore mentre sta assumendo una determinata posizione. Avete mai notato che le persone sicure di sé tendono a tenere le gambe allargate quando sono ferme? Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio e vediamo di capire come interpretare correttamente la postura delle gambe.

Innanzitutto dobbiamo tracciare due linee immaginarie della stessa larghezza delle spalle e proiettarle al suolo, individuando così due punti sul terreno; questa è considerata una larghezza normale e se una persona di fronte a voi ha le gambe allargate nella stessa misura della sua larghezza delle spalle, denota un atteggiamento equilibrato e razionale.
Se invece notiamo che una persone tiene le gambe strette, quasi con i piedi uniti, ci comunica un senso di chiusura e di rigidità, spesso tali persone assumono questo atteggiamento in concomitanza con altre posture quali la schiena dritta, spalle rigide e tese, tensione a livello della mascella; è una posizione formale che si usa di solito nei confronti dei superiori o di persone importanti; un esempio dei più classici è la posizione militare dell’attenti.

La tipologia di persone che, al contrario, straborda dal limite naturale della larghezza delle spalle e tende a tenere le gambe molto larghe, è quella che maggiormente comunica aggressività (occupando molto spazio) e senso di potere; a volte però, se l’apertura è eccessiva, potrebbe sembrare forzata e contribuire a creare un grottesco effetto come Woody Allen nel film Il dittatore dello stato libero di Bananas, e di conseguenza ottenere l’effetto opposto di vorrei ma non posso (cosa che non capita nel caso di un’apertura naturale rispetto alle spalle). Una particolarità riguardo alle posizione con le gambe aperte è la postura con il piede in avanti, che di solito è il piede dominante, ovvero quello che si usa maggiormente (così come i mancini usano la mano sinistra) e al tempo stesso quello su cui ci si poggia di più. In una situazione con più persone il piede dominante è direzionato verso la cosa che maggiormente attira l’attenzione, nel caso, invece, in cui ci si trovi a disagio il piede, come l’ago di una bussola, sceglierà di puntare l’uscita più vicina.
Il piede punta in avanti poiché il peso del corpo è sbilanciato e si appoggia su un’anca; il piede avanzato indica la direzione verso cui istintivamente un soggetto vorrebbe spostarsi, rappresenta, attraverso l’evocazione del movimento, l’intenzione che una persona esprime in quel momento o che desidera nell’immediato futuro; il piede punta dove la mente vuole.

Anche alcuni tipi di pantaloni a sbuffo, primi fra tutti quelli chiamati alla zuava, particolarmente ampi e rimboccati sotto le ginocchia, giocano un loro effetto, voluto o meno, sulla grandezza e apertura della gambe. Questo particolare tipo di abbigliamento (che prende il nome dalla divisa degli zuavi, nome di alcuni reggimenti di fanteria in vari eserciti) mostra allo spettatore un rigonfiamento evidente nella parte della coscia che, in questo modo, appare più grossa e larga, comunicando in qualche modo un senso di autorità (proprio come se avesse la gambe più aperte del normale) e di rigore (sia per le immagini che alcuni hanno in mente di generali e dittatori delle guerre passate, sia a causa del capo desueto e decisamente fuori moda).

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Braccia incrociate

braccia incrociateStiamo parlando con una persona, la conversazione è amabile, ma a un tratto il nostro interlocutore incrocia le braccia… che cosa succede? Sente freddo? Ѐ offeso per qualcosa? Sta riposando le braccia? Quante volte questi pensieri sono passati per la vostra testa, durante una festa o in qualsiasi altra occasione in cui avete avuto il sospetto che quelle braccia incrociate significassero qualcosa di più?

Incrociare le braccia, a livello istintivo, è un cosiddetto segnale di barriera; vengono usati quando, consciamente o inconsciamente, scatta l’istinto di difesa e si interpongono tra chi ci sta di fronte e il nostro corpo. Gli esempi sono tanti: in guerra si usava uno scudo, in una conversazione sono le braccia a porsi come barriera, in un litigio può essere una sedia, un relatore per difendersi da un pubblico che spaventa può rimanere dietro la cattedra.

Per provare a interpretare il significato delle braccia conserte la prima cosa da fare è verificare la posizione del bacino, se il bacino è portato in avanti durante l’atto di incrociare le braccia, allora è più facile pensare che l’atto sia compiuto con l’intento di stare più comodi, infatti il bacino in avanti fa da appoggio per le braccia che scaricano il peso su di esso e conseguentemente lungo tutte le gambe, in questo caso le spalle dovrebbero naturalmente scendere leggermente verso il basso.
Se invece il bacino non si sposta in avanti e la posizione del nostro interlocutore è piuttosto dritta (o addirittura rigida), in questo caso è lecito pensare che sia un riflesso psicologico di chiusura. In tal caso è utile porre l’attenzione su un paio di aspetti: 1) se sposta il tronco indietro potrebbe essere ancora più forte il sentimento di chiusura che prova in quella situazione, infatti è considerato un accenno alla fuga, 2) poniamo attenzione al momento in cui ha incrociato le braccia, sforziamoci di ricordare cosa abbiamo detto o fatto per provocare quella reazione inconscia ma significativa (e se possibile, proviamo a rimediare!).

A volte, però, questo gesto può assumere anche delle valenze particolari, ad esempio se al termine di un ragionamento una persona incrocia le braccia e abbassa la testa, puntando con lo sguardo fisso in basso sta, in effetti, chiudendosi ma per pensare meglio e facilitare la riflessione, il suo corpo sta momentaneamente trovando rifugio dall’esterno per poter meglio concentrare le energie verso uno specifico pensiero, lo sguardo fisso e in basso taglia fuori dal contatto visivo i nostri interlocutori e cerca un luogo meno dinamico dove riposare lo sguardo e ridurre gli stimoli del mondo circostante (interlocutori compresi).

Un altro esempio può essere quello di incrociare le braccia con le gambe larghe e il mento in alto: questa posa indica aggressività; le braccia sono chiuse per proteggere il busto e prepararsi a un imminente scontro, le gambe comunicano fermezza e il mento superiorità.

Quando entriamo in relazione con qualcuno, i gesti di chiusura tendono a sciogliersi e trasformarsi in segnali di apertura, ad esempio due persone che parlano tra di loro tenendo le braccia incrociate, è probabile che dopo un po’ che parlino tra loro, apriranno progressivamente le braccia per finire in una posizione di apertura. Un facile e veloce metodo per riconoscere delle braccia incrociate per il freddo è far caso alle mani, che in questo caso vanno sempre a finire sotto le ascelle per scaldarsi.

Delle ricerche condotte in America hanno messo in evidenza come effettuare questo gesto porti con sé un doppio problema, oltre che essere considerati meno credibili, è stato effettivamente provato che compromette notevolmente la propria capacità di ascolto e aumenti i pensieri negativi nei confronti dell’interlocutore, quindi state attenti a non incrociare le braccia, a meno che non faccia parte di una vostra strategia comunicativa.

Tratto dal libro: 101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.