Ti prude il naso?

 

Il naso non è solo l’organo dedicato all’olfatto, nonché alla respirazione e alla fonazione, è anche uno degli elementi fondamentali della fisionomia, essendo collocato al centro del volto, concorre a creare le varie espressioni del viso, aiuta a farsi un’idea del carattere di un individuo e definisce la linea del profilo.

La sua influenza nell’armonia del viso è notevole, non a caso una delle operazioni chirurgiche estetiche più gettonate, al di là dei casi di reale necessità per la salute, è proprio la rinoplastica, volta a modificare la struttura del naso così all’esterno come all’interno.

Il naso è un organo molto sensibile e possiede numerose innervazioni, in particolare la cavità interna, la quale è innervata da rami di diversi nervi: trigemino, infraorbitario, alveolare, olfattivo e fibre del sistema nervoso autonomo, insomma una vera macchina da guerra per quel che riguarda la ricezione di stimoli chimici e ambientali di varia natura. Non ci deve stupire la complessità di quest’organo, basti pensare al naso di molte specie animali che si rivela essere uno strumento ancora più complicato e sensibile, con caratteristiche fisiche incredibili; un esempio sopra tutti è l’olfatto del cane, spesso utilizzato dall’uomo come valido aiuto in diverse circostanze, quali, ad esempio, la ricerca di persone scomparse o sommerse da una valanga e l’individuazione di tartufi.

Lo starnuto avviene spesso in presenza di modificazioni della temperatura o dell’umidità, anche polvere e pollini posso provocare questa rumorosa comunicazione corporea, così come l’esposizione al sole; per non parlare delle persone allergiche che non possono certo festeggiare l’arrivo della primavera ma anzi la vivono (ahi loro!) come la porta a una stagione di antistaminici e difficoltà respiratorie.

Riguardo alla personalità, è interessante notare quali tipi di naso influenzano maggiormente l’idea che gli altri possono farsi di una persona: il naso greco comunica l’idea di durezza a causa dell’incavo del naso poco pronunciato, il naso all’insù, detto anche alla francese, fa pensare a persone vivaci e sbarazzine, solitamente viene considerato come attraente, il naso aquilino, infine, dà al volto un’aria nobile e rigorosa a causa della sua sporgenza. Il naso piccolo comunica un idea di timidezza e compostezza, mentre un naso grande ci rimanda all’idea di generosità, intelligenza e dinamismo, non a caso esiste il detto avere naso per qualcosa, che sta a indicare una particolare propensione per alcuni tipi di attività o campi della vita. Molte facce con nasi particolari, poi, possono ispirare simpatia proprio a causa della loro peculiarità, non a caso diversi comici hanno saputo sfruttare anche il proprio naso per creare un maggiore effetto di empatia con il pubblico, pensiamo al grande Totò!

Il naso pizzica in diverse occasioni, ad esempio in presenza di una forte emozione come la commozione, questo avviene sempre prima dell’inizio del pianto; anche le persone che generalmente non esternano molto i propri sentimenti quando avvertono l’arrivo di un’emozione si grattano prontamente il naso, gesto volto, in questo caso, a fermare il moto emotivo sul nascere, prima che diventi coinvolgente a tal punto da propagarsi a nervi e muscoli facciali e tramutarsi in un’espressione del viso o anche di più. A volte il naso può pizzicare anche se diciamo una bugia; infatti dal nostro cervello possono arrivare dei segnali che fanno pizzicare il naso e, a volte, vedere qualcuno che si gratta il naso mentre parla può essere un indizio di menzogna, se lo fa mentre ascolta forse l’argomento trattato lo mette a disagio per qualche motivo.

Chi si massaggia il naso, magari chiudendo gli occhi, lo fa per ridurre la stanchezza e concentrare le energie mentali; di solito questo massaggio viene effettuato alla base del naso, in corrispondenza degli occhi, ed è tipico delle persone che portano a lungo gli occhiali a causa di un normale indolenzimento della zona. L’effetto di questo massaggio, che di solito dura pochi secondi, è quello di ritrovare l’efficienza mentale stimolando una reazione attraverso le piccole vibrazioni provocate dal gesto, le quali arrivano fin dentro la testa; gli occhi chiusi aiutano, in questo caso, a eliminare ulteriori stimoli esterni per qualche istante.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Perché alcuni tengono gli occhi socchiusi?

 

Sicuramente conoscete qualcuno che ha come abitudine quella di tenere gli occhi stretti, quasi socchiusi, vero? Sperando che tutti questi individui non si siano appena svegliati da un sonno profondo, questo ci comunica qualcosa in accordo con lo studio della fisiognomica.
Queste categorie di persone, tendenzialmente, sono timide, coscienziose e riservate. Dall’esterno tendono a essere viste come individui calmi anche quando sono in situazioni emotivamente coinvolgenti. Un altro aspetto interessante è quello dell’espressione dei sentimenti, questi soggetti potrebbero avere problemi a esprimere i sentimenti più profondi (ma è più frequente la volontà di non esprimerli).
Tenere gli occhi stretti (o socchiusi) spesso serve a proteggersi da una luce intensa, o dall’acqua di un temporale così come dalla sabbia in una spiaggia ventosa. Quindi i nostri occhi, sono da considerarsi come una porta d’accesso e d’uscita del nostro corpo e della nostra mente e non solo, come affermavano gli antichi, lo specchio dell’anima.
Ridurre la possibilità di comunicazione, di scambio (a diversi livelli) con l’ambiente esterno ci porta a dedurre una predisposizione alla difesa del proprio mondo interiore, psicologico ed emozionale (timidi, coscienziosi e riservati).
Questa sorta di barriera che viene eretta dà anche la possibilità di essere calmi, di avere un controllo maggiore sulle proprie reazioni emotive, anche in presenza di stimoli che normalmente attiverebbero l’organismo in maniera abbastanza decisa.
Il fatto (volenti o meno) di esternare in maniera meno intensa i propri sentimenti è un logico riflesso di questo atteggiamento nei confronti della vita stessa e del mondo esteriore, visto più spesso come una minaccia che come un’opportunità da queste persone.
Va notato, però, che qui stiamo parlando di individui che hanno come tratto tipico della loro persona il tenere gli occhi stretti; dobbiamo stare attenti a non includere in questa tipologia chiunque stia stringendo gli occhi per altri motivi. Ad esempio dobbiamo controllare se il nostro interlocutore per caso non abbia il sole o una forte illuminazione sparata in faccia, un’altra particolarità sono le persone con gli occhi chiari, infatti coloro che hanno l’iride di colore verde o azzurro di solito hanno una soglia di sopportazione della luce inferiore rispetto a chi ha gli occhi di colore scuro, di conseguenza anche in presenza di condizioni di luce non particolarmente abbaglianti potrebbero esserne comunque infastidite e stringere gli occhi per proteggersi anche per un periodo di tempo prolungato.
Per entrare positivamente in relazione con persone che tengono gli occhi stretti potrebbe essere utile rompere il ghiaccio mantenendo un tono di voce pacato e una gestualità non eccessiva, per dimostrare la propria disponibilità alla comunicazione senza però invadere lo spazio altrui e dare, in questo modo, il tempo all’altra persona di abituarsi alla nostra presenza e instaurare un vero contatto.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

ARS COMMUNICANDI – “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” (recensione)

 

Avete presente quei tizi che se ne vanno in giro guardando tutti quelli che incontrano con lo sguardo che sembra proprio dire “Siete tutti degli stupidi. Soltanto io so come va il mondo e quali sono le cose giuste da fare e da pensare”? Ebbene, molte volte definiamo questi personaggi con le parole “saccente”, “arrogante”, “presuntuoso” e quant’altro perché il nostro “io”, molto educato, non vuole utilizzare parole troppo dirette. Ma è sempre efficace la “buona educazione” o, in alcuni casi, è forse meglio dire le cose nel modo più diretto e chiaro possibile senza, appunto, fare tanti giri di parole? Francesco Di Fant, uno degli esperti sul linguaggio del corpo più autorevoli in Italia, va direttamente al sodo definendo questi individui con la parola che tutti noi in realtà pensiamo: stronzi. E ne dà una definizione a mio parere impeccabile. Infatti scrive nel suo ultimo libro che si intitola, appunto, Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo (Newton Compton Editori): «[…] i veri comportamenti da stronzo sono riconducibili alla presunzione di superiorità che alcune persone nutrono nei confronti degli altri.
[…] Il vero stronzo ha visione e savoir-faire, è furbo e saccente. Ha un ego smisurato e non si fa scrupoli. Negli anni, per mettersi in mostra, ha imparato addirittura a utilizzare la tecnologia!
Il suo atteggiamento da “so tutto io” si è modificato nel corso del tempo e oggi si nutre della cultura nozionistica di internet, superficiale e a portata di clic, che però permette di millantare un sapere sconfinato». Insomma, se siete degli egocentrici che vogliono far ruotare tutto intorno a sé e, per far questo, vi sentite in dovere di vedere e trattare chi vi circonda come esseri inferiori affinché vi sentiate “importanti”, allora siete degli stronzi. Eh già, perché molte, troppe volte additiamo gli altri senza renderci conto che magari noi siamo peggio di colui o colei che giudichiamo. Ed è proprio questa la caratteristica e la “novità” che mi è sembrato di scorgere in questo nuovo libro di Di Fant rispetto ai tanti altri “manuali sugli stronzi” che si possono trovare in libreria: il fungere da “specchio” sui nostri comportamenti al fine di migliorarli. Naturalmente il libro di Di Fant non si limita solo a questo, bensì descrive tecniche di linguaggio non verbale al fine di poter riconoscere gli stronzi e, di conseguenza, saperli gestire in maniera adeguata. Ma tutto ciò passa, giustamente, dal conoscere e migliorare se stessi prima di poter “operare sugli altri”. Non solo. Affinché possa avvenire tutto ciò in maniera adeguata e veramente utile, è necessario vedere le cose per come sono e non per come, invece, vorremmo che fossero.
Questa è un’altra caratteristica di Francesco Di Fant e delle sue “analisi”: non si muove mai per “teorie esotiche” (cosa che invece è molto comune trovare nei libri self-help), bensì sempre su basi scientifiche e razionali. Scorrendo le pagine del libro, infatti, non passa inosservata l’influenza della “scuola di pensiero” di Paul Ekman, considerato una delle cento persone più influenti del mondo nonché pioniere delle tecniche per riconoscere le emozioni e, quindi, il linguaggio del corpo (se a qualcuno di voi è piaciuta la serie tv Lie to Me sappia che il personaggio è ispirato proprio a Paul Ekman). Nella terza parte del libro, per esempio, intitolata “Un mondo di bugie” Di Fant analizza gran parte delle modalità con cui la gente racconta le menzogne. Cosa particolarmente interessante è il fatto che le bugie non vengono considerate sempre e soltanto “un male” ma, al contrario, spiega chiaramente che spesso sono molto importanti: «Una realtà fatta solo di verità sarebbe insostenibile: la menzogna è infatti nata e cresciuta insieme all’essere umano, attraverso i millenni della sua evoluzione sul pianeta. […] Per cooperare è indispensabile mantenere l’unità sociale del gruppo, e questo è possibile solo se ognuno è disposto a ingannare un po’ se stesso e gli altri con qualche bugia detta a fin di bene». Questa, però, è la parte “positiva”; ma, come dicevamo, il mondo è pieno di stronzi. E infatti «più un individuo è abituato a mentire e più tende ad agire senza scrupoli, senza curarsi delle conseguenze materiali, sociali ed emotive. I bugiardi patologici difficilmente riescono a vivere le relazioni in modo normale, sviluppano un minore attaccamento alle persone rispetto agli altri e vedono la bugia come unico strumento d’interazione».
Dunque, state alla larga dalla gente che mente in continuazione anche di fronte a voi (tipo quelle persone che, ricevendo una telefonata in vostra compagnia, si mettono a raccontare un sacco di balle con perfetta nonchalance): sono degli stronzi patologici!
Ci sarebbe tanto altro da dire su questo libro che, per ovvi motivi di spazio, non posso descrivere. Perciò vi lascio con un profondo aforisma, riportato nel libro, al fine di invitarvi a tenere sempre gli occhi bene aperti:

 

“Come diceva Zarathustra,
nella vita, che tu cammini o ti muovi,
o ti siedi e lo aspetti,
prima o poi uno stronzo lo incontri”

 
Paolo Rossi

Michele Putrino

 
http://arscommunicandi.blogspot.it/2015/10/come-riconoscere-uno-stronzo-al-primo.html

 

Smascherare il proprio partner in 5 mosse

 

La domanda chiave che si rivolge a chi si occupa di questa affascinante disciplina è sicuramente la seguente: «Davvero si può capire se il mio partner mente solo guardandolo in faccia?». Credo che la paura del tradimento sia una delle paure più forti, forse proprio perché legata al nostro istinto di sopravvivenza (il compagno ci protegge e ci aiuta) e legata alle chance di riproduzione.
Lungi dal voler affermare che esiste una soluzione semplice alla questione, sicuramente ci sono dei modi per scoprire degli indizi (che, lo sottolineo, non valgono come una prova certa…) che ci possono rivelare segnali di tensione particolare ed eventualmente anche una menzogna bella e buona.
Tra gli altri, anche Marc Salem, studioso di linguaggio del corpo nonché famoso mentalista americano, ha scritto sull’argomento (il mentalismo è un tipo di illusionismo il cui scopo è far credere di possedere una sorta di sesto senso in grado di leggere la mente degli altri). In realtà l’analisi della menzogna è affare complesso e sempre complicato da elementi psicologici e personali; tra i tanti suggerimenti che si possono dare proviamo a indicare dei facili consigli per cercare di smascherare il proprio partner, uomo o donna, in cinque mosse.

  • La dilatazione delle pupille è un sintomo di menzogna, e siccome gli occhi non mentono mai, la dilatazione della pupilla rimane uno dei segnali più forti del nostro corpo, anche perché è un riflesso automatico del nostro organismo in condizioni di stress fisiologico.
  • A volte nascondere le mani in tasca, dietro la schiena o sotto le braccia o le ascelle evidenzia nervosismo e il gesto potrebbe indicare che si sta inconsciamente nascondendo la verità o qualche informazione scomoda.
  • La difficoltà a deglutire è un segnale di stress, la bocca diventa asciutta e non possiamo farci niente, la saliva che viene prodotta è deglutita, di solito, in modo involontario e un’evidente deglutizione denota proprio difficoltà nell’ingoiare sotto stress.
  • Occhio alla voce: un cambiamento nel tono di voce può essere il risultato di un riflesso nervoso che incide sulla respirazione e, di conseguenza sulla fonazione delle parole; alcuni esempi possono essere un cambiamento nel tono, nella velocità o nelle pause della voce.
  • L’insicurezza di chi sta mentendo viene spesso tradita dallo schema domanda-domanda, piuttosto che dal più lineare domanda-risposta, nel caso in cui il vostro partner vi risponda a una domanda con un’altra domanda (ancora peggio se tenta di cambiare argomento… praticamente un suicidio) probabilmente avete toccato un punto caldo dell’argomento e dovreste cercare di approfondire.

Dopo la lettura di questi consigli potete sperimentare con i vostri occhi con chi vi parla queste piccole attenzioni che ci rivelano delle tracce di bugia; ricordandovi però che esistono anche piccole bugie a fin di bene, le cosiddette white lies (“bugie bianche”)… ma soprattutto non cominciate a vedere inganni, cospirazioni e tradimenti ovunque!

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012

 

David Matsumoto’s blog: Facial Expressions not Universal? The study and its flaws…

 




There have been several recent news articles that suggest facial expressions of emotion are not universal.

In a past blog, Dr. Matsumoto sites his retort to a study entitled Cultural Confusions Show Facial Expressions Are Not Universal where researcher Rachael Jack and her colleagues challenged 100s of studies documenting the universality of facial expressions.

The conclusions of this article are highly flawed for many reasons and below he outlines a few of them.

1. The fact of the matter is that a close inspection of the findings indicates that the raw data in the study supports the universal recognition of emotion (i.e., significantly higher rates of agreement than chance for each and every emotion, for both ethnic groups). That this is the empirical criterion that could and should be used as a basis to draw conclusions about universality has been discussed and debated years ago (Ekman, 1994; Ekman, O’Sullivan, & Matsumoto, 1991a, 1991b).

2. The cultural difference is in absolute levels of agreement rates are not a novel finding. Indeed, I have published exactly the same findings 20 years ago and since (Biehl et al., 1997; Matsumoto, 1989, 1992; Matsumoto & Ekman, 1989).

3. As argued then, cultural differences in absolute agreement rates cannot and do not argue against universality. Universality in expression recognition is demonstrated by the fact that observers in all cultures studied agreed on what emotion is portrayed at above chance levels. This is exactly what they found, replicating the same findings for years. Cultural differences in the absolute levels of that agreement can occur for many reasons, including cultural rules about how to decode universal facial expressions. And it has been well known in the field for years that universality and culture-specific in emotion recognition coexist (Mesquita & Frijda, 1992). Arguing for their mutual exclusivity is a strategy long since abandoned by those who know the literature well.

4. Moreover, the confusions these authors report – that disgust was confused with anger, and fear with surprise – are confusions that occur all around the world. They are not specific to East Asian cultures, and are a published finding from over 20 years ago (Ekman et al., 1987; Matsumoto & Ekman, 1989). That they occur in all judge cultures tested to date says something more about those emotions than they do about cultural differences.

5. A close reading of the authors’ own findings indicates that their findings concerning the eye tracking do not justify their conclusions. They reported a significant culture by face region interaction on the eye data, but an absence of a significant culture by face region by emotion interaction. That means that the eye tracking differences between the two cultures were not specific to emotion. If that’s the case, the eye tracking differences could not possibly account for the judgment differences on two emotions only, because the eye tracking differences that occurred did so for all emotions. This is a basic flaw in their interpretation of possible mediating variables (Baron & Kenny, 1986).

6. Moreover, the East Asian – US American differences in scanning procedures of scenes, objects, and faces is a well established finding for years and is not novel. The differences in eye contact show a typical Asian response, that is, focusing in the eyes/nose bridge area rather than the whole face. The person identification literature has shown for years that Caucasians differ from African Americans and Asian Americans in terms of how much time they spend looking at different parts of the face to see if they recognize someone (Caucasians more of the face including hairline and hair; Africans and Asians in that eyes-nose bridge area). Thus what the authors report in this article is not specific to viewing facial expressions of emotion (and as mentioned above, cannot thus explain emotion specific differences in judgments).

7. The sample size for the East Asian sample was 13 (12 Chinese, 1 Japanese). Such a small number could not possibly tell us anything vis-à-vis the overwhelming evidence for universality in the production of facial expressions of emotion, including over 74 studies published in peer reviewed journals conducted by multiple investigators in multiple countries (Matsumoto, Keltner, Shiota, Frank, & O’Sullivan, 2008); studies of congenitally blind individuals (Matsumoto & Willingham, 2009; Peleg et al., 2006); studies demonstrating linkage between facial expressions of emotion and physiological responses across cultures (Ekman, Levenson, & Friesen, 1983; Levenson, Ekman, & Friesen, 1990; Levenson, Ekman, Heider, & Friesen, 1992); and studies of nonhuman primates (Bard, 2003; de Waal, 2003). There is also well over 100 studies documenting the universality in recognition of facial expressions (Elfenbein & Ambady, 2002; Matsumoto, 2001).

8. Finally, the East Asian subjects in their study were actually immigrants in the United Kingdom, and it is not known what kind of self-selection, language proficiency, or acculturation biases may have been exerted in the data.

There is nothing wrong with the data presented in the article in question, but the conclusions drawn from the data are entirely incorrect and not empirically justified. In my opinion, the conclusions border on sensationalism in relation to a very modest study.

I was aided in the preparation of this commentary by my colleagues Dr. Mark Frank and Dr. Jeff LeRoux

References Cited

Bard, K. A. (2003). Development of emotional expressions in chimpanzees (Pan troglodytes). In P. Ekman, J. Campos, R. J. Davidson & F. B. M. De Waal (Eds.), Emotions inside out: 130 years after Darwin’s The Expression of the Emotions in Man and Animals (Vol. 1000, pp. 88-90). New York: Annals of the New York Academy of Sciences.

Baron, R. M., & Kenny, D. A. (1986). The moderator-mediator variable distinction in social psychological research: Conceptual, strategic, and statistical considerations. Journal of Personality and Social Psychology, 51(6), 1173-1882.
Biehl, M., Matsumoto, D., Ekman, P., Hearn, V., Heider, K., Kudoh, T., et al. (1997). Matsumoto and Ekman’s Japanese and Caucasian Facial Expressions of Emotion (JACFEE): Reliability Data and Cross-National Differences. Journal of Nonverbal Behavior, 21, 3-21.

de Waal, F. B. M. (2003). Darwin’s legacy and the study of primate visual communication. In P. Ekman, J. Campos, R. J. Davidson & F. B. M. De Waal (Eds.), Emotions inside out: 130 years after Darwin’s The Expression of Emotion in Man and Animals (pp. 7-31). New York: New York Academy of Sciences.

Ekman, P. (1994). Strong evidence for universals in facial expressions: A reply to Russell’s mistaken critique. Psychological Bulletin, 115, 268-287.

Ekman, P., Friesen, W. V., O’Sullivan, M., Chan, A., Diacoyanni-Tarlatzis, I., Heider, K., et al. (1987). Universals and cultural differences in the judgments of facial expressions of emotion. Journal of Personality & Social Psychology, 53(4), 712-717.

Ekman, P., Levenson, R. W., & Friesen, W. V. (1983). Autonomic nervous system activity distinguishes among emotions. Science, 221(4616), 1208-1210.

Ekman, P., O’Sullivan, M., & Matsumoto, D. (1991a). Confusions about context in the judgment of facial expression: A reply to “The contempt expression and the relativity thesis.”. Motivation & Emotion, 15(2), 169-176.

Ekman, P., O’Sullivan, M., & Matsumoto, D. (1991b). Contradictions in the study of contempt: What’s it all about? Reply to Russell. Motivation & Emotion, 15(4), 293-296.

Elfenbein, H. A., & Ambady, N. (2002). On the universality and cultural specificity of emotion recognition: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 128(2), 205-235.

Levenson, R. W., Ekman, P., & Friesen, W. V. (1990). Voluntary facial action generates emotion-specific autonomic nervous system activity. Psychophysiology, 27(4), 363-384.

Levenson, R. W., Ekman, P., Heider, K., & Friesen, W. V. (1992). Emotion and autonomic nervous system activity in the Minangkabau of West Sumatra. Journal of Personality & Social Psychology, 62(6), 972-988.

Matsumoto, D. (1989). Cultural influences on the perception of emotion. Journal of Cross-Cultural Psychology, 20(1), 92-105.

Matsumoto, D. (1992). American-Japanese cultural differences in the recognition of universal facial expressions. Journal of Cross-Cultural Psychology, 23(1), 72-84.

Matsumoto, D. (2001). Culture and Emotion. In D. Matsumoto (Ed.), The Handbook of Culture and Psychology (pp. 171-194). New York: Oxford University Press.

Matsumoto, D., & Ekman, P. (1989). American-Japanese cultural differences in intensity ratings of facial expressions of emotion. Motivation & Emotion, 13(2), 143-157.

Matsumoto, D., Keltner, D., Shiota, M. N., Frank, M. G., & O’Sullivan, M. (2008). What’s in a face? Facial expressions as signals of discrete emotions. In M. Lewis, J. M. Haviland & L. Feldman Barrett (Eds.), Handbook of emotions (pp. 211-234). New York: Guilford Press.

Matsumoto, D., & Willingham, B. (2009). Spontaneous Facial Expressions of Emotion of Congenitally and Non-Congenitally Blind Individuals. Journal of Personality and Social Psychology, 96(1), 1-10.

Mesquita, B., & Frijda, N. H. (1992). Cultural variations in emotions: A review. Psychological Bulletin, 112, 197-204.
Peleg, G., Katzir, G., Peleg, O., Kamara, M., Brodsky, L., Hel-Or, H., et al. (2006). Heriditary family signature of facial expression. Proceedings from the National Academy of Sciences, 103(43), 15921-15926.

http://www.humintell.com/2014/03/past-blog-facial-expressions-not-universal-the-study-and-its-flaws/

 

 

 

 

 

 

 

Svelare le bugie: cinque cose da sapere

 

Quando si dice una bugia si può avere più o meno paura di essere scoperti, a seconda della tipologia di bugia e a chi la raccontiamo. Riguardo agli studi sulla menzogna, uno dei punti di riferimento è sicuramente lo psicologo americano Paul Ekman che, dopo anni di ricerche, ha riepilogato sinteticamente le circostanze in cui una persona che sta mentendo è più preoccupata di essere scoperta e sbugiardata.
La paura di essere scoperti può, a seconda della sua intensità e della sua natura, generare una tensione maggiore rispetto a una situazione di normalità. L’emozione che si prova con la paura è sempre forte e difficilmente controllabile, inoltre chi mente sta facendo uno sforzo (di concentrazione e di controllo delle parole e del corpo), quindi le sue risorse mentali sono impegnate nel compito di raccontare una bugia credibile e al tempo stesso controllare il proprio corpo e quello del destinatario della bugia; se a tutto questo aggiungiamo lo stress che deriva dalla tensione collegata alla paura, allora il controllo diventa ancora più difficile ed è probabile che affiorino dei piccoli o grandi segni rivelatori di menzogna.

  • La persona che mente sa di avere di fronte una persona in grado di poterla smascherare: più si ritiene che una persona che ci ascolta sia in grado di scoprire una menzogna più diventa facile che sfuggano al nostro controllo alcune spie sintomatiche della menzogna (per esempio collegate alla paura). Se volessi mettere in difficoltà una persona che sospetto mi stia mentendo potrei rivelare la mia specializzazione aumentando così le probabilità di una reazione che induca il/la bugiardo/a a tradirsi; di solito cerco di evitarlo, in quanto questa rivelazione può provocare un leggero imbarazzo negli altri.
  • La persona che mente non è abituata a mentire: come in tutte le cose, più ci si esercita e più si è efficaci, ma chi, nel corso degli anni, non ha sperimentato abbastanza con successo l’arte di mentire non ha imparato, di conseguenza, a gestire la (complessa) faccenda di raccontare una menzogna credibile…
  • La persona che mente sa che in gioco c’è qualcosa di valore: quando si tratta di soldi, affari in generale o anche di benefici di altra natura, riuscire a mentire può essere più duro a causa della paura di rischiare di perdere il premio in palio.
  • La persona che mente sa che, qualora scoperta, corre il rischio di essere punito severamente: in situazioni di vita o di morte, diventa decisamente più rischioso e difficile mentire di fronte al pericolo, questo è uno degli elementi più stressanti di tutti in quanto il nostro istinto di sopravvivenza ci porta necessariamente a dire la verità in alcune circostanze, se questo significa avere maggiori possibilità di salvezza (un esempio classico è dato dalla letteratura filmica e televisiva, allorché il poliziotto duro minaccia la vita del criminale per avere informazioni importanti). Analogamente quando si rischia di subire una punizione fisica, finire in prigione, perdere degli affetti, compromettere situazioni lavorative o comunque qualcosa a cui si tiene molto o che abbia un’importanza oggettiva, la paura di rischiare è spesso grande e questo, ovviamente, può emergere con dei gesti, degli indizi involontari che segnalano l’inganno. Sembra che la paura della punizione sia una delle prime molle che scattano nel bambino per spingerlo a mentire anche in tenera età.
  • La persona che mente è nota per essere un bugiardo: ovviamente, nel gioco delle aspettative reciproche, chi viene etichettato come una persona poco affidabile avrà più paura di essere smascherato e, inoltre, per farsi credere anche quando afferma il vero usa normalmente più energie degli altri; la tensione che si aggiunge nel momento in cui si dice una bugia non può che aggravare la situazione di timore che vive. Un simpatico esempio della escalation delle bugie, a cui si può essere costretti per non esser smascherati, è il protagonista del telefilm Billy il bugiardo in cui un ragazzo dalla vita monotona sogna un luogo in cui è considerato da tutti un eroe; alcuni errori commessi lo spingono a raccontare frottole sempre più grandi, per evitare punizioni sempre più pesanti; così le persone cominciano a non credergli più.

Ovviamente queste sono circostanze generali in cui ci si può trovare maggiormente in difficoltà nel mentire, va da sé che occorre, oltre a questo, conoscere i vari modi in cui il corpo comunica segnali (o meglio indizi) di tensione o, eventualmente, menzogna.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012

 

Ti amo, ma non mi toccare… (metacomunicazione e paradossi della comunicazione umana)

 

Se diamo più credito a quello che vediamo o percepiamo, piuttosto che alle parole o a ciò che può apparire logico e razionale, è perché questo ci ha aiutato, e ci aiuta ogni giorno, a sopravvivere più a lungo nel nostro ambiente e, perché no, a farci vivere meglio. Di tanti paradossi che si presentano intorno a noi e che viviamo ogni giorno, quelli che appartengono alla sfera della comunicazione possono essere vissuti come un problema concreto e reale; alcuni di essi possono anche condurre, in situazioni particolari, a forme di malattie mentali, come la schizofrenia.
Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, con uno dei suoi celebri assiomi della comunicazione, stabilì la differenza che nella comunicazione umana esiste tra il piano del contenuto e quello della relazione. I segnali sul piano del contenuto danno informazioni, attraverso la comunicazione verbale e non verbale; mentre i segnali sul piano della relazione danno informazioni riguardo al contesto e sul rapporto che intercorre tra gli interlocutori; questi ultimi segnali sono prevalentemente legati al piano non verbale. La relazione classifica il contenuto che viene espresso e ne definisce il valore comunicativo; di conseguenza possiamo dare al contenuto una subordinazione nel grado d’importanza; infatti, quanto più è positiva la relazione che intercorre tra i parlanti, tanto meglio sarà possibile comprendere il contenuto.
Quanto spiegato finora può farci comprendere come i paradossi comunicativi, a partire dal discorso di un politico fino all’abbraccio di un parente, possono generare in noi confusione e, di conseguenza, condizionare il nostro comportamento.
Questo aspetto è stato approfondito con la teoria del doppio legame, o doppio vincolo, di Gregory Bateson, poliedrico studioso di psicologia, antropologia, sociologia, linguistica e cibernetica; questo concetto postula che molti disturbi psicologici sono dovuti proprio all’inadeguatezza nell’interpretare i messaggi metacomunicativi che dovrebbero definire il resto della comunicazione (si parla di metacomunicazione per intendere la comunicazione a proposito della comunicazione stessa). Il doppio legame indica una situazione in cui, tra due persone legate emotivamente, la comunicazione può esprimere due concetti in contrasto tra loro sul piano del contenuto e su quello del non verbale; in questa situazione il ricevente non riesce a distinguere quale dei due livelli sia più veritiero dell’altro, né riesce a esplicitare all’altro tale disagio cognitivo. Anche se tale concetto è stato in seguito superato e rivisto (in particolare sul fatto che il doppio legame generasse schizofrenia, tema sul quale Bateson era molto focalizzato), è interessante notare che questo avviene praticamente ogni giorno, poiché tale doppio legame esiste di fatto nell’intera struttura sociale e quindi siamo tutti coinvolti, anche se non sempre ciò ci porta a forme di schizofrenia acuta.
È vero che quando entrano in gioco sentimenti e affetti il tema si fa più delicato, come, ad esempio, nel caso di una madre che, abbracciando il figlio, lo fa in maniera troppo forte o troppo blanda, rivelando così un dato che il bambino può percepire e vivere come problematico. Anche nella vita politica ciò è ben visibile; famoso è il discorso di Nixon durante la guerra del Vietnam, che, mentre affermava di voler dialogare con i giovani, mostrava evidenti segni di irrigidimento e con le mani cercava idealmente di tenere lontani gli studenti; fu interessante notare che una ricerca dell’epoca ha rivelato che coloro che lo avevano seguito in televisione erano portati a non credere alle sue parole; chi lesse invece il discorso non ebbe la possibilità di percepire l’aspetto di relazione del discorso pronunciato.
Bateson, oltre che portare avanti i suoi studi sul doppio legame in ambito psicoterapeutico, introdusse anche il concetto di deuteroapprendimento ovvero il meta-apprendimento (imparare come apprendere) che risulta molto importante per quel che riguarda la comunicazione non verbale, che non si insegna, come il resto della comunicazione, nelle scuole o in altri gruppi primari, come la famiglia.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012

 

Tre semplici metodi per leggere il linguaggio del corpo

 

Il modo migliore per iniziare a capire il proprio corpo è applicare innanzitutto le tecniche di osservazione al corpo altrui, per poterle poi in qualche modo replicare su se stessi per trarne utili indicazioni; per soddisfare la curiosità di coloro che vorrebbero sapere se esistono dei metodi universali (ce ne possono essere diversi) per leggere al meglio la comunicazione non verbale degli altri è consigliabile, rimanendo su un piano generale, prestare attenzione principalmente a tre aspetti.

1. Visione olistica, ovvero prendere in considerazione la situazione nel suo insieme, includendo tutti i possibili elementi di interesse, ad esempio: è normale che le persone parlino a voce alta a una festa con della musica nella sala, questo non indica di certo arroganza o voglia di prevaricare. È importante non cadere nella facile trappola di associare in maniera rigida e definitiva un singolo gesto a un preciso significato (ad esempio, chi incrocia le braccia non sempre comunica chiusura). Bisogna rimanere con la mente aperta e critica non solo sulla possibilità di arrivare a facili conclusioni sull’associazione dei singoli gesti, ma anche aperta nel senso di considerare altri elementi ambientali che potrebbero influenzare, come è normale, le reazioni e i comportamenti delle persone.

2. Analisi della congruenza della situazione (norming): Il norming è un criterio fondamentale di analisi per quanto riguarda la comunicazione umana ma ancora di più per la parte non verbale è l’analisi della normalità di una situazione; il norming include:

  • il comportamento normale della persona, che è possibile rilevare frequentandola, o anche attraverso dei video, almeno per quel che riguarda la vita pubblica e, più raramente, privata;
  • il contesto, ovvero l’aspettativa comportamentale in una determinata situazione sociale e la sua devianza. Per analizzare il comportamento non verbale è fondamentale farsi delle domande tipo: come si comporterebbe quella determinata persona in quella specifica situazione? Cosa sarebbe (o potrebbe sembrare) normale?

3. La pratica rende perfetti (o quasi); come tutte le abilità, anche l’interpretazione del linguaggio del corpo va sviluppata e, nel corso degli anni, mantenuta attraverso l’esercizio; l’allenamento mentale, così come quello fisico, allena un muscolo molto particolare: il nostro cervello. I benefici che si possono avere sviluppando la muscolatura fisica possono contribuire alla salute generale del nostro corpo, così l’allenamento della mente porta benefici maggiori del singolo obiettivo dell’esercizio che si sta facendo (si potenzia il cervello anche in altri sensi).

Non va dimenticato, lo ribadiamo, che, grazie a queste indicazioni, stiamo cercando di sviluppare un’abilità che è già presente nel nostro dna (specialmente in quello delle donne), ma con un buon metodo di osservazione è possibile incrementare la capacità conscia e inconscia di lettura del nostro corpo e di quello altrui.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012

 

GENTE (giugno 2015) – Non solo gli elettori, anche Agnese si stacca

La gioiosa intesa di un tempo sembra essersi raffreddata. Piccoli segni, sfumature, linguaggio del corpo: gli esperti “leggono” le immagini e giudicano

 

Giulio Andreotti diceva che il potere logora chi non ce l’ha, ma era un amante dei paradossi. In realtà sembra vero il contrario, guardando le foto di questo nostro servizio dedicato al premier Matteo Renzi e alla moglie Agnese. Una coppia che di recente in pubblico parrebbe meno unita e forse meno in sintonia che in passato. Perlomeno questo potrebbero indicare certi piccoli segnali che si colgono mettendo a confronto le immagini. Nel 2011 Renzi, ancora sindaco di Firenze, passeggiava mano nella mano con Agnese ed entrambi sorridevano lieti. Nel 2014 Matteo, già capo del governo, presenziava alle sue prime cerimonie ufficiali in questo ruolo con la moglie accanto, sempre molto vicina, e i due si cercavano con lo sguardo, tanto da isolarsi a volte dal contesto intorno. Ora invece il premier e la sua signora camminano per strada separati da una certa distanza, a volte neppure affiancati, e i loro occhi non si incontrano come prima, ma ognuno lascia vagare il proprio sguardo altrove, come assorbito nei propri pensieri.

Sono piccoli particolari, sfumature, come si è detto, ma potrebbero indicare che il logorio del potere abbia cominciato a fare presa sulla coppia. Il linguaggio del corpo colto da queste fotografie significherebbe forse che lo stress imposto a entrambi dal ruolo pubblico ha incrinato la loro precedente armonia, disperdendo le energie che Renzi e signora prima dedicavano l’uno all’altra. Lui ha affrontato sfide impegnative, come iI Jobs Act e l’Italicum, ed è uscito dalle elezioni regionali con i primi cali di consenso, dovendo fare i conti anche con la fronda interna nel Pd. Agnese è stata coinvolta, come insegnante, nel dibattito sulla contestata riforma scolastica del governo di suo marito e nei giorni scorsi ha cercato con determinazione di mantenere una posizione defilata. La stessa già da lei scelta a suo tempo, quando non volle seguire il marito a Palazzo Chigi, a Roma, per restare a Pontassieve, vicino a Firenze, con i loro tre figli.

Adesso i consolidati equilibri della coppia Renzi potrebbero essere cambiati? Dopo aver esaminato le foto di queste pagine, la psicologa Gianna Schelotto afferma: «L’apparenza indicherebbe questo, ma se una coppia funziona può rielaborare la sua immagine pubblica, restando solida nel privato. All’inizio i Renzi avevano bisogno di mostrarsi innamorati e felici, poi sono passati a un tipo di comunicazione esterna più distaccata. È probabilmente una forma di difesa dalla pressione dei tanti nuovi impegni». Forse tra loro non è cambiato nulla. «Sì. Le dinamiche interne a una coppia sono molto difficili da decifrare per chiunque altro. Secondo me, Matteo e Agnese hanno solo deciso di cambiare immagine, preservando la loro intimità».

Francesco Di Fant, autore di I segreti per parlare e capire il linguaggio del corpo (Newton Compton), ritiene invece che la nostra sequenza fotografica dei coniugi Renzi dimostri un certo distacco subentrato tra loro. «Si coglie nella distanza attuale tra i loro corpi e i loro sguardi», spiega. «Toccare qualcuno, tenerlo per mano, significa creare un contatto empatico, rassicurarsi a vicenda. Tra loro non avviene, quindi l’atmosfera tra i Renzi pare raffreddata. È difficile ipotizzarne i motivi. Forse lui ha troppe preoccupazioni, forse lei ha qualche motivo di malinconia. Però secondo me il loro è un modo di porsi da cambiare subito: tra un leader e la moglie la sintonia deve essere perfetta agli occhi del pubblico, deve essere palese. Un leader deve apparire sempre affidabile e il più sereno possibile agli elettori».

Un altro aspetto che ci rivelano le foto recenti dei coniugi Renzi è la perfetta forma di Agnese, elegante e con una linea invidiabile. «È fisicamente aggraziata ed è entrata nel ruolo di first lady», commenta l’esperto di comunicazione Klaus Davi. «È una donna più sciolta e più consapevole che in passato, pur avendo mantenuto la riservatezza e la sobrietà a lei abituali. Sono doti che piacciono molto, anche alle altre donne, e che le fanno guadagnare consenso». Forse per questo nelle foto lei non è vicina al marito come prima. Ora Agnese sa camminare anche da sola.

Igor Ruggeri

 

Articolo completo – Gente n.23/2015

 

Cosa significano le mani dietro la schiena?

 

Foto by Ddouk (Pixabay)

Molte volte quando parliamo con qualcuno che ha le mani dietro la schiena ci insospettiamo. Perché? La risposta è semplice: da bambini i nostri amici, o gli adulti, si mettevano in quel modo perché tenevano qualcosa in mano che non volevano farci vedere (gli amici perché temevano che l’avremmo voluta noi e gli adulti per farci una sorpresa). Con gli anni dunque abbiamo imparato a considerare le persone che tengono le mani dietro la schiena come non sincere e che cercano in qualche modo di raggirarci. In realtà non è affatto così. Anzi, tutt’altro.

Come scrive giustamente Francesco Di Fant, uno dei massimi esperti italiani di linguaggio del corpo, «chi mette le mani dietro la schiena mostra, in realtà, di non avere timore; è come se volesse dire: “Guardate! Non ho nulla da nascondere e non ho bisogno di difendermi con le braccia dai vostri attacchi, non sono un pericolo e allo stesso tempo non ho paura”». Questo significato “più profondo” del gesto di mettere le mani dietro la schiena risale a un periodo molto più remoto rispetto alla nostra infanzia, e cioè da quando, per poter sopravvivere nelle foreste, i nostri antenati erano obbligati ad attaccare e a difendersi “allungando le braccia” (naturalmente questo vale ancora oggi in alcuni ambienti e situazioni). Ne consegue, dunque, che quando vediamo qualcuno “allungare le braccia” la nostra parte più primitiva e istintiva reagisce interpretando quell’azione come un attacco nei nostri riguardi o come un tentativo di difesa; al contrario, quando il nostro interlocutore mette le mani dietro la schiena, la sua parte primordiale vuole farci capire, appunto, che non ci teme né, tantomeno, che abbia intenzione di attaccarci.
Insomma, come molto spesso accade, le apparenze ingannano. Quindi la prossima volta che avete di fronte qualcuno che ha le mani dietro la schiena non guardatelo con sospetto: è molto probabile invece che sia una persona di cui potersi fidare.

Michele Putrino (micheleputrino@email.it)

martedì 26 maggio 2015

http://arscommunicandi.blogspot.it/2015/05/cosa-significano-le-mani-dietro-la.html

 

App in Progress, ora i videogiochi si realizzano a scuola durante le lezioni

 

Una volta per far passare il tempo e la lezione ai videogiochi si giocava sotto banco. Oggi lo studente non si deve più preoccupare: sarà lui dall’ideazione alla realizzione del prodotto finale a creare il suo videogioco in classe. Il tutto sotto gli occhi vigili dei professori. Accade a Roma nell’ITIS Giovanni XXIII dove 100 ragazzi di 4 classi (2G, 2H, 3G, 4G) hanno partecipato ad App In Progress, uno dei primi progetti italiani nel suo genere nato per stimolare i giovani ad un uso consapevole del digitale. Finanziato dalla Regione Lazio, BCC, ITIS Giovanni XXIII e supportato anche daDiregiovani.it e Porta Futuro.

L’idea è semplice: in 40 ore di lezione a classe gli studenti hanno pensato, progettato, disegnato, ed infine realizzato uno stotytelling digitale. In pratica, un fumetto che diventa videogioco. La squadra Hexacore, vincitrice della prima edizione, ha avuto la possibilità di trasformare il progetto in realtà: grazie al team CodemotionIT ha prodotto una vera e propria App per Apple ed Android con cui giocare al proprio videogioco.

Da parte dei professori è stato chiesto ai ragazzi di utilizzare al massimo tutte le loro conoscenze di internet dai social fino ai programmi di grafica. Con facebook e twitter gli studenti hanno imparato a conoscere il rapporto fra social e bussiness ed il lavoro realizzato in classe è stato poi postato su youtube.

Giocando e progettando i giovani sono entrati in contatto direttamente a scuola con le professioni digitali (diversi professionisti hanno presentato le loro esperienze) ed imparato a conoscere le loro attitudini in un vero e proprio percorso di orientamento.

La prima edizione di App In Progress si concluderà 8 maggio a Porta Futuro per presentare il trailer di Herygohn, il primo videogioco realizzato.

 

 




http://www.huffingtonpost.it/2015/05/05/app-in-progress-scuola_n_7212740.html

 

 

Mani dietro la schiena

 

Avete notato che molte persone hanno l’abitudine di camminare con le mani e le braccia dietro la schiena? Molti comunemente pensano che chi nasconda le mani e magari potrebbe essere anche armato e pericoloso…
Al contrario delle comuni credenze, stare con le mani e le braccia dietro la schiena di solito è un segnale di schiettezza, chi mette le mani dietro la schiena mostra, in realtà, di non avere timore, è come se volesse dire: «Guardate! Non ho nulla da nascondere e non ho bisogno di difendermi con le braccia dai vostri attacchi, non sono un pericolo e allo stesso tempo non ho paura». Infatti, le braccia sono considerate il primo strumento di difesa del nostro corpo, ci basti pensare all’automatismo che ci porta a mettere letteralmente le mani avanti quando, ad esempio, ci capita di inciampare camminando. Anche in caso di un vero e proprio scontro fisico sono i nostri arti superiori a essere chiamati all’azione, vuoi per colpire, vuoi per proteggere parti delicate del corpo come il tronco, la testa e la zona genitale.
Comprendo il fatto che non vedere le mani di una persona sia creduta una postura sospetta e possa in qualche modo suscitare dei dubbi (o che perlomeno possa generare la domanda: «Cos’avrà in mano?») ma questa reazione spesso provata, in realtà, contrasta con la postura naturale dell’uomo che è quella di avere le braccia distese lungo i fianchi, proprio per permettergli di compiere il minimo movimento per spostarle nella direzione voluta in caso di necessità.
Il gesto opposto a questo sarebbe quello di mostrare i palmi delle mani all’interlocutore, per rassicurarlo sul fatto che non ci sia nulla da temere; questo gesto, però, è un’ostentazione di trasparenza e nel caso non sia giustificato, potrebbe addirittura farci pensare che l’altro stia tramando qualcosa… In passato si diceva excusatio non petita, acusatio manifesta, una espressione latina di origine medievale la cui traduzione letterale sarebbe «scusa non richiesta, accusa manifesta».
Esistono anche alcune posture che includono le mani dietro la schiena, comunicando l’idea di rispetto o sottomissione, basti pensare a un ragazzo che subisce una ramanzina da un professore, tenendo la testa bassa e le mani giunte dietro la schiena; oppure la classica postura militare quando si riferisce di fronte a un superiore tenendo la testa dritta, il petto in fuori e le mani dietro la schiena. Queste vere e proprie configurazioni di posture vengono comunemente usate per veicolare significati convenzionalmente accettati (siamo quasi tutti abituati a recepire immediatamente queste rappresentazioni proprio a causa della loro frequenza nella vita quotidiana delle persone), la posizione delle mani dietro la schiena è solo uno degli elementi che concorrono a dare un senso compiuto alle rappresentazioni descritte sopra negli esempi, ma sicuramente è un dettaglio forte dal punto di vista comunicativo, senza il quale la configurazione stessa potrebbe non essere facilmente comprensibile o comunque lasciare spazio a delle interpretazioni ambigue.

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012

 

 

Sex Crime. Contro ogni forma di violenza – Caserta 26-02-2015

 

#iononcisto “UN SELFIE CONTRO LA VIOLENZA”

Noi non ci stiamo: contro ogni tipo di violenza.
Sex Crime. Quando l’amore diventa reato – Caserta 26-02-2015

 



 

http://webtv.aeronautica.difesa.it/PortaleWebTV/renderPage.do?v=549&method=detail&resourceID=549&channel=24

 

Radio Centro Suono 101.3 – “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo”

Massimiliano Augieri e Antonio Carnevale intervistano il dottor Francesco Di Fant, esperto di Linguaggio del Corpo, su Radio Centro Suono 101.3 (http://www.centrosuono.com) a proposito del suo ultimo libro “Come riconoscere uno stronzo al primo sguardo” – 17 gennaio 2015



Buon ascolto! 🙂