Movimento fisico, concentrazione e Comunicazione Non Verbale – Copia Originale

Avete notato che quando qualcuno sta parlando al telefono gesticola come se ci fosse davvero qualcuno di fronte a lui che lo possa vedere? E quante volte vi è capitato di ritrovarvi a passeggiare per casa intenti a riflettere su qualcosa di importante?

State pure tranquilli, va tutto bene; infatti è dimostrato che il movimento fisico aiuta il pensiero, muovendo il corpo, infatti, si “muove” anche il cervello. Il movimento è energia e comunicazione, attivare il proprio corpo aiuta l’attività mentale e allo stesso tempo facilita la comunicazione interpersonale.

Un altro esempio di movimento fisico legato alla concentrazione, può essere il fatto di scarabocchiare su un foglio mentre si sta prestando attenzione alle parole di un’altra persona; questa è una cosa che può capitare, ad esempio, a chi lavora come insegnante o formatore. In questo caso si potrebbe pensare che la persona che disegna non presti attenzione poiché distratto da un’altra attività; in realtà in questo caso il cervello compie un’azione quasi automatica che non danneggia l’attenzione e che invece può aiutarla.

Le numerose ricerche sull’ascolto dicotomico, insieme a quelle più recenti sul multitasking, confermano che il cervello ha difficoltà a fare più cose contemporaneamente; però quando l’attività fisica è poco impegnativa o inconscia il cervello può trovare una concentrazione speciale.

Oltretutto nel caso in cui si disegna mentre si ascolta o si parla con qualcuno, va considerata la diversa natura dei compiti che implicano due sensi differenti (si disegna con la vista e si ascolta con l’udito), mettere in atto una gestualità fatta di movimenti meccanici e programmati nel nostro cervello può aiutare a trovare la giusta concentrazione e a riflettere meglio.

Un esempio brillante nella storia viene da una delle grandi scuole di filosofia dell’antica Grecia: la scuola peripatetica di Aristotele; il suo nome greco peripatetikòs deriva dall’unione delle parole perì (essere o muoversi intorno) e patèo (cammino). Aristotele e i suoi discepoli parlavano di filosofia mentre passeggiavano nel giardino della loro scuola e sembra che questa attività fisica aiutasse il pensiero dei partecipanti alle lezioni che discutevano di temi di alta filosofia.

Anche fare espressioni facciali e gesticolare con le mani durante una conversazione telefonica aiuta la comunicazione, questo facilita la nostra espressione delle emozioni che si riflette anche nella scelta del tono della voce e nella scelta delle parole. Per verificare se il movimento delle mani (Comunicazione Non Verbale) avesse una reale influenza sulle parole pronunciate (aspetto Verbale) e sulla qualità della voce (aspetto Paraverbale) è stato effettuato un curioso esperimento. Ad alcuni soggetti erano state bloccate le mani mentre parlavano con qualcuno e altri invece erano liberi di esprimersi anche con le mani: quelli liberi di comunicare muovendo le mani pronunciavano più parole e sceglievano con maggiore cura i termini usati, anche la loro voce risultava più energica ed espressiva.

Non è un caso che i gesti con cui si gesticola nella comunicazione si chiamino proprio “gesti illustratori”, tali gesti possono scandire il ritmo, indicare, mimare e altro ancora; il loro compito, di fatto, è quello di arricchire il senso del messaggio verbale, illustrano un concetto, lo rinforzano e a volte possono sostituirsi alle parole.

In fondo non c’è da stupirsi, per la natura “il movimento è vita”. Nel movimento, così come in molte altre cose, esiste comunque un certo equilibrio, in un giusto grado di movimento ci sono energia e vitalità ma esistono anche gli estremi: nell’assenza di movimento è possibile trovare situazioni di bassa energia e motivazione, rilassamento, riflessione oppure dolore, tristezza o paura; quando invece il movimento è eccessivo può rappresentare gioia e un’energia strabordante (braccia in alto, voce alta, espressioni del viso e gesti accentuati) ma anche tensione, agitazione, disagio o rabbia.

Dottor Francesco Di Fant
Esperto di Comunicazione, Linguaggio del Corpo, Public Speaking e Analisi della Menzogna

https://www.copiaoriginale.it/post/movimento-fisico-concentrazione-e-comunicazione-non-verbale

Perché si tengono gli occhi socchiusi? – Copia Originale

 

Osservando il Linguaggio del Corpo altri si può notare che ogni tanto si tende a stringere gli occhi e a tenerli socchiusi. Tenere gli occhi stretti (o socchiusi) spesso serve a proteggersi da una luce intensa, o dall’acqua di un temporale così come dalla sabbia in una spiaggia ventosa.

Un altro aspetto interessante di questo atteggiamento è relativo all’espressione dei sentimenti, chi tiene spesso gli occhi stretti potrebbe avere difficoltà a esprimere i sentimenti più profondi. Gli occhi vanno considerati come una porta d’accesso e d’uscita del nostro corpo e della nostra mente.

Ridurre la possibilità di comunicazione, di scambio con l’ambiente esterno può segnalare una predisposizione alla difesa del proprio mondo interiore, psicologico ed emozionale (persone timide, coscienziose e riservate). Socchiudere gli occhi è un modo per non vedere ciò che ci circonda, inoltre dà anche la possibilità di avere un maggior controllo delle proprie reazioni emotive.

Il fatto (volenti o meno) di esternare in maniera meno intensa i propri sentimenti è un logico riflesso di questo atteggiamento nei confronti della vita stessa e del mondo esteriore, visto più spesso come una minaccia che come un’opportunità da queste persone.

Tenere chi occhi socchiusi è anche un particolare dell’emozione della rabbia; inoltre stringere le palpebre può segnalare uno sforzo per concentrarsi meglio, spesso in presenza di rumori o quando si è concentrati per cogliere un concetto difficile da comprendere.

 

Francesco Di Fant

https://www.copiaoriginale.it/post/perche-si-tengono-occhi-socchiusi

Perchè ci guardiamo intorno?

 

Eccoci a una festa, siamo assorti in una piacevole conversazione con altre persone quando una di queste comincia a guardarsi intorno, come se stesse cercando qualcuno o qualcosa con lo sguardo.

A volte la persona in questione sta effettivamente osservando per vedere se una persona attesa sia arrivata o meno; ma, molto più spesso, questo segnale del corpo ci porta a credere che il nostro interlocutore stia letteralmente cercando una via di fuga.

Sicuramente questo atteggiamento indica poca attenzione e interesse nei nostri confronti (o riguardo al tema di cui stiamo parlando), ma è interessante notare che quasi tutti adottano questa sottile tecnica di fuga (perlomeno mentale) in maniera inconsapevole. Se fate caso al vostro linguaggio del corpo noterete che in presenza di una persona logorroica, poco gradita o nel mezzo di un argomento che non ci interessa tendiamo automaticamente a cercare intorno a noi altri punti d’interesse che, a livello psicologico, sono considerati delle vere e proprie scappatoie (quanto è vero che è più interessante riordinare i calzini nei cassetti piuttosto che parlare con alcune persone…).

Un esempio molto pratico di questo atteggiamento è l’addestramento che agenzie governative come fbi e cia adottano con i propri agenti segreti (come in film famosi come The Bourne Identity e Ronin) per analizzare e cercare istintivamente tutte le possibili vie di fuga in un ambiente in caso di necessità (spesso la necessità per un agente segreto coincide con la propria sopravvivenza).

Ovviamente nel caso sopracitato in cui stiamo facendo due chiacchiere a una festa, l’urgenza non è quella di salvarsi la pelle ma perlomeno di salvare il nostro cervello (almeno dalla noia) con una distrazione automatica verso altri oggetti presenti nell’ambiente che ci circonda.

A volte, invece, potrebbe essere un vezzo della persona, ovvero un modo di fare abbastanza frequente che ripropone quasi in tutte le situazioni; al di là di quello che possiamo dire o fare, queste persone tenderanno naturalmente a guardarsi spesso intorno. In linea di massima può indicare due cose: un eccessivo movimento oculare può essere indizio di tensione ed eventualmente di paura; senza arrivare a definire paranoiche queste persone, il fatto di muovere continuamente gli occhi rientra nella spiegazione data in precedenza, che evidenzia il fatto di cercare vie di fuga e di vedere se è presente qualcuno che non si gradirebbe incontrare.

Un’altra interpretazione può essere quella di avere di fronte a noi una persona che ha i pensieri più mobili di altri individui, ossia non riesce a soffermare la propria attenzione su un pensiero fisso e ha bisogno di spaziare tra differenti idee. In entrambi i casi è evidente che il significato dei movimenti oculari non è da ricondurre a qualche evento particolare intorno a noi o a qualche atto di cui ci possiamo sentire, in qualche modo, responsabili.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.

 

Il movimento fisico aiuta a pensare?

 

Alcune volte, quando faccio lezione di Comunicazione Non Verbale a classi di adulti, capita che qualcuno si metta a disegnare abbassando la testa sul foglio proprio nel bel mezzo della spiegazione, come in tutte le classi che si rispettino. Un modo che ho sempre adottato per interrompere tale distrazione, senza mettere in imbarazzo di fronte agli altri la persona colta in flagrante, è quello di camminare lentamente, senza interrompere il discorso, verso la persona che sta scarabocchiando, fino ad arrivarci accanto o dietro e rimanere sulla posizione alcuni secondi sempre senza smettere di parlare. Il più delle volte basta questo per dissuadere il novello Van Gogh dalla sua creazione estemporanea matita su carta, ricomponendo la sua attenzione verso le mie parole.

A volte però ho notato che questa tattica non ha sortito effetto sul disegnatore, il quale non ha smesso di impiastricciare il foglio e tantomeno ha alzato la testa per guardare chi si fosse piazzato di fianco a lui, al che, colto da curiosità, a fine lezione ho fatto qualche domanda ai più accaniti scarabocchiatori di fogli. Sono rimasto inizialmente sorpreso nel constatare che essi non solo non sono stati affatto distratti dall’atto di disegnare, ma che invece sono riusciti a cogliere collegamenti e idee che indicano un alto livello di attenzione verso i contenuti della lezione. Come è possibile tutto ciò?

Alcuni esperimenti sull’ascolto dicotomico (ovvero l’ascolto contemporaneo di due audio differenti, uno da sinistra e una da destra) indicherebbero esattamente il contrario: quando il cervello è impegnato a prestare attenzione nello stesso momento a due situazioni differenti (siano essi due discorsi, due spezzoni video, ecc.) la performance di ascolto e percezione è notevolmente più bassa di quando si presta attenzione ai singoli elementi.

Ma in questo caso, visto che la natura dei compiti è diversa (disegnare implica la vista, mentre ascoltare coinvolge l’udito) possiamo dire che l’attuazione di gesti meccanici già programmati, in qualche modo, nel nostro cervello, aiuta a concentrarci, a riflettere e a pensare meglio, in poche parole possiamo dire che il movimento fisico aiuta il movimento mentale.

È curioso notare che una delle grandi scuole filosofiche greche, la scuola peripatetica fondata da Aristotele, prendeva il suo nome da questo curioso aspetto del movimento. Questo termine viene dal greco peripatetikòs e deriva dall’unione di due parole: perì (essere o muoversi intorno) e patèo (cammino); peripatos vuol dire quindi «passeggiata». Aristotele era solito tenere le sue lezioni passeggiando nel giardino della scuola, non sappiamo se il grande filosofo sapesse che camminare aiuta concretamente il dinamismo del pensiero, di sicuro è stato qualcosa che ha avvertito come naturale e istintivo e in seguito non ne ha mai fatto a meno.

Scarabocchiare permette al cervello di separare le informazioni visive da quelle auditive, escludendo la vista dai processi attivi dell’attenzione. L’attivazione di percorsi (pattern) di comportamento già programmati nel nostro cervello permette a quest’ultimo di mettere il pilota automatico per quel che riguarda una specifica operazione (disegnare, camminare, ecc.), e liberare risorse mentali (esattamente come fosse la cpu di un computer) per concentrarsi al meglio su altri compiti, nella situazione menzionata la mia voce che spiegava la lezione. Un inconveniente di questa strategia mentale è che se al discorso sono connesse informazioni visive (slide, grafici, gesti della persona che parla, ecc.) queste sono inevitabilmente perse proprio a causa della scelta di privilegiare il canale auditivo a discapito di quello visivo. Il contrario avverrebbe, ad esempio, se mettessimo delle cuffie durante una lezione e ci concentrassimo solamente sull’aspetto visivo della stessa; in questo caso saremmo molto più attenti alle informazioni di natura visiva a discapito di quelle auditive.

La situazione più tipica in cui si scarabocchia è quando si parla al telefono: la dimensione visiva, in tal caso, è pressoché azzerata, rimanendo così in gioco la dimensione verbale e quella paraverbale, la persona può così effettivamente prestare più attenzione ai contenuti del discorso e, in maniera automatica, sarà anche più attenta a quegli aspetti sottili del parlato come i diversi elementi paraverbali (ritmo, tono, pause, esitazioni, ecc.); questo potrebbe aiutare a interpretare, al di là della sole parole, le reali intenzioni dell’interlocutore.

 

Tratto dal libro: “101 cose da sapere sul linguaggio segreto del corpo” di Francesco Di Fant, Newton Compton editori, Roma 2012.