Microespressioni e bugie ad alto rischio

La verità è che tutti mentono. Ma non tutte le bugie sono uguali.

Ci sono bugie bianche. Per la maggior parte sono considerate innocue, forse anche necessarie se risparmiano i sentimenti di qualcuno o li fanno sentire supportati. Queste sono bugie di basso livello: nessuno si fa davvero male e non c’è un grande lato negativo nel farsi scoprire. Gli psicologi ci dicono che di solito non c’è un grande aumento di emozioni o attività cognitiva quando si dicono bugie bianche, il che significa che le persone tendono a non mostrare microespressioni quando usano questo tipo di menzogna.

Le menzogne “ad alto rischio” con una posta in gioco alta sono piuttosto diverse dalle altre.

Maureen O’Sullivan, professoressa dell’UCSF che studia i cosiddetti “maghi della verità” (“truth wizards”) – persone che sono “macchine della verità” naturali – afferma che le “bugie ad alto rischio” con una posta in gioco alta prendono forma quando “bugiardi e cacciatori di menzogne sono altamente motivati, sia per motivi personali o da alcuni significativi rinforzi positivi e/o negativi (ricompense importanti, gravi punizioni)”.

Mentire sul banco dei testimoni o mentire al proprio partner su una relazione sarebbero sicuramente considerate menzogne con poste alte.

C’è una domanda fondamentale: “come si può sapere se qualcuno sta mentendo?”

Proviamo a cambiare il focus della nostra attenzione. La maggior parte della nostra attenzione è solitamente focalizzata sulle parole che una persona sta dicendo. Tuttavia, numerose ricerche suggeriscono che fino al 90% dei messaggi che comunichiamo in qualsiasi interazione di persona sono di tipo Non Verbale. E di questi messaggi non verbali, il volto è il canale di comunicazione più importante. Questo è il motivo per cui imparare a riconoscere le microespressioni è un’abilità di base per imparare a vedere i “punti caldi” (hot spots), che possono essere indizi importanti nel rilevare l’inganno.

Quindi è ovvio che se vogliamo essere in grado di rilevare un inganno, dovremmo essere molto più che bravi ascoltatori.

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Tratto da https://www.humintell.com/2009/08/microexpressions-in-high-stakes-lies/

4 idee sbagliate sulle Microespressioni

Pensi di sapere tutto sulle microespressioni? Dai un’occhiata a questo elenco di idee comuni errate sulle microespressioni:

1) Vedere una microespressione significa automaticamente che una persona sta mentendo

Le microespressioni si verificano quando le persone stanno cercando di nascondere le proprie emozioni, il più delle volte in situazioni dove la posta in gioco è alta. Quando vedi una microespressione, non dare per scontato che l’altra persona stia mentendo. La prima cosa che devi fare è stabilire una linea di base (baseline): chiediti qual è il comportamento normale della persona.

Se noti davvero un’incongruenza (hot spot) in cui le azioni verbali contraddicono le azioni non verbali, fermati e poni più domande. Non dare per scontato che ciò che stanno dicendo sia una bugia.

2) Le microespressioni includono quanto segue:

Sbattere velocemente le palpebre, la direzione in cui si muovono gli occhi, irrequietezza, respiro pesante

Tutte le azioni di cui sopra sono ottimi esempi di comportamento non verbale che possono essere indicativi del fatto che qualcuno sta mentendo, ma non sono microespressioni. Mentre le microespressioni sono un tipo di comportamento non verbale che si verifica sul viso, non implicano la frequenza con cui una persona sbatte le palpebre o quanto sia pesante il respiro.

Le microespressioni rappresentano comunemente le sette emozioni di base: felicità, paura, tristezza, rabbia, disprezzo, disgusto e sorpresa. Si verificano in meno di 1/25 di secondo e sono classificate in base alla velocità con cui si verifica l’espressione sul viso di una persona.

3) Solo i “Maghi della Verità” (Truth Wizards) possono vedere le microespressioni

Questi maghi della verità” che furono scoperti da Maureen O’Sullivan durante il suo Wizards Project erano un gruppo selezionato di persone particolarmente brave a rilevare l’inganno. Non devi essere un mago per vedere le microespressioni. Chiunque può imparare a vedere le microespressioni, soprattutto con l’addestramento appropriato.

4) Le microespressioni sono state scoperte di recente

Nonostante lo spettacolo Lie to Me trasmesso su FOX, le microespressioni sono state scoperte per la prima volta da Haggard e Isaacs oltre 40 anni fa. Pubblicarono un rapporto su queste espressioni, che chiamarono espressioni “micromomentarie” nel 1966. L’articolo che scrissero era intitolato Espressioni facciali micro-momentanee come indicatori dei meccanismi dell’Io in psicoterapia. Molti studi successivi sono stati condotti sulla base della ricerca di Haggard e Isaacs, ma la scoperta della microespressioni dovrebbe essere attribuita a loro.

Per ulteriori informazioni sulla storia dietro le microespressioni, dai un’occhiata a questo articolo.

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Tratto da https://www.humintell.com/2009/08/common-misconceptions-about-microexpressions/

Le Microespressioni

Le microespressioni sono brevi espressioni involontarie delle emozioni. Di solito si verificano quando si vive un’emozione forte ma si cerca di nascondere i sentimenti.

Possono anche verificarsi perché una persona sperimenta più emozioni in rapida successione. A differenza delle normali espressioni facciali, è difficile produrre o neutralizzare volontariamente le microespressioni. Possono esprimere una qualsiasi delle sette emozioni universalmente espresse sul viso (disgusto, rabbia, paura, felicità, tristezza, sorpresa e disprezzo) e si verificano in un tempo brevissimo (tra 1/15 e 1/30 di secondo).

La storia delle Microespressioni:

Le microespressioni furono scoperte per la prima volta da Haggard e Isaacs (1966). Nel loro studio, Haggard e Isaacs hanno descritto come hanno scoperto queste espressioni “micromomentarie durante la scansione di ore di filmati di psicoterapia, alla ricerca di indizi di Comunicazione Non Verbale tra paziente e terapista.

Più o meno nello stesso periodo, Condon e Ogston (1967) sono stati i pionieri nello studio delle interazioni a livello di frazione di secondo. Condon, nel suo famoso progetto di ricerca, ha esaminato un segmento di video di quattro ore e mezza, fotogramma per fotogramma, in cui ogni fotogramma rappresentava 1/25 di secondo. Dopo aver studiato questo video per un anno e mezzo, ha distinto i micromovimenti interazionali, come la moglie che muoveva la spalla esattamente quando le mani del marito si sono alzate, definendo degli schemi di micrortimi. Il lavoro di Condon, tuttavia, non si è concentrato sulle espressioni facciali.

Successivamente, Ekman e Friesen (1969, 1974) hanno introdotto il concetto di riconoscimento della microespressione nei loro studi sull’inganno. I risultati di questo lavoro sono stati riportati nel libro Telling Lies (Ekman, 1985) e sono stati resi popolari nei mass media attraverso la serie televisiva Lie To Me. Svolgono anche un ruolo centrale nel lavoro postumo di Robert Ludlum, The Ambler Warning, in cui il personaggio centrale, Harrison Ambler, è un agente dell’intelligence in grado di vedere le microespressioni. Allo stesso modo, uno dei personaggi principali del romanzo di fantascienza di Alastair Reynolds Absolution Gap, Aura può leggere facilmente le microespressori. In Law & Order: Criminal Intent, il detective Robert Goren è esperto nel rilevare microespressioni.

Sebbene l’esistenza di microespressoni sia stata segnalata negli anni ’60, il primo rapporto pubblicato in un articolo scientifico peer-reviewed, a conferma della loro esistenza, era Porter e ten Brinke (2008). Il primo rapporto pubblicato in un articolo scientifico peer-reviewed sulle capacità individuali di riconoscimento della microespressione era Matsumoto et al. (2000).

Alcuni studi hanno indicato che la capacità di leggere le microespressioni è effettivamente correlata alla capacità di rilevare l’inganno; ironicamente, gli studi più recenti suggeriscono che la capacità di leggere espressioni sottili (espressioni di bassa intensità), e non le microespressioni, è meglio correlata alla capacità di rilevare l’inganno.

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Tratto da https://www.humintell.com/microexpressions-2/

La verità dietro Lie to Me

Grazie alla popolarità della serie Lie to Me le persone si sono interessate alle microespressioni e al mondo del comportamento non verbale.

Recentemente dei ricercatori della Michigan State University guidati dal professore di comunicazione, Timothy Levine, hanno messo alla prova le capacità di inganno di Lie to Me in un nuovo studio intitolato “L’impatto di Lie to Me sull’effettiva capacità degli spettatori di rilevare l’inganno”.

Lo studio pubblicato sul Journal of Communication Research osserva che Lie to Me “aumenta il sospetto verso gli altri, ma ciò riduce la capacità di rilevare l’inganno”.

I risultati dello studio hanno dimostrato che gli spettatori di Lie to Me “non erano più in grado di distinguere le verità dalle bugie ma erano più propensi dei controllori a identificare erroneamente gli intervistati onesti. Guardare Lie to Me riduce il pregiudizio per la verità, aumentando così il sospetto nei confronti degli altri, riducendo allo stesso tempo la capacità di rilevazione dell’inganno” secondo l’abstract dello studio.

Quanto è accurata la scienza rappresentata nello spettacolo?

Mentre una parte dello spettacolo è “radicato nella scienza reale”, un’altra parte di esso è esagerato e le informazioni dovrebbero essere prese con un certo distacco.

In uno dei primi episodi, c’è una grande frase del Dottor Lightman: “Il corpo contraddice le parole, sta mentendo”. Ciò che è importante ricordare è che se il corpo di una persona, o un comportamento non verbale, contraddice le parole o il comportamento verbale, non significa automaticamente che sta mentendo. Significa semplicemente che bisogna indagare di più sulla situazione e cercare di capire perché stiano cercando di nascondere qualcosa.

Ci sono altre parti dello spettacolo che sono esagerate per l’effetto drammatico. Lo spettacolo menziona spesso i gesti manipolatori, che sono comportamenti non verbali di una persona che manipola il proprio corpo (ad esempio grattandosi il naso o il collo). Molti di questi comportamenti possono essere un indizio per rilevare l’inganno se cambiano dal comportamento di base (baseline) di una persona. Questo dettaglio estremamente importante viene spesso escluso dallo spettacolo. Solo perché una persona si gratta il naso non significa che menta automaticamente. Potrebbe essere un segno di inganno, o solo un segno di nervosismo.

Ognuno ha i propri “segnali” quando mente, ma questo differisce da persona a persona. Ciò che è importante notare è che non c’è un segnale sicuro che dica che qualcuno stia stanno mentendo: il naso di Pinocchio non esiste.

Gli spettatori di Lie to Me non dovrebbero accettare tutte le informazioni presenti nello show come accurate o pensare di saper rilevare meglio le menzogne senza ricevere un preciso addestramento.

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Tratto da https://www.humintell.com/2009/09/the-truth-behind-lie-to-me/ e https://www.humintell.com/2010/07/lie-to-me-viewers-impact/

Sei un fan di Lie to Me?

Cos’è Lie to Me?

Lie to Me era una popolare serie americana di 3 stagioni trasmessa dalla Fox TV Network. Nonostante il tempo trascorso, i fan non hanno dimenticato Cal Lightman (interpretato da Tim Roth) e il suo The Lightman Group.

Per chi non lo conoscesse, Lie to Me era vagamente basato sul lavoro del dottor Paul Ekman nel campo delle microespressioni. Tuttavia, come ogni programma televisivo, va ricordato che Lie to Me era una serie televisiva in cui venivano fabbricate linee di trama, personaggi immaginari e la verità veniva spesso esagerata. Dopotutto, è intrattenimento.

Ma quanto è accurata la scienza rappresentata nella serie TV? Mentre una parte delle informazioni date dalla serie è “radicata nella scienza reale”, una parte della narrazione è esagerata e le informazioni non dovrebbero essere viste come sicure.

Chi è Cal Lightman?

Il gruppo Lightman è guidato dal dottor Cal Lightman, un “rivelatore di menzogne umane” che ha trascorso anni a lavorare per l’FBI prima di fondare la propria azienda. Lui e il suo team sono assunti per aiutare nei casi in cui si mette in dubbio l’onestà delle persone. Nella serie vediamo il dottor Lightman parlare con qualcuno in una normale conversazione e, in pochi secondi, essere in grado di dire se mente o no.

Un malinteso che potrebbe nascere dallo show è che un’azienda come The Lightman Group esista effettivamente, quando in realtà non esiste nella vita reale.

Mentre è vero che gli psicologi possono aiutare le aziende e le forze dell’ordine a determinare se qualcuno è onesto, ciò richiede innumerevoli ore di ricerca e analisi di filmati.

Ciò è in contrasto con la falsa rappresentazione che uno psicologo che studia l’espressione facciale e il comportamento non verbale può sapere se qualcuno sta mentendo dopo 2 minuti di conversazione. Il lavoro svolto da questi psicologi è spesso noioso; coinvolge la codifica facciale, stabilendo una baseline per la persona osservata e confrontando le loro azioni non verbali e verbali.

I “maghi della verità” esistono?

Sebbene una società come The Lightman Group non esista nella vita reale, ci sono persone come Ria Torres. Il personaggio di Torres, che è un “talento naturale” nell’individuare l’inganno, è basato sullo studio di Maureen O’Sullivan chiamato The Wizards Project.

Delle 13.000 persone che sono state testate nelle loro tecniche di rilevazione dell’inganno, solo 31 erano considerati “maghi”, erano in grado di dire “se una persona sta mentendo, se una menzogna riguarda una certa opinione, come si sente qualcuno o rilevare un furto”.

Vuoi conoscere l’opinione della dottoressa O’Sullivan su Lie to Me? Leggi questo articolo!

Qual è l’impatto sociale dello spettacolo?

I ricercatori della Michigan State University, guidati dal professore di comunicazione Timothy Levine, hanno messo alla prova le capacità di inganno degli spettatori di Lie to Me in un nuovo studio intitolato “L’impatto di Lie to Me sull’effettiva capacità degli spettatori di rilevare l’inganno”.

Lo studio che è stato pubblicato sul Journal of Communication Research osserva che Lie to Me “aumenta il sospetto verso gli altri, ma ciò riduce la capacità di rilevare l’inganno”.

Lo studio suggerisce che gli spettatori di Lie to Me non dovrebbero accettare tutte le informazioni presentate nello show come accurate o pensare di saperne di più sul rilevamento delle bugie senza ricevere un addestramento formale.

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Tratto da https://www.humintell.com/2020/02/were-you-a-fan-of-lie-to-me/

Le espressioni facciali non sono universali?

In un recente studio Rachael Jack e colleghi hanno sfidato centinaia di studi che documentano l’universalità delle espressioni facciali.

Le conclusioni di questo articolo intitolato Le confusioni culturali mostrano che le espressioni facciali non sono universali, sono altamente imperfette per molte ragioni e di seguito ne descrivo alcune:

1. Un’attenta ispezione dei risultati indica che i dati grezzi nello studio supportano il riconoscimento universale dell’emozione.

2. La differenza culturale nel riconoscimento delle emozioni non è una scoperta nuova. Esistono ricerche con gli stessi risultati già 20 anni fa.

3. Come sostenuto allora, le differenze culturali nel riconoscimento delle emozioni non possono e non contestano l’universalità delle emozioni. L’universalità nel riconoscimento dell’espressione è dimostrata dal fatto che gli osservatori in tutte le culture studiate concordano su quale emozione sia rappresentata a livelli “al di sopra del caso”. Questo è esattamente ciò che hanno trovato, replicando gli stessi risultati per anni. Differenze culturali possono verificarsi per molte ragioni, comprese le regole culturali su come decodificare le espressioni facciali universali. È noto da anni che coesistono universalità e culture specifiche nel riconoscimento delle emozioni. Litigare per la loro reciproca esclusività è una strategia abbandonata da tempo.

4. Inoltre il disgusto confuso con la rabbia e la paura con la sorpresa – sono confusioni che si verificano in tutto il mondo. Non sono specifiche solo per le culture dell’Asia orientale e sono una scoperta pubblicata da oltre 20 anni fa. Il fatto che si verifichino in tutte le culture testate finora dice qualcosa in più su quelle emozioni di quanto non facciano sulle differenze culturali.

5. Una lettura attenta delle scoperte degli autori indica che le loro scoperte relative al tracciamento oculare non giustificano le loro conclusioni.

6. Inoltre, le differenze tra l’Asia orientale e gli Stati Uniti d’America nelle procedure di scansione di scene, oggetti e volti è un risultato consolidato da anni e non è nuovo. Le differenze nel contatto visivo mostrano una tipica risposta asiatica, ovvero la messa a fuoco nell’area del ponte occhi / naso piuttosto che sull’intero viso. La letteratura ha dimostrato per anni che i caucasici differiscono dagli afroamericani e dagli asiatici americani in termini di quanto tempo trascorrono guardando diverse parti del viso per vedere se riconoscono qualcuno (i caucasici guardano più il viso e i capelli, africani e asiatici guardano più nella zona del ponte occhi-naso). Pertanto, ciò che gli autori riportano in questo articolo non può quindi spiegare le differenze specifiche di emozione nei giudizi.

7. Il campione dell’Asia orientale era di 13 persone (12 cinesi, 1 giapponese). Un numero così piccolo non poteva dirci nulla di fronte alle prove schiaccianti per l’universalità nella produzione di espressioni facciali di emozioni.

8. Infine, i soggetti dell’Asia orientale nel loro studio erano in realtà immigrati nel Regno Unito, e non è noto quale tipo di auto-selezione, competenza linguistica o pregiudizi di acculturazione possano essere stati esercitati nei dati.

Non c’è nulla di sbagliato nei dati presentati nell’articolo in questione, ma le conclusioni tratte dai dati non sono empiricamente giustificate.

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Tratto da http://bps-research-digest.blogspot.com/2009/08/facial-emotional-expressions-are-not.html

Emozioni vs Espressioni

Sappiamo che ci sono sette emozioni “di base”, ma non esistono anche altre emozioni?

In effetti, c’è una differenza significativa tra quali emozioni viviamo e come i nostri volti sono in grado di esprimere queste emozioni. Mentre montagne di ricerche precedenti hanno stabilito l’esistenza di sette espressioni emotive di base, la ricerca in corso cerca di quantificare esattamente quante emozioni ci siano davvero.

I ricercatori dell’Università della California, Berkeley, hanno tentato di fare proprio questo. In un recente studio, gli psicologi hanno condotto un’analisi approfondita con oltre 800 partecipanti, tentando di provocare e registrare le loro espressioni emotive.

Ogni partecipante è stato esposto a una selezione di oltre 2000 brevi videoclip, destinati a scatenare varie emozioni. Questi video andavano da splendidi scatti naturalistici e matrimoni romantici a macabre immagini di sofferenza umana e catastrofi naturali.

Al primo gruppo sono stati mostrati 30 di questi video e gli è stato chiesto semplicemente di scrivere qualunque emozione provassero, raccogliendo una vasta gamma di descrizioni. Quindi, un secondo gruppo, nuovamente esposto a una selezione di video, è stato invitato a identificare le proprie emozioni da un elenco predeterminato. Questo elenco variava in modo impressionante dalla rabbia o ansia al romanticismo o al trionfo, ma cercava di fornire un terreno comune tra i singoli rapporti.

È interessante notare che circa la metà del secondo gruppo ha selezionato le stesse emozioni dopo aver visto gli stessi video.

Infine, a una terza coorte è stato chiesto di classificare le proprie esperienze emotive su una scala di nove punti dopo aver visto una serie di 12 video. Durante l’analisi di tutti e tre questi risultati attraverso modelli statistici, gli autori dello studio hanno riscontrato significative sovrapposizioni tra le reazioni a un determinato video. Compilando tutte queste reazioni sovrapposte, si è stabilito uno spettro di 27 emozioni condivise.

Tuttavia, gli autori dello studio hanno avvertito che queste diverse emozioni non erano del tutto distinte. L’autore principale, il dottor Dacher Keltner, ha sottolineato che “ci sono sfumature nei gradi di emozione tra, diciamo, soggezione e tranquillità, orrore e tristezza, divertimento e adorazione”.

Esiste un potenziale conflitto tra questa visione espansa di 27 emozioni e la visione più limitata delle sette emozioni di base universali.

Ma, come chiarisce il dottor David Matsumoto di Humintell, questa domanda viene risolta distinguendo tra emozioni vissute ed espressioni non verbali di queste emozioni. Mentre possiamo provare una vasta gamma di emozioni, ci sono solo sette espressioni facciali che gli umani usano universalmente per esprimerle.

La distinzione del dottor Matsumoto spiega anche un’altra differenza tra emozioni ed espressioni. Le sette espressioni emotive universali sono categorie distinte e separate. Ad esempio, la combinazione emotiva di tristezza e rabbia non ha un’espressione facciale universale. D’altra parte, le emozioni, come ha spiegato il dottot Keltner, non sono così categoricamente distinte. Tristezza e rabbia possono sovrapporsi, le emozioni posso essere più sfumate e continue rispetto allo loro semplice divisione in categorie.

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Tratto da https://www.humintell.com/2017/09/emotions-vs-expressions/

Scoprire le menzogne dei bambini

I genitori e chiunque lavori con i bambini possono attestare la tendenza a mentire di molti bambini.

Le menzogne possono assumere la forma di piccole frottole come tipo di inganno comune, ma non è solo la nostra impressione che i bambini siano spesso disonesti. Come spiega la dottoressa Wendy Patrick, ci sono molte prove che dimostrano che è molto probabile che i bambini pratichino l’inganno. L’aspetto positivo di questo è che il comportamento dell’infanzia è un ottimo caso di studio per comprendere le pratiche dell’inganno umano.

Ad esempio, il dottor Patrick cita uno studio del 2011 che ha scoperto che, mentre i bambini più piccoli mentono frequentemente, la disonestà diminuisce man mano che crescono verso la adolescenza. Gli autori hanno ipotizzato che ciò potrebbe essere dovuto a una maggiore consapevolezza morale o a una migliore comprensione delle possibili conseguenze della scoperta di una loro bugia.

Un altro studio simile del 2016 ha concluso che i bambini non mentono solo in modo casuale, ma selezionano varie forme di inganno basate sul vantaggio sociale percepito. Questa conclusione ha portato gli autori a suggerire che con l’avanzare dell’età i bambini inizino a usare metodi di inganno socialmente accettabili, come le bugie bianche.

Forse l’aspetto più interessante è che questo studio del 2016 ha anche scoperto che i bambini con maggiori abilità sociali tenono a mentire di più. Ciò è decisamente in linea con le ricerche precedenti che hanno esplorato una correlazione tra la popolarità degli adolescenti e le menzogne.

In uno studio del 1999, ad esempio, il dottor Robert Feldman ha intervistato un gruppo di ragazzi di età compresa tra 11 e 16 anni. Mentre i bambini più grandi potrebbero mentire meno frequentemente, ha scoperto che sono più bravi a farlo, sia controllando il comportamento non verbale che con una migliore verbalizzazione delle loro bugie. Il dottor Feldman scoprì anche che i bambini socialmente più competenti o popolari erano più bravi a mentire:

“una menzogna convincente è in realtà associata a buone capacità sociali. Ci vogliono abilità sociali per essere in grado di controllare le tue parole e ciò che dici non verbalmente”

Ma che impatto ha tutto ciò sulle nostre relazioni con i bambini? Il monitoraggio del comportamento infantile ci rende dei migliori rilevatori di bugie?

Il dottor Patrick sostiene che, mentre possiamo sviluppare migliori abilità nel riconoscere le menzogne dei nostri bambini, queste abilità possono essere limitate a loro, e i nostri figli di conseguenza sviluppano capacità migliori per dirci bugie.

Quando riusciamo a individuare le bugie in alcuni bambini, non è necessariamente perché abbiamo sbloccato le capacità universali di rilevazione delle bugie, ma perché siamo abili nel confrontare i loro comportamenti con possibili comportamenti divergenti. Ad esempio, un bambino che mantiene sempre il contatto visivo viene scoperto quando non riesce a incontrare il nostro sguardo, ma un altro bambino può semplicemente essere troppo timido per mantenere livelli simili di contatto visivo.

Inoltre, mentre possiamo praticare il rilevamento della menzogna analizzando comportamenti divergenti, i nostri figli monitorano anche il nostro comportamento per deviazioni simili. Nel loro caso, analizzano segnali di sfiducia o sospetto, imparando quale comportamento non verbale sta portando alla possibile rilevazione del loro inganno e adeguando il comportamento in risposta a ciò.

Mentre le nostre interazioni sociali possono allenarci fino a un certo punto per un’efficace rilevazione della menzogna, ci sono comportamenti ed espressioni universali che possono scoprire l’inganno.

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Tratto da https://www.humintell.com/2017/08/detecting-deception-close-to-home/

Riconoscere gli occhi ingannevoli

Gli occhi sono una parte incredibilmente importante del riconoscimento emotivo, ma che ruolo hanno nel permetterci di rilevare l’inganno?

Mentre l’opinione convenzionale tende a sostenere che l’incapacità di mantenere il contatto visivo sia un segno rivelatore dell’inganno, in realtà questo è solo un mito leggendario. Tuttavia, poiché gli occhi sono così importanti nella lettura delle emozioni, possono anche aiutarci a valutare la veridicità (o meno) di un altra persona.

La nostra fissazione sull’importanza degli occhi ha una giustificazione. Come saprà chi segue questo blog, ricerche recenti indicano che mostriamo le emozioni più chiaramente nei nostri occhi.

Mentre questa enfasi intuitiva sugli occhi ha portato all’idea che l’osservazione del contatto visivo sia un metodo affidabile di rilevazione della menzogna, questo semplicemente non è vero. Come spiegato in un articolo precedente, numerosi studi non hanno trovato alcuna relazione tra la bugia e la mancanza di contatto visivo, nonostante il fatto che, attraverso le culture, questo mito continua ad essere ampiamente diffuso.

Come spiega la dottoressa Wendy Patrick, il contatto visivo o la sua mancanza possono essere dovuti a personalità o background culturali diversi che determinano la tendenza a stabilire un contatto visivo. Come lei ha detto in un altro articolo, è necessario analizzare il livello di contatto visivo di un determinato individuo rispetto alla sua “linea di base personale” (baseline).

Tuttavia, il contatto visivo è ancora uno strumento utile per identificare correttamente l’inganno. Ad esempio, uno studio del 2012 ha rilevato cambiamenti significativi nella pupilla nei partecipanti che mentivano. In questo studio, i ricercatori hanno chiesto ad alcuni partecipanti di rubare piccole somme di denaro, lasciando gli altri partecipanti liberi dal compiere tale gesto.

Quindi, a ciascun partecipante è stato chiesto di rispondere a una serie di domande sul furto, senza far sapere all’esaminatore se fossero colpevoli. Durante la compilazione di questi questionari, le telecamere hanno monitorato le dimensioni della pupilla, riscontrando un aumento del diametro della pupilla tra i soggetti colpevoli. Dopo aver concluso lo studio, gli autori hanno sottolineato che tale aumento era coerente con studi precedenti sull’inganno.

Allo stesso modo, dal punto di vista di coloro che rilevano l’inganno, uno studio separato del 2016 ha scoperto che concentrarsi sugli occhi ha fornito uno strumento molto efficace per il rilevamento delle bugie. In questo studio, i partecipanti hanno tentato di rilevare le bugie sia di soggetti con i volti coperti da un hijab, con solo gli occhi scoperti, sia di altri soggetti lasciati a volto scoperto.

Sorprendentemente, i partecipanti sono stati più precisi nel rilevare l’inganno tra quelli con l’hijab. Questa conclusione ha indicato che il concentrarsi solo sull’occhio ha aiutato significativamente il rilevamento della bugia, poiché i partecipanti sono stati costretti a concentrarsi sugli occhi, piuttosto che essere distratti da altre caratteristiche del viso.

Mentre concentrarsi sugli occhi può essere uno strumento importante per rilevare l’inganno, spesso è difficile per noi sapere esattamente cosa rivela una bugia. Ciò richiede una formazione specializzata, non possiamo certamente misurare la dimensione della pupilla con un righello!

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Tratto da https://www.humintell.com/2017/08/reading-deceptive-eyes/

Il mito del contatto visivo

Secondo lo psicologo sociale ed esperto di microespressioni Mark Frank, il contatto visivo (o la sua mancanza) è “uno degli aspetti più fraintesi dell’inganno”

Molti video, articoli e interviste suggeriscono che il contatto visivo e/o lo sguardo di una persona spesso hanno un significato nascosto: guardare in alto a destra significa che qualcuno sta inventando qualcosa. Alzare lo sguardo a sinistra significa che si sta ricordando qualcosa. Se qualcuno non ti sta guardando, sta mentendo. La lista potrebbe continuare all’infinito.

Ma quanto sono precise queste affermazioni?

Ci sono stati oltre 30 studi che hanno esaminato il contatto visivo come una variabile quando mentivano e la maggior parte di loro ha dimostrato che non c’è alcun segno rivelatore quando qualcuno sa mentendo.

Secondo il dottor Frank, 6 di questi 30 studi hanno osservato la mancanza di contatto visivo (l’atto di distogliere lo sguardo da un oggetto su cui si era precedentemente focalizzato). Tutti e 6 gli studi hanno concluso che il contatto visivo non cambia significativamente in funzione della menzogna o del dire la verità.

Studi recenti sono giunti alla stessa conclusione. Nel 2008, il dottor Stephen Porter della Dalhousie University ha pubblicato uno studio intitolato “Menzogna? Il viso tradisce le vere emozioni del bugiardo, ma in modi inaspettati”.

Porter ha concluso che è proprio la faccia che rileva i bugiardi, ma non nei modi stereotipati in cui crediamo.

Per lui “non sono gli occhi sfuggenti o la fronte sudata o il naso allungato (alla Pinocchio) che il rilevatore di bugie dovrebbe cercare. Invece, altri elementi del volto di un bugiardo lo smaschereranno, “apparendo” brevemente e permettendo a manifestazioni di vera emozione di affluire sul viso”.

Tuttavia, nonostante le prove schiaccianti che il contatto visivo non abbia nulla a che fare con la menzogna, è stato condotto uno studio da oltre 90 scienziati ha esaminato oltre 5.000 persone in 75 paesi su quello che loro credono a proposito dei bugiardi. La risposta numero uno in tutte le culture è stata la (falsa) convinzione che i bugiardi non ti guarderanno negli occhi. Questa convinzione risale a quasi 3000 anni fa, ai testi sacri della cultura indù.

Allora perché esiste questo malinteso?

Non esiste una risposta semplice a questa complessa domanda, ma il dottor Frank allude al fatto che potrebbe essere associato al comportamento dei bambini quando mentono. Afferma che il contatto visivo è probabilmente un buon indizio dell’inganno con i bambini più piccoli – probabilmente a causa dell’emozione della colpa – ma crescendo i bambini imparano socialmente che devono mantenere il contatto visivo per mentire con successo.

Da adulti, molte persone hanno imparato a stabilire un contatto visivo quando mentono. Tuttavia, la convinzione che il contatto visivo sia correlato all’inganno può ancora persistere.

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Tratto da https://www.humintell.com/2009/09/the-eye-contact-myth/

5 falsi miti sui bugiardi

Quali sono i 5 miti più importanti da sfatare sui bugiardi?

Ecco a voi un elenco dei 5 falsi miti più rilevanti a proposito di chi mente:

1. I bugiardi non ti guardano negli occhi

La mancanza di contatto visivo (o avversione allo sguardo) è uno dei più grandi miti nel rilevamento della menzogna. Dei molti studi che hanno riguardato lo sguardo e la menzogna, la maggior parte ha concluso che una mancanza di contatto visivo non indica necessariamente mentire o dire la verità.

2. I bugiardi balbettano e fanno molte pause mentre parlano

Anche se inconsciamente potremmo presumere che non siano onesti, la balbuzie o le pause non sono necessariamente segni di menzogna di per sé. Potrebbero semplicemente dirci che la persona è nervosa. Perché l’altra persona si sente così? Non possiamo dirlo a meno che non facciamo qualche altra domanda. Ricordate: il rilevamento della menzogna è molto più che semplicemente “guardare l’altro”.

3. I bugiardi si toccano il viso

Anche questo è un altro mito popolare nel riconoscimento delle bugie. Ci sono poche prove scientifiche che toccarsi il viso sia sicuramente un indizio di menzogna. Ti ricordi l’ultima volta che ti sei toccato il naso o hai coperto la tua bocca? Stavi mentendo?

4. I bugiardi sono nervosi

Le persone possono essere nervose a causa di innumerevoli ragioni, incluso non solo perché mentono, ma anche perché vogliono dimostrare la loro innocenza. Molte persone che dicono la verità sono nervose perché potrebbero essere preoccupate di non essere credute.

5. I bugiardi si agitano

L’irrequietezza è il nostro quinto mito sul rilevamento delle bugie: quasi nessuna ricerca la collega in modo affidabile ai bugiardi. Come puoi vedere, la maggior parte di questi miti sono associati al nervosismo. Quindi la domanda che dovremmo considerare è: perché la persona è nervosa?

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Tratto da https://www.humintell.com/2020/01/lies-lies-and-more-lies-plus-the-top-5-myths-about-liars/

Guida utile alla rabbia – Humintell

La rabbia è una delle nostre emozioni di base, ma è anche una delle più preoccupanti.

Sappiamo che la rabbia può causare una grande quantità di sconvolgimento emotivo per noi stessi, ma sappiamo anche che la rabbia ha il potenziale per condurre le persone alla violenza o all’odio. È proprio perché la rabbia è allo stesso tempo così importante e così problematica che merita attenzione. Forse è per quel motivo che l’NPR ha condotto una serie di interviste per indagare il ruolo della rabbia nelle nostre emozioni.

Non c’è spazio per discutere di ognuna di queste interviste, ma porremo l’attenzione su “La rabbia può essere contagiosa”, “Cercare la rabbia negli animali” e “Se sei spesso arrabbiato o irritabile, potresti essere depresso”.

Del primo caso “La rabbia può essere contagiosa” abbiamo già scritto sul processo di contagio emotivo, ma il ruolo della rabbia merita sicuramente di essere enfatizzato. Questa prima intervista sottolinea quanto sia facile per le emozioni influenzare altre persone, ma il dottor Jeff Hancock dell’Università di Stanford ha sottolineato che emozioni come la rabbia sono ancora più contagiose di quelle positive.

Durante l’analisi della comunicazione su Facebook, Hancock ha scoperto che quando gli amici tendono a pubblicare post carichi di emozioni, si tradurranno in un aumento dei post emotivi per vari membri del loro gruppo di amici. Ciò era ancora più evidente per la tristezza e la rabbia.

Questo studio si concentra principalmente sulla diffusione delle emozioni sui social media, ma sappiamo già che l’interazione interpersonale, o anche solo vedere il volto di qualcuno, può avere effetti simili.

Nella seconda intervista “Cercare la rabbia negli animali”, l’NPR si tuffa nella storia evolutiva della rabbia. Questo si espande nei nostri scritti precedenti sul ruolo dell’evoluzione nello sviluppo delle nostre emozioni di base, ma prende una prospettiva diversa.

In particolare, il dottor David Anderson della Caltech discute le sfide nello studio delle emozioni negli animali, vale a dire che sono più difficili da identificare che nell’uomo. Anderson esamina i livelli ormonali, la frequenza cardiaca e l’attività cerebrale per spiegare come gli animali sperimentano la rabbia.

Anderson analizza che la rabbia viene spesso innescata quando un animale è sotto attacco e che i marcatori fisiologici della rabbia sono molto simili tra le varie specie. La rabbia può essere innescata quando vari animali vedono le loro specie in conflitto violento, per esempio.

La terza intervista “Se sei spesso arrabbiato o irritabile, potresti essere depresso” mette in evidenza le connessioni tra emozioni centrali, vale a dire rabbia e tristezza. Mentre la maggior parte delle persone pensa che siano piuttosto distinte, potrebbe non essere così. Questa intervista prende in analisi quanto sia comune per le persone che soffrono di depressione confondere quei sintomi con rabbia o sperimentare picchi o esplosioni di rabbia.

Il dottor Maurizio Fava della Harvard Medical School sottolinea che l’irritabilità e la mancanza di controllo sul carattere sono sintomi comuni della depressione. Queste esplosioni emotive portano spesso a rimorsi e a profondi sentimenti di rabbia.

Speriamo di aver dimostrato quanto sia importante l’argomento della rabbia e di averti motivato a dare un’occhiata all’intera serie di interviste!

Parlare in pubblico: come sentirsi meno nervosi – Humintell

Parlare in pubblico può essere terrificante, soprattutto se non lo fai spesso.

Se ti sei senti senza fiato, con le mani sudate e la nausea al pensiero di parlare di fronte agli altri, non sei solo. Secondo il National Institute of Mental Health, oltre 15 milioni di americani soffrono di ansia sociale, che colpisce ugualmente uomini e donne e tende a iniziare all’età di 13 anni. La paura di parlare in pubblico rientra nella categoria dell’“apprensione della comunicazione”, che è la paura o ansia vissuta da una persona a causa della comunicazione reale o percepita con un’altra persona.

Per gli studenti giovani e adulti del centro no profit con sede a El Cerrito, The Practice Space, vale la pena affrontare la paura perché è essenziale per l’auto-espressione, essere ascoltati e sentirsi rappresentati, specialmente per le voci storicamente sottorappresentate. (Guarda gli studenti esprimere le loro paure nel video qui sotto).

Come evidenziato dal professore di studi sulla comunicazione dello Stato della Louisiana, Graham Bodie, nella sua rassegna di studi sulla paura di parlare in pubblico, le nostre paure possono essere divise in due categorie. A volte, la paura di parlare in pubblico fa parte di un tratto generale, una tendenza a provare ansia legata a qualsiasi tipo di comunicazione. Altre volte, dipende dalla situazione, dove la nostra ansia si manifesta solo in situazioni e tempi specifici. In termini di situazioni che aumentano la nostra ansia, ciò dipende se siamo valutati, se esiste una differenza sostanziale nello status o nel potere, se le idee che stiamo comunicando sono nuove per noi e se stiamo parlando davanti a un nuovo pubblico.

Confortati dal fatto che non sei solo. Aiutati a praticare e costruire la consapevolezza di te stesso in quelle situazioni che ti rendono più nervoso, in modo che tu possa sperare di anticipare questi sentimenti in futuro e fare del tuo meglio per prepararti. Per gli studenti di The Practice Space, ciò comporta molta riflessione, analisi delle esperienze passate e, come uno studente afferma, “Ho scelto di elevarmi al di sopra delle mie paure, piuttosto che lasciarmi inibire” (per ulteriori storie sulle paure degli studenti, ascolta il nostro podcast).

“Ho scelto di elevarmi al di sopra delle mie paure, piuttosto che lasciarmi inibire”

Tuto questo è più facile a dirsi che a farsi, prova a praticare alcuni suggerimenti a casa per vedere cosa funziona per te:

– Paura della valutazione o del giudizio: se temi il giudizio degli altri, aiuta a fare ricerche sul tuo pubblico e su quali contenuti potrebbero trovare più pertinenti e comprensibili. Anticipa dove il pubblico potrebbe rimanere bloccato o frustrato e inserisci quel contenuto nei tuoi discorsi. Alla fine, però, è sempre meglio parlare di ciò che più ti appassiona! Non scrivere i tuoi contenuti, ma piuttosto delinea il flusso di idee in modo che tu possa concentrarti sul quadro generale di ciò che è interessante nei tuoi contenuti. Una volta che sali sul palco, prova a trovare i “nodders” (trad. “persone che annuiscono”), o le persone che sembrano ansiose di ascoltare le tue idee – ce n’è sempre almeno una!

– Incertezza: se ciò che ti spaventa è sentirti a disagio in una situazione, con alcuni contenuti o un certo pubblico, assicurati di farti domande in anticipo. Se puoi, cerca di raccogliere informazioni su come il tuo discorso si può adattare a tutto quanto, quante persone parteciperanno, com’è la situazione dei posti a sedere e del suono e dove ci si aspetta che tu parli. Crea una routine di riscaldamento che puoi fare sempre in modo da provare un certo senso di controllo. Parla con le persone intorno a te e abituati a chiacchierare con loro creando una connessione personale prima di dover parlare.

– Differenza di potere: quando dobbiamo parlare per un pubblico che troviamo intimidatorio, dobbiamo sempre ricordare a noi stessi che le persone sono solo persone. Riduci la pressione e sii gentile con te stesso: non devi sapere tutto. Puoi fare domande per imparare e hai esperienza da offrire. In effetti, i bravi comunicatori sono sinceramente curiosi verso le altre persone!

– Pensieri personali negativi: siamo i nostri peggiori nemici. Invece di preoccuparti e sentirti nervoso, pensa a ciò di cui sei orgoglioso e di cui sei entusiasta di parlare. Fatti forza e animati! Metti le cose in prospettiva – in realtà, il discorso di solito termina in meno di un’ora o anche pochi minuti. Va bene anche fare una pausa nel mezzo del tuo discorso e i silenzi sono in realtà una buona cosa, soprattutto per ridurre il rischio di sbagliare e anche per lasciare che il pubblico elabori il tuo messaggio. In termini di fisiologia generale, torna alle basi: respirazione, sonno, cibo e acqua. È difficile superare le paure quando il tuo corpo è provato! Molti dei nostri studenti cantano, ascoltano musica, meditano, ridono e portano persino “armi segrete” sul palco (come un portafortuna, un vestito preferito o scarpe speciali per farli sentire segretamente potenti).

Affrontare le proprie paure inizia con la creazione di piccole esperienze pratiche per se stessi dove si può trovare il successo iniziale. Stabilire obiettivi piccoli e gestibili è la chiave per iniziare a costruire quella consapevolezza di sé, di ciò di cui si ha bisogno e di quali routine si può iniziare a interiorizzare. Anche quando la paura sembra travolgente, può diventare tutto più facile.

AnnMarie Baines – Direttore esecutivo di “The Practice Space”

Le sette emozioni di base: le conosci? – Humintell

Gli strumenti di addestramento per il riconoscimento delle emozioni validati scientificamente presentano immagini di individui che ritraggono le 7 emozioni di base: Rabbia, Disprezzo, Paura, Disgusto, Felicità, Tristezza e Sorpresa.

Ma quali sono esattamente le emozioni di base e dove si inseriscono altre emozioni come la vergogna, la colpa e l’orgoglio?

Le emozioni di base sono emozioni che hanno una certa espressione facciale associata, questo è scientificamente provato. In effetti, sviluppare l’abilità di leggere le microespressioni può aiutare a rilevare aspetti di queste espressioni che sono sottili o difficili da determinare.

Ad esempio, l’emozione di base della rabbia può essere riconosciuta dalla seguente immagine in tutto il mondo, non importa l’età, la religione o il genere, la lingua parlata e potrebbe essere una delle emozioni più importanti per rilevare comportamenti minacciosi.

Allo stesso modo, anche la paura è un’emozione di base. La paura è riconosciuta in tutto il mondo da una precisa espressione facciale dell’emozione, con le caratteristiche che si possono vedere sotto. È importante notare che anche altre parole che descrivono la paura sono espresse da questa stessa faccia (o parti di questa faccia). Emozioni come spavento, mortificazione, orrore e pietrificazione hanno tutte caratteristiche di questa espressione.

Ci sono altre emozioni di base come disgusto, disprezzo, felicità, tristezza e sorpresa.

Le caratteristiche delle 7 emozioni universali:

Spesso osserviamo emozioni come la vergogna, l’orgoglio, la gelosia e la colpa. Sebbene queste emozioni siano importanti, non sono ancora considerate parte del set di emozioni di base. Ad esempio, non esistono prove scientifiche che dimostrino l’esistenza di un’espressione universale di vergogna riconosciuta in tutto il mondo come vergogna. Fai attenzione quando vedi o ascolti le persone etichettare le espressioni come emozioni quando non rientrano nel set delle 7 emozioni di base. Vi sono poche prove a sostegno delle loro affermazioni.

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Tratto da https://www.humintell.com/2010/06/the-seven-basic-emotions-do-you-know-them/

Comprendere il contagio emotivo – Humintell

È noto che le emozioni possono diffondersi ad altre persone del gruppo, ma qual è il ruolo del riconoscimento emotivo in questo processo?

Esiste sicuramente una lunga storia di ricerche e osservazioni su come le emozioni delle altre persone possono influire sulle nostre, ma l’esatto meccanismo causale è un po’ sfuggente. Perché qualcuno che sembra triste ci rende tristi? La risposta potrebbe essere correlata alle microespressioni o alla lettura di espressioni sottili.

Il contagio emotivo sembra essere un fenomeno molto reale, piuttosto che l’ennesimo esempio di creazione di miti psicologici. Come dice la dott.ssa Elaine Hatfield dell’Università delle Hawaii:

“Quando guardiamo le altre persone, per qualche ragione, siamo collegati per sincronizzarci con loro su così tante cose che in qualche modo ti sconvolge la mente… è così veloce da non poterlo fare consapevolmente. “

Hatfield sottolinea che c’è qualcosa di primitivo ed istintivo nel contagio emotivo. Afferma che ciò può accadere anche quando nessuno dei due è consapevole di provare una forte emozione.

Possiamo già speculare su una connessione con il riconoscimento emotivo, poiché le espressioni emotive sono profondamente radicate nella nostra evoluzione e possono essere percepite durante processi quasi immediati e involontari.

Hatfield e suo marito, il dottor Dick Rapson, collegano il contagio emotivo alla nostra imitazione inconscia delle sottili espressioni dei nostri vicini. Questo porta a un fenomeno in cui imitiamo le loro emozioni, anche quando nessuno di noi può essere consapevole del fatto che qualcuno nelle vicinanze si senta così!

In effetti, questo mimetismo inconscio assomiglia molto ai processi automatici nati dai neuroni specchio.

Mentre i dottori Hatfield e Rapson declinano dall’indagine più approfondita dei fenomeni delle microespressioni, c’è qualche motivo per ipotizzare che questi svolgano un ruolo causale.

Per rispondere a questa domanda, sarà utile citare un’intervista che il dottor David Matsumoto di Humintell ha condotto con NPR. In quell’intervista, Matsumoto sottolinea la natura fugace e incredibilmente rapida delle microespressioni. Spesso, quando altre persone notano le nostre microespressioni, passano attraverso la comprensione cosciente.

Le microespressioni di solito non sembrano avere senso, anche se riusciamo a vederle, ma Matsumoto ha notato che hanno il potenziale per svolgere ruoli significativi nelle interazioni interpersonali. Tuttavia, ha sottolineato che spesso si tratta di notare sottili espressioni emotive, piuttosto che effettive microespressioni che sono molto fugaci.

Quindi, potremmo notare l’espressione di tristezza di qualcuno, senza vederla per quello che è, e quindi ci sentiremo tristi quando imiteremo inconsciamente quell’espressione, ma non è chiaro se ciò equivale al rilevamento di microespressione.

Come osserva Matsumoto, le microespressioni sono incredibilmente difficili da rilevare per le persone che non sono addestrate a notarle; è improbabile che le persone senza quell’allenamento stiano effettivamente rilevando microespressioni.

Tutto ciò suggerisce che la risposta all’enigma del contagio emotivo, sebbene non radicata nelle microespressioni, sia in qualche modo collegata a simili processi immediati e non coscienti di riconoscimento emotivo e mimetismo facciale.